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Il ’68 di uno che c’era – 9

Il dibattito sul modello di sviluppo economico fu relativamente più tranquillo. Eravamo tutti a favore dell’intervento dello Stato. Sulle modalità c’era qualche differenza. In Jugoslavia erano in vigore dai primi anni Sessanta alcune leggi, volute da Tito, che avevano allentato la morsa statale sull’economia. All’epoca, la pianificazione era la ricetta imposta da Mosca a tutti i Paesi comunisti. Ma i piani quinquennali si ripetevano con scarsi risultati. L’Urss sarebbe addirittura arrivata al punto di dover comprare grano dal Canada e dagli Usa. Tito già nel 1956 aveva organizzato a casa propria un vertice di non allineati con Nehru e Nasser. Il non allineamento era la carta giocata da Paesi comunisti – o in forte dipendenza dal Cremino – per fare una politica autonoma. Con i dispositivi del 1961, nascevano le banche (che prima erano agenzie del governo), la moneta diventava convertibile (per entrare nel mercato occidentale con il Gatt, poi diventato Wto) e soprattutto si dava via libera all’autogesione nelle imprese. Tito era senz’altro un comunista anomalo e rischiava parecchio sfidando lo stalinismo.

Bordiga

Nel gruppo del teatro la corrente titina era minoritaria, ma agguerrita. Il ragazzo che guidava la pattuglia era uno strano miscuglio (e lo è ancora) di ragione e istinto. La sua famiglia era stata per metà fascista e per metà partigiana. Il suo bagaglio culturale era – come per tutti noi – un melting pot, ma estremista al punto da essere chiuso al dialogo. La sua ammirazione, per esempio, per i fratelli Strasser lo condannava ad un continuo scissionismo e ad uno sterile isolamento. Gli Strasser, partiti da un fondo di socialismo cristiano sociale, s’erano convinti della necessità di spostare a sinistra il partito nazionalsocialista, per una battaglia anticapitalista a tutto campo per cui mirarono ad importare i soviet in Germania. Quella strategia fu cancellata nella notte dei lunghi coltelli. Altro punto di riferimento della pattuglia titina era Amadeo Bordiga, comunista – ca va sans dire – eretico. Uomo incredibile (era stato a Fiume con i legionari, aveva fatto la scissione socialista insieme con Gramsci e fondato il partito comunista) fu poi accusato di settarismo e defenestrato da Palmiro Togliatti. Due anni prima di morire, Bordiga aveva scritto: “Propugnare in questo putrescente 1968 l’autonomia di un movimento studentesco non è che una prova ulteriore di quanto affondi nelle sabbie mobili del tradimento e della bestemmia il falso comunismo dei successori di Stalin. Nulla le classi sterili possono chiedere alla storia”. Ci sono persone che fanno politica con spirito di testimonianza e Bordiga fino all’ultimo s’è vantato di essere eretico in alternativa agli “opportunisti”.

Faccio uno sforzo di memoria, ma di positivo nel nostro compagno di lotta scissionista-eretico trovo soltanto l’attenzione per il mondo arabo: fu lui a sostenere – quando il colonnello libico fece il colpo di stato nel settembre del 1969 – che Gheddafi e il suo libretto verde erano una terza via praticabile in Medioriente. Allora, fummo quasi tutti d’accordo con lui. Nel periodo di occupazione della Sapienza (ne parlerò in seguito) lui fu assente e questo – lo dico con il senno di poi – fu una fortuna per il movimento. Con lui presente avremmo avuto scissioni a raffica, o comunque defatiganti ricomposizioni.

L’autogestione (che strappava le chiavi di mano al capitale; ed ai manager onnipotenti) fu nelle università la principale parola d’ordine. Ma torno al dibattito sull’economia.

C’era anche una fazione che sponsorizzava la cogestione, perché sembrava la via praticamente percorribile nell’economia capitalistica: i lavoratori partecipano alla scelta delle decisioni dell’azienda. In effetti, avremmo visto applicata quella teoria in parecchi Paesi (dalla Svezia agli Usa) sia pure con le peculiarità di ciascun Paese.

