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di Sorrentino e della Fiat

La grande bellezza
di Sorrentino e della Fiat

Su Canale 5 è andato in onda il film di Paolo Sorrentino “La grande bellezza”. L’avevo visto l’anno scorso e l’avevo giudicato noioso con qualche sprazzo di vita. Adesso ha vinto un Oscar e perciò è diventato un grande film.
Resto del parere che la cosa migliore in assoluto sia la citazione che introduce la pellicola. Sono frasi tratte dal romanzo del 1932 “Voyage a bout de la nuit” di Louis-Ferdinand Céline:
«Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita».
Il Littré è stato alla fine dell’Ottocento il più importante dizionario francese ed è perciò del tutto scoperto lo sfottò ad opera dello scrittore medico dei poveri.

Anche Sorrentino si cimenta nello sfottò e, a tratti, l’indovina.

Per ragioni anagrafiche mi sento fortemente solidale con il protagonista sessantacinquenne, che dice: «Non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare».
E l’applaudo ridendo quando sbugiarda la solita compagna femminista intellettuale che si vanta giocando sull’altrui acquiescenza e/o stanchezza. Chi frequenta o abbia frequentato salotti e terrazze à la page ha esperienza di incontri con donne che te la danno come ricompensa degli ohhhh! e degli ahhhh! lanciati con convinta ammirazione a racconti bugiardamente autobiografici.

Il turista giapponese che muore fotografando Roma? Vedo la scena come una traduzione contemporanea della sindrome di Stendhal, lo scrittore francese dell’Ottocento che confessò di essere stato per morire davanti alle meraviglie di Firenze, Roma e Napoli. Ma forse esagero. Quella sindrome non c’entra e invece c’entra Fellini onirico. Non lo so. Tra l’altro non sono un critico cinematografico e perciò non vado oltre.

Ciò che mi ha sorpreso è stato lo spot della Fiat, interpretato da Sorrentino, che proclama la “grande bellezza della 500”.
So quanto durino in genere le contrattazioni per le sponsorizzazioni commerciali. L’azienda contatta il testimonial. Si discute un po’ per trovare l’accordo sul compenso. Si litiga sul testo, sulle immagini, sul montaggio, sulla voce dello spot. Poi si programma la messa in onda.

La Fiat ha realizzato in poche ore ciò che di solito richiede mesi?
Sorrentino ha girato lo spot settimane fa immaginando di mandarlo in onda dopo l’Oscar?
La Fiat, cioè Sergio Marchionne numero uno del Gruppo FCA, Fiat Chrysler Automobiles, aveva previsto che Sorrentino avrebbe vinto l’Oscar?

Se non sapessi che gli americani sono campioni di onestà, accuserei i “poteri forti”, cioè Marchionne, di aver “parlato” ai seimila giudici membri dell’Academy e di averne “convinto” un numero sufficiente ad assicurare la preziosa statuetta a Sorrentino.

Un’altra spiegazione è il caso.
È un caso che Sorrentino abbia fatto da testimonial alla Fiat 500.
È un caso che Sorrentino abbia vinto l’Oscar.
È un caso che la messa in onda del film su Canale 5 sia stata accompagnata dallo spot Fiat.
Giuseppe Spezzaferro

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