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giovano a Wall Street

Capponi e suicidi
giovano a Wall Street

Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe. Ci sono i sapienti reggitori di Costantinopoli, i quali discettano pianamente sul sesso degli angeli mentre il nemico assalta le mura. Oppure ci sono i capponi di Renzo che si beccano furiosamente mentre il promesso sposo li porta ad un comune destino gastronomico.
Guardando alle cose di casa nostra, i riferimenti, più o meno dotti, relativi a querelles fuorvianti oltre che ininfluenti, sgorgano l’uno appresso all’altro.

C’è una élite (con Azeglio il Modesto in testa) che rappresenta magnificamente il pugno saldo che serra i pennuti litigiosi. E costituisce egregiamente la quinta colonna che dall’interno favorisce l’assalto alla città.
Questa élite determina il futuro così come è stato delineato e deciso “colà dove si puote ciò che si vuole” cioè a Wall Street e dintorni. Non conosce tentennamenti nè tantomeno ripensamenti.
Ci sono le elezioni? Poco importa. Mentre gli altri si accapigliano nei ludi elettorali, da Palazzo Chigi partono decisioni a raffica: telefonini, promozioni, organigrammi, spese.
Perché non c’è l’assalto ai forni? Perché tutti – a sinistra, al centro, a destra – hanno già compiuto gli opportuni atti di sottomissione agli stessi padroni.
Marajà e sultani, tribù e sette, indù e musulmani combattevano fra loro e vincevano per avere l’onore di essere alleati privilegiati della corona britannica. L’indipendenza dell’India dal leone inglese era un sogno per pochi sbeffeggiati. Era mai possibile pensare razionalmente ad un’ipotesi di guerra di liberazione nazionale condotta da milioni di straccioni dilaniati da ataviche lotte intestine? Era ragionevole sperare di sconfiggere l’impero più potente del mondo?
È oggi ragionevole pensare di competere con un mercato che ti fa pendere sulla testa la spada di milioni di lavoratori che producono disciplinatamente per un pugno di riso?

È convinzione diffusa che non ci sia niente da fare e che la scelta s’imponga da sé. Chiunque la pensi diversamente è soggetto al più rigoroso ostracismo.
Persino gli operai si sono convinti della necessità di non chiedere troppo sennò mettono a rischio il posto di lavoro.
Alla Fiat la pausa mensa si è ridotta e non per decisione dei vertici aziendali. Ciascun operaio fa in modo da apparire il più solerte per evitare di essere incluso nelle liste dí proscrizione (mobilità, cassa integrazione, prepensionamento etc. etc.).

L’incertezza del futuro spinge al sacrificio spontaneo di diritti acquisiti e di legittime rivendicazioni. L’importante è conservarsi il posto di lavoro perché i tempi sono tristi e tocca stare calmi e buoni. Voi giovani volete lavorare? Se lo volete, non avanzate pretese: è grasso che cola se vi facciamo un contratto di apprendistato.
Lavorate sodo, sgomitate per mettervi in mostra, date calci negli stinchi ai vostri compagni di lavoro e vedrete che i risultati non mancheranno. Davanti a voi c’è un fantastico futuro.

Tu pensionato non ce la fai a tirare avanti? È colpa tua. Avresti potuto farti una sostanziosa assicurazione privata e oggi potresti comprare tutto quello che ti offre la tv.

Se qualcuno prova a sparare contro questa riedizione del Far West, apriti cielo! Piovono accuse d’ogni tipo. Una per tutte: sei uno scansafatiche che vuol essere protetto a spese di tutti.

Così la giusta intenzione di cancellare assistenzialismo e clientelismo, sprechi e ruberie, burocraticismo e statalismo si trasforma nell’illusoria apoteosi del privato ad ogni costo.

Provate a difendere la presenza dello Stato nel comparto energia. Vi travolge una valanga di dati: le cifre delle bustarelle, i tassi irrisori di produttività, l’elefantiasi nel corpo impiegatizio, mille esempi di paralisi e di immobilismo. Sono argomenti incontestabili. Però il rimedio non può essere peggiore del male.

Gli imperatori stranieri non sono mai venuti in Italia senza la pezza d’appoggio di un invito fatto da uno dei contendenti in campo.
I Siciliani credettero di risolvere i propri problemi sostenendo la guerra di Garibaldi e si ritrovarono i Savoia al posto dei Borboni.
Stiamo attenti, dunque.

Cominciamo con il restituire allo Stato dignità e prerogative nobili e poi vediamo cosa vendere, come vendere e a chi vendere. Se lo Stato è visto solamente come un amministratore di condominio (e pessimo per giunta) è logico che lo si voglia cancellare. Uno stato che fa panettoni e li fa a costi proibitivi non è degno nemmeno della S maiuscola. Uno stato che gestisce giornali e televisioni, i cui costi sono a carico di tutti e i cui benefici sono a vantaggio di pochi, non può sopravvivere.
Uno Stato, che dice di tutelare la salute dei cittadini conservando il monopolio del tabacco, fa ridere quando scrive sui pacchetti che il fumo è nocivo.
È pacifico che uno Stato del genere non abbia diritto di sopravvivere.

Allora cosa facciamo? Torniamo alle Dame di San Vincenzo? quando orfani e vedove, vecchi e disabili erano affidati alla carità delle classi privilegiate?

Abbattere lo Stato a vantaggio delle banche è un suicidio. Che qualcuno prospetta come una buona cosa in quanto favorisce – dicono – la selezione naturale. In contemporanea, manco a farlo apposta, da Harvard e da Cambridge gli scienziati fanno sapere che, dopo accurati studi, sono arrivati alla conclusione che «i suicidi obbediscono a questioni di selezione naturale collegate alla protezione della specie e del bene comune o alla semplice incapacità di fare fronte alle complicazioni della vita sociale».

Leggendo con attenzione: gli italiani si stanno suicidando o per la conservazione della specie-banche oppure per debolezza. In ambo i casi, il suicidio fa bene a Wall Street.
Giuseppe Spezzaferro

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