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il giornalista applaude

La finanza imbroglia,
il giornalista applaude

Una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo, la Atlantic Richfield Co., ha ammesso di aver perso ventidue milioni di dollari nel mese di aprile a causa di errati investimenti. All’apparenza non sarebbe una notizia meritevole di ampia citazione: le aziende che muovono molti quattrini possono di tanto in tanto commettere errori di valutazione e quindi rimetterci di tasca propria. Gli americani sono abituati ai saliscendi della sorte: da pezzente a milionario e da milionario a pezzente in una ricerca spasmodica del successo a tutti i costi.
È la vecchia cultura del Far West, del più veloce a sparare, della corsa all’oro, degli spregiudicati self made men costruttori di imperi. È una cultura deprecabile perché materialista tout-court, però coloro che rischiano sanno che nessuno correrà in loro aiuto in caso di fallimento. È brutale, un volo senza paracadute, una marcia solitaria fra insidie e agguati – ricordate il drappello di cavalleggeri che attraversa territori indiani ostili? – epperò vittoria e sconfitta hanno un volto certo.

I CAPITANI CORAGGIOSI D’ITALIA
Anche in Italia abbiamo grandi creatori di imperi, che occupano le copertine di prestigiosi giornali e che suscitano l’invidia dei più. Abbiamo addirittura certi supermanager che diventano personaggi da favola gestendo e amministrando pezzi di proprietà pubblica. Solitamente sono uomini di enorme prestigio e di casa a New York come a Londra.

C’è – e scusate se è poco – una piccola insignificante miserabile differenza, una pinzillacchera, una quisquilia, come direbbe Totò. Quando questi nostrani padroni delle ferriere sbagliano, non pagano di tasca loro nemmeno una lira per quanto si voglia svalutata.

Se l’industriale nei guai è un privato, lo Stato, amorevole e generoso, corre in soccorso con cassa integrazione, con commesse extra, con leggine apposite, con i soldi cioè dei contribuenti.
Se è un manager pubblico, l’intervento soccorritore dello Stato arriva all’istante e senza bisogno di trucchi: il governo non fa altro che stanziare soldi (nostri) per ripianare il deficit, per tappare il buco.

L’economia mista, che riesce a conciliare gli interessi del singolo imprenditore con quelli della comunità, diventa una copertura per papocchi dove il misto significa mischiato, confuso, frullato in modo tale da consentire a pochi privilegiati di giocare a monopoli (e divertirsi tantissimo) coi quattrini di noi tutti.

IL CATTIVO ESEMPIO AMERICANO
Torniamo negli Usa e guardiamo più da vicino come ha fatto la Atlantic Richfield a perdere in un mese oltre 35 miliardi di lire.
Vediamo come intende riparare al danno e a chi eventualmente dovrà restituire i dollari giocati. E diciamo “giocati”, perché di questo si tratta: di scommesse.

La Arco ha ammesso che le perdite sono state registrate in un Fondo della società che da tempo utilizzava i derivati dei tassi di interesse. Il Money Market Plus Fund però si è inceppato e ad aprile ha subito una perdita del 5,29%. Sono i rischi che si corrono con gli hedge-funds. Rischi che negli ultimi tempi si son fatti più gravi perché si profila un crollo generalizzato. E non è più soltanto l’Umanità a parlare della Spada di Damocle della bolla speculativa pronta ad esplodere come una gigantesca Bomba H finanziaria.

L’attuale ministro del Tesoro, Lamberto Dini, probabilmente dovrà cambiare idea a proposito dei derivati. Alla fine di aprile, uscendo dalla riunione G-10, dichiarò: «Non vedo alcun bisogno di aumentare le regolamentazioni dei mercati dei prodotti derivati».

È trascorso poco più di un mese ma tante cose sono successe: il Congresso Usa sta valutando seriamente l’opportunità di mettere un freno alla speculazione fondata sugli hedge-funds, le Banche centrali avvertono il rischio di sbalzi improvvisi causati da operazioni alla Soros (che in poche ore guadagnò un miliardo di dollari scommettendo sulle oscillazioni della sterlina e colpendo la lira) e gli strateghi del villaggio globale vedono con timore l’esistenza di “variabili” che nessuno è in grado di controllare.

L’esempio della società Arco è fortemente indicativo. Il miraggio di guadagnare cifre enormi scommettendo sui derivati può attirare chiunque e la batosta può colpire anche consolidate società.

Albert Greenstein, portavoce Atlantic, ha ammesso che i soldi usati per la scommessa erano stati prelevati dal fondo risparmi dei dipendenti. Ma ha subito aggiunto due cose: che i dipendenti saranno rimborsati e che Arco rinuncerà ai derivati.
Come disse il cafone: «Una volta sola mi puoi fregare…», così la compagnia petrolifera statunitense ha scoperto che è pericoloso giocare con il fuoco.

In America, dunque, si comincia a prendere coscienza della mela avvelenata e siamo certi che troveranno il modo di assicurarsi un antidoto efficace.
Siamo certi anche di un’altra cosa: si verificherà ciò che sempre succede per le mode made in Usa. Quando Oltreoceano cominciano ad affievolirsi, o vengono sostituite da altre mode, qui in Italia diventano il top del top. Arriviamo costantemente in ritardo: il gap non è soltanto tecnologico.

MONTANELLI SI DISTRAE
Ce ne dà ampia prova Marcello Zacché il quale, su la Voce di ieri mattina ha stilato una lunga nota a favore degli hedge-funds.

Molto abilmente il difensore d’ufficio della cosiddetta “finanza alternativa” ha precisato che gli hedge di cui s’è messo a cantare le lodi non c’entrano per niente con quelli di Soros & co.

Citiamo testualmente: «L’obiettivo dei gestori hedge è di garantire ai sottoscrittori un rendimento costante nel tempo…» e, rassicurante come una vecchia zia, continua in un gioco d’equilibrio fra i “buoni” e i “cattivi”.
Alla fine del soffietto scrive: «Anche gli italiani possono acquistare quote dei fondi hedge…» e fornisce con tono molto professionale un paio di indicazioni e un nominativo con tanto di indirizzo.

Indro Montanelli aveva promesso di fare un giornale al servizio del lettore e non di una banca svizzera. Ma anche i vecchi saggi debbono mangiare e il digiuno non s’addice al combattente. Oppure, il megadirettore non si spulcia il giornale come soleva fare da giovane e perciò non ha avuto modo di bacchettare il cronista che invece di un epitaffio ha tracciato un panegirico.

E vero che l’hedging è un’operazione finanziaria inventata per proteggersi dalle oscillazioni di una valuta o di una materia prima (e qui entrano in ballo anche i conti merci bancari, dei quali abbiamo più volte parlato), ma è anche vero che sono oggi mostruosi supercomputer a giocare velocemente sulle oscillazioni, che le oscillazioni si possono causare artificialmente spostando masse di denaro da un fronte all’altro e che nessuno può garantire un “rendimento costante”.

E se qualcuno lo afferma fa come i ciarlatani che irridono i colleghi accusandoli di imbrogliare il prossimo e invitano il villico nella propria tenda.
Giuseppe Spezzaferro

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