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Viaggiando con Céline

Di Louis-Ferdinand Céline s’è dovuta obtorto collo occupare la critica, dati i profondi legami che intercorrono fra lo scrittore francese e buona parte degli scrittori più importanti degli ultimi anni. Scrittori del calibro di Miller o di Kerouac. Ciononostante, i giudizi emessi sono stati troppo influenzati dalla collocazione politico-ideologica dello scrittore francese.
Noi, qui, non intendiamo affatto aggiungere la nostra voce al coro già ricco di tanti autorevoli “solisti”. Intendiamo più semplicemente raccontare delle impressioni ai lettori di Céline: coloro che non l’hanno letto non potranno purtroppo capirne molto. Con loro ci scusiamo, nella speranza che le note seguenti li spingano alla scoperta di uno scrittore che ha in sé assunto tutti i mali di questa nostra disgraziata epoca. Purificandoli a suo modo!

IL VOYAGE
Non potendo assolutamente occupare uno spazio spropositato, ci limitiamo, questa volta, a tenere come base per il nostro itinerario solamente “Viaggio al termine della notte”; riservandoci di continuare in futuro ad esaurire l’intera opera céliniana. Ed è con lo sguardo acutamente puntato proprio sul mondo intorno che Céline commenta: «Perchè un’idea possa fare un giro nel cervello di un coglione, occorre che gli capitino molte cose e molto crudeli».

L’amarezza di una tale considerazione è penetrante come un vento gelido in una capanna di paglia; essa esprime tutta la dolorosa verità dello scadimento di una società umana al limite dell’abbrutimento. Perciò non debbono sopravvivere sdolcinature letterarie o favole pietose: le parole sono fatte di sangue e di carne, ma non sono terribili. «Di terribile in noi e sulla terra e in cielo forse c’è soltanto quello che ancora non è stato detto. Non si sarà tranquilli se non quando tutto sarà stato detto, una volta per sempre, allora finalmente si farà silenzio e non si avrà più paura di stare zitti».
Per questo, per poter conquistare il silenzio, le vicende del Voyage diventano più vere della verità ed i personaggi si stagliano come precisi punti di riferimento, pur non restando privi della loro intima e circoscritta dolorosa individualità. Così gli studenti che Céline osserva non appartengono ai soliti canoni di una certa “tradizione”. Quegli studenti sono invecchiati anzitempo in quanto proiettati a forza nella vita-professione-produzione.
Se pure sono ricchi, lo sono di stupidaggini colte, non riuscendo mai ad avere un collegamento puntuale con una cultura alla quale pure dovrebbero attingere in maniera privilegiata. Allora sì che la cultura subisce un impoverimento ed una degenerazione, quando non viene più vissuta dall’interno in un processo rigeneratore e vivificante.

A CINEMA CON CÉLINE
Instancabile, l’occhio ferma le immagini in schizzi prepotenti incisi sulla carta, quasi fiumi corrosivi di acidi sopra gigantesche lastre di rame. Tratteggi che scavano senza posa, fino a saturazione. E viene il momento in cui quell’occhio si ferma sul cinema.

Il cinema vende pause nell’angoscia; regala sogni facili anche a chi non ha fantasia. Esso aiuta a raccogliere le forze per poter proseguire; non è che una illusione che garantisce altre illusioni. Céline è spietato al riguardo: non piglia menomamente in considerazione il valore “artistico-culturale” del cinema. I pazzi che frequentano le sale cinematografiche nel Voyage sono gli stessi spettatori che le affollano oggi; con la differenza che questi non vedono il medesimo film più volte. Si divertono, però, allo stesso modo di quelli, andando a vedere tutti i film che solo all’apparenza si presentano diversi. Cambiano gli attori – e non sempre – e perfino le storie qualche volta cambiano, ma la sostanza dello spettacolo non muta di un’acca. Il film offre il regalo della pausa. Una pausa della quale si avverte un bisogno sempre maggiore, perché l’angoscia attanaglia anche le coscienze più misere ed immiserite.

LA PAUSA TV
Alla stessa logica – noi sappiamo – s’appoggia il successo televisivo. Anzi, la televisione ne è, quasi in assoluto, la sublimazione consumistica: essa offre il regalo della pausa a domicilio e per giunta pluriquotidiana!

Le azioni del giorno si raccolgono e si raggruppano in insiemi separati dalle pause televisive. Ordinatamente questo meccanismo funziona ad intervalli fino alla sera; fino alla grande pausa che concilia il sonno ed allontana l’angoscia. Impedisce a chi soffre di sentire la propria sofferenza.

Il teleschermo finisce con l’impedire agli “utenti” addirittura di conservare la sensibilità a soffrire. Nonostante ciò, nonostante un avvilente appiattimento, Céline ci ricorda che l’entusiasmo è sempre in agguato, pronto ad impossessarsi di tutto e di tutti in una girandola fiammeggiante nella quale tanti stupidi riti si bruceranno e si consumeranno per sempre.