Mercato kamikaze

Io – e molti altri – ero per l’economia mista. Ancora oggi sono favorevole all’intervento dello Stato, ovviamente con opportuni aggiustamenti sia perché va tradotto per la dimensione Europa (e ne sono felice) e sia perché il capitalismo necessita di regole imposte. Il punto di partenza è lapalissiano. Il denaro è apolide, non ha patria né sentimenti: è fedele soltanto a sé stesso e tende a concentrarsi. Chi possiede il denaro lavora per fare l’asso pigliatutto. Non ha senso richiamarsi alla figura tramandataci da una retorica pubblicistica del capitalista spietato, moralmente squallido, avido e ripugnante. Che, perciò, deve soccombere alla giustizia proletaria in modo che le sue ricchezze – accumulate sul sangue di tanta povera gente – siano distribuite a tutti con equità. Gli Usa, dove il capitalismo ha avuto il massimo di libertà, hanno nel corso del tempo emanato leggi per vietare i monopoli, i cartelli e favorire la concorrenza. Il libero mercato, infatti, quand’è davvero libero cancella la concorrenza. Facciamo l’esempio di un capitalista con miniera di rame. Le sue energie sono naturalmente indirizzate verso l’acquisto di altre miniere, secondo un processo di concentrazione che ha per traguardo il controllo del prezzo del rame. Se c’è qualche giacimento di rame nel mondo sul quale poter mettere le mani, è certo che, a costo di finanziare colpi di stato e rivoluzioni, se ne aggiudica il controllo.

La fase finale del libero mercato è la morte del mercato. Uno Stato serio che fa? Impone regole. Ma con intelligenza. Altrimenti il capitale fugge oppure smette di produrre ricchezza.

L’Iri a teatro

L’esempio dell’Iri (fondato nel 1933) secondo me tagliava la testa al toro. Grazie all’Iri, infatti, l’Italia non aveva subito contraccolpi per il terremoto di Wall Street che nel 1929 aveva scatenato la grande depressione negli Usa. La versione fascista del capitalismo fu un mix tra pubblico e privato: esempio rimasto unico in Occidente. La creazione dell’Iri faceva parte di una strategia economica che rivoluzionava i canoni ottocenteschi. Per esempio fin dal 1926 alla Banca d’Italia era stata data l’esclusiva sull’emissione della moneta (prima battevano moneta anche il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia). E l’anno seguente era stata emanata la Carta del Lavoro che delineava i rapporti di produzione e non solo. Siccome era un patrimonio che mi portavo dietro da quando ero ragazzino, mi soffermo di più e faccio pure qualche citazione dei punti che mi sembrano essenziali. “L’intervento dello Stato – scriveva la Carta del Lavoro – nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente l’iniziativa privata o quando siano in giuoco interessi politici dello Stato. Tale intervento può assumere la forma del controllo, dell’incoraggiamento e della gestione diretta”. Per i lavoratori (dal 1923 c’era la legge che imponeva le 8 ore di lavoro!) la Carta diceva: “L ‘azione del sindacato, l’opera conciliativa degli organi corporativi e la sentenza della magistratura del lavoro garantiscono la corrispondenza del salario alle esigenze normali di vita, alle possibilità della produzione e al rendimento del lavoro. La determinazione del salario è sottratta a qualsiasi norma generale e affidata all’accordo delle parti nei contratti collettivi”. I contratti nazionali oggi sono superati dalla contrattazione di secondo livello, ma va ricordato che sono passati più di ottant’anni. Cito anche l’articolo per il collocamento: “L’ufficio di collocamento a base paritetica è sotto il controllo degli organi corporativi. I datori di lavoro hanno l’obbligo di assumere i lavoratori inscritti a detti uffici e hanno facoltà di scelta nell’ambito degli inscritti agli elenchi, dando la precedenza agli inscritti al Partito, ai Sindacati Fascisti secondo la loro anzianità di inscrizione”. Al di là delle scontate considerazioni sulle restrizioni imposte alla libertà nel Ventennio, non va dimenticato che i criteri per le graduatorie sono inevitabili. Oggi per esempio una ragazza madre o un tossicodipendente hanno punti in più nelle graduatorie per la casa etc. Faccio altre due citazioni anche se mi rendo conto di scantonare nel pedante. La prima: “Lo Stato Fascista si propone: 1° il perfezionamento dell’assicurazione Infortuni ; 2° il miglioramento e l’estensione dell’assicurazione maternità ; 3° l’assicurazione delle malattie professionali e della tubercolosi come avviamento all’assicurazione generale contro tutto le malattie ; 4° il perfezionamento dell’assicurazione contro la disoccupazione involontaria ; 5° l’adozione di forme speciali assicurative dotalizie per i giovani lavoratori”. La seconda: “Nessun contratto collettivo di lavoro può essere pubblicato ove non contenga norme precise sui rapporti disciplinari, sul periodo di prova, sulla misura e sul pagamento della retribuzione, sull’orario di lavoro, sul riposo settimanale e, per le imprese a lavoro continuo, un periodo annuo di riposo settimanale retribuito”.

