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Il ’68 di uno che c’era – 8

I movimenti cui demmo vita dopo l’esperienza… teatrale si distinsero anche per la particolare attenzione alla politica estera. Non fu, però, facile trovare una linea comune. Alcuni di noi avevano una visione complottista derivante in buona parte dalla lettura di un libro (“I Protocolli dei Savi di Sion”) che aveva raccontato nel Novecento della congiura ebraica per la conquista del mondo. Nonostante ne fosse in dubbio l’autenticità (un falso della polizia zarista) le verosimiglianze riscontrate spingevano più di qualcuno ad accettare l’esistenza del complotto. La questione non era di poco conto. Avevamo sposato la causa dell’autodeterminazione dei popoli e perciò la lettura dell’occupazione della Palestina risentiva delle interpretazioni “sotterranee”. Qualche anno dopo risolvemmo la questione con un documento che risaliva alla dichiarazione Balfour e che ignorava i “protocolli”. Nelle nostre future analisi geopolitiche ci saremmo sempre attenuti a ciò che andava accadendo.

Pound e lo Shah

E’ ovvio che stando fuori dalle stanze dei bottoni le informazioni le assumevamo dai media (confrontando le diverse versioni), da documenti ufficiali e non ufficiali (Al Fatah, Ira etc.) nonché tramite conoscenze personali. La visione d’insieme che ne scaturiva ci consentiva di fare analisi abbastanza vicine alla realtà.

A Parigi mi feci un quadro del maggio francese frequentando il quartiere latino e facendo qualche amicizia. Un paio di amici francesi li ho poi frequentati per decenni. De Gaulle era riuscito a spaccare l’unità studenti-operai andando incontro alle richieste sindacali. La lotta operaia era esplosa per ottenere migliori condizioni di vita; quella degli studenti faticava a passare dalle università alla società tutta. A Perugia c’erano molti studenti persiani. Entrai in contatto con loro grazie ad un amico del Circolo Ezra Pound. E così appresi della fragilità dello Shah e dell’establishment che lo sorreggeva. Nel gruppo del teatro c’era un giovane (famiglia in Libano e in Palestina) che aveva sempre informazioni di prima mano. Sarebbe poi diventato un abile imprenditore. Risultò lampante un fatto: quando cerchi le notizie, le trovi. Quasi sempre. Ma devi essere tosto e devi imparare almeno l’inglese. Anche i gruppi di poteri internazionali (Bilderberg in primis e, anni dopo, la Trilateral) li collocavamo nell’ambito di un’analisi complessiva. Ciò segnava un’ennesima diversità rispetto ai movimenti che facevano capo all’ideologia marx-leninista. I loro documenti erano zeppi di congiure capitalistiche, di minacce golpiste e di complotti mondialisti. Guardandoli si comprende meglio il Sim (Stato imperialista delle multinazionali) che troveremo anni dopo nei documenti delle Brigate Rosse. La verità è che chi detiene il potere lo esercita applicando le tattiche più convenienti per centrare la strategia. L’intelligence che fa capo al potere disegna piani segreti perché è il suo mestiere, punto e basta. Stessa cosa per polizia e carabinieri: ubbidiscono agli ordini. Quando noi per andare dal punto A al punto B ci trovavamo la strada bloccata dalle forze dell’ordine affrontavamo lo scontro come inevitabile conseguenza della manifestazione politica. E’ vero che a volte (mi capitò, per esempio, a Battipaglia) i celerini erano particolarmente aggressivi e incazzati, per cui lo scontro diventava “naturalmente” un fatto personale, ma di solito si trattava di superare un ostacolo in divisa e nient’altro. Anche qui la differenza con lottacontinuanti, poteroperaisti etc. era sostanziale: per loro il poliziotto era un nemico da abbattere. Per noi, uno scoglio da sorpassare. Gli anarchici addirittura ipotizzavano una società senza polizia: la loro rabbia disordinata si mescolava con visioni paradisiache di indubbia suggestione e di altrettanto indubbia sterilità.

W il frigo

Freno il flusso dei ricordi – caotico ancora di più per l’assenza di un piano editoriale – lascio la geopolitica e torno al nostro anticonsumismo.

L’ingenuità del rifiuto proclamato dai marcusiani era talmente evidente che all’esterno – fuori cioè dal circuito della contestazione “intellettuale” – veniva bocciato proprio dalle categorie sociali (innanzitutto dalla classe operaia che, nel 1971, va in paradiso) le quali firmavano cambiali per acquistare i beni deprecati dagli epigoni dei figli dei fiori. Ad un corrispondente dell’Ap (la potente Associated press) che con l’usuale ruvida ironia di marca americana mi chiedeva perché volessimo tornare all’età delle caverne feci fatica a spiegare (non soltanto per il mio inglese contaminato dal salernitano) che non avevamo alcuna intenzione di ritornare alla caccia dei mammuth. La conversazione-intervista durò mezza mattinata. Leggendo la stampa anglosassone m’ero già reso conto del divario enorme con quella di casa nostra. L’articolo yankee racconta i fatti e li spiega con altri fatti. E’ raro trovare in una corrispondenza tesi interpretative. I nostri giornali scrivono, invece, i fatti già aggiustati in base alle impostazioni dell’editore. Su un giornale di destra, per esempio, non leggeremo mai che la polizia ha caricato pacifici dimostranti. Sul giornale di sinistra i bravi giovani che attaccano pacifici manifesti sono sempre aggrediti da squadracce fasciste. Analoghi criteri valgono – dove più, dove meno – in tutte le redazioni. M’era difficile, perciò, convincere quel cronista che le dichiarazioni formato hippy sparate dall’interno del movimento studentesco non fossero la “posizione ufficiale”. Gli dissi che avere la birra fresca in frigorifero era cosa giusta e sana. Per me, per noi, il frigorifero era uno strumento e non un fine. Il consumismo non era uno dei mali del capitalismo. Per noi era la finanziarizzazione della produzione il guasto da correggere. C’erano già i segni di un’economia virtuale: lo speculatore manovrando sul mercato finanziario poteva mettere in difficoltà un’azienda sana. La stessa invenzione di bisogni nuovi (indotti, cioè) faceva parte del mercato. La politica doveva mirare alla costruzione di una società equilibrata e non all’abolizione della moneta e delle banche. Il gruppo del teatro s’impegnò parecchio sul fronte dell’economia. Il punto di partenza per tutti era l’economia mista e la partecipazione degli operai agli utili.

Giuseppe Spezzaferro
(Puccio Borbonico)

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2 commenti

  1. Quella che ancora oggi viene riconosciuta al vostro gruppo del teatro è stata la capacità di analisi geopolitica, basata proprio sulla curiosità e il serio interessamento alle faccende estere, non esattamente all’ordine del giorno in altri movimenti o scuole di pensiero. Non è che a forza di capire bene tutto e di sgamare macchinazioni, a forza di prevedere la politica nostrana e ogni suo sviluppo, negli anni a venire vi siete ritrovati [dis]armati di un disincanto tale da perdere la passione per le faccende italiche?

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