Fascisti a metà

Nel confronto delle ipotesi di scuola entravano anche i Diciotto punti di Verona, la Carta del Carnaro, la Rerum Novarum, il Fordismo, il capitalismo renano… voglio dire che ci eravamo caricati di un compito immane. Da ragazzi poco più che ventenni cercavamo la soluzione ai mali della società e a prospettarne una che non vedesse più lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la povertà causata da un sistema fondato sulla rapina, le ingiustizie funzionali al predominio di un’oligarchia (della quale i partiti erano in diversa misura dipendenti/sostenitori). Lo sforzo di chi come me partiva dalla Carta del Lavoro era immane. Come spiegare che dal Ventennio si potevano trarre indicazioni valide anche in una società antifascista? Tra l’altro, ricordo che c’erano gruppi fascisti i quali non ammettevano critiche e che rafforzavano nell’immaginario collettivo l’idea che qualcuno volesse rifare la guerra agli americani, cancellare la libertà di stampa, eliminare il diritto al voto, ripristinare le leggi razziali, comandare le folle da un balcone e perseguitare con la galera (o con sicari) gli oppositori. Ci trovavamo in mezzo. Già era una discriminante la lotta di classe: se non l’accettavi, eri fascista per definizione. Parlando con uno dei leader poteroperaisti, non mi beccai l’accusa di fascista ma quella meno infamante di “interclassista”. Da sessantunenne ascolto desolato chi inneggia alla lotta di classe in un mondo entrato nel Terzo Millennio e che rifiuta le ideologie perché metodologie nate nei secoli scorsi. L’errore sta nell’identificazione dell’idea con l’ideologia. L’idea è un principio che si cerca di realizzare nella pratica. L’ideologia è lo strumento per quella realizzazione. Essendo, dunque, uno strumento risente del periodo storico, della latitudine e della longitudine, del clima e dell’etnìa…. e degli uomini. Le idee camminano sulle gambe degli uomini, diceva qualcuno che ora mi sfugge: l’idea imperiale di Federico II è diversa da quella di Kublai Khan. Tocca tornare all’idea e costruirne l’applicazione. Chi è pigro si rifà ai vecchi schemi, li spolvera un po’ e li ripropone (l’esempio della lotta di classe valga per tutti). Noi avevamo l’ambizione di inventare (anche nel senso etimologico) il modello di società più equo possibile. Faticai molto con il prototipo-Iri perché la Dc l’aveva ridotto ad un immane mostro mangiaquattrini di partecipazioni statali, per cui veniva giustamente guardata con sospetto. Uno Stato che fabbrica perfino i panettoni fa ridere pure i pasticcieri.

Per giunta, c’erano un paio di ragazzi di provenienza liberale (per contestualizzare: la sinistra liberale si identificava in Pannella) che non accettavano l’idea che lo Stato facesse l’imprenditore.

Foto: Il Maresciallo Josip Broz (“Tito”)

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