Le immagini di una sfilata, le quali ci portano all’udito, intatti e sonori, i tamburi rullanti, fanno il miracolo. Come altre immagini simili, nelle quali l’entusiasmo prorompe nel Voyage con uno strano effetto contagioso, quella sfilata è “magica”.
Sono momenti che illuminano di una luce calda e consolatrice gli angoli nei quali sembrava prevalere l’angoscia del nulla. Quella notte che deve terminare non potrebbe essere una notte nordica? Una luminosa notte polare?

LA SOFFERENZA DI CÉLINE
L’entusiasmo svanisce. Tenacemente persiste “aristocratico” l’intimo pudore a parlare del proprio dolore in prima persona. Intorno a lui si ammucchiano come cadaveri di una pestilenza da Apocalisse gli innumerevoli segni di innumerevoli tragedie e Céline pretende di fare da spettatore. Non vuole sollecitare facili e comodi – e perciò sterili – moti di pietà, cosicché la sua sofferenza si erge in una statura senza dimensioni; invece di scomparire sotto tante macerie.
«Tutto diventa piacevole quando si ha per scopo soltanto di starsene insieme, ché allora ci si sente liberi. Si dimentica la vita, ossia le cose del denaro».

Soltanto una mente malata di mediocrità riesce a vedere in queste parole un’esigenza di “riflusso” o di “rifugio nel privato”. Ben più profondamente si ha, fatta in assunzione di responsabilità cosciente, la dichiarazione di fede nella validità dell’Uomo ed il rifiuto sdegnato del denaro in quanto mito disumanizzante. Il denaro come strumento serve, eccome! «La verità non è commestibile»: afferma, sia pure a mezza voce, Céline. E, verità finale, compare la Morte.
«La maggior parte della gente muore soltanto all’ultimo momento, altri invece cominciano e se la pigliano vent’anni prima e anche di più. Sono i disgraziati di questo mondo!».

Si ha paura della morte perché «quando non s’ha fantasia, morire poco conta, ma quando se ne ha, morire è troppo». E la religione non è altro che una delle tante strutture fra le quali si cammina come sonnambuli: qualche prete continua ad esistere per inerzia. Privo affatto di afflati mistici, il prete giustifica con la sua presenza ostinata un bisogno avvertito ancora da parecchia gente. Ma per molti il posto del confessore è stato occupato dallo psicanalista e l’inginocchiatoio dal lettino in tubolare.

LA DONNA
«L’amore è l’infinito messo alla portata dei cani». Nel vetrino posto sotto la lente impietosa del microscopio viene esaminata la donna, anzi, le donne. Svestite di ogni orpello romantico, di ogni borghese “passione”, di ogni sentimento “nobile”, le donne di Céline sono ridotte allo stretto indispensabile: il sesso riconduce immediatamente a se stessi. È la fine del rapporto a due. La giostra interminabile continua: oltre le luci non c’è che il dolore e dentro le luci sopravvive l’angoscia. Ma la giostra va, per suo conto.

Gli uomini camminano spinti dall’egoismo – ricorda impassibile Céline – e si parlano per dire ciascuno il suo, disinteressandosi dell’altro. Inutili i tentativi goffi e crudeli che si fanno per uscire finalmente dalle prigioni desolate e puteolenti della realtà; tentativi esperiti con l’acqua alla gola e che trovano nel delitto ultimo una sofferta attuazione. Tutto viene messo in opera affinché la fine violenta di un rapporto possa assicurare la necessaria libertà d’azione per il futuro.

LA SCIENZA
Ricco di una conoscenza operante, Céline resta fermo, immobile, inchiodato alla propria curiosità. Non è mai sazio di osservare e di scarnificare, salvo poi a pentirsi per averlo fatto e per essersi lasciato coinvolgere. Soprattutto nel momento in cui egli riafferma la propria fondamentale incredulità nei confronti della “scienza” e della società, che all’insegna di quella si sviluppa, nonché il proprio inveterato scetticismo riguardo alla gente che si lamenta e che vive per lamentarsi e che nel lamento vive, egli denuncia la menzogna, l’inganno, l’ipocrisia. E, siccome oltre l’ipocrita menzognero inganno non c’è altro, senza di ciò tutto crollerebbe senza rimedio!
Céline Orientamenti

LA VITA E LA CATTIVERIA
È facile concludere che correggere, aiutare, partecipare, consolare significherebbe in definitiva l’inganno del proprio egoismo: ingannando se stesso si riesce a tirare avanti senza sentirsi un verme.
Sono i più deboli quelli che debbono sopportare il peso maggiore e fra i più deboli sono i bambini. Essi sono le vittime designate: fortunati quelli che non crescono abbastanza per diventare come gli altri; la morte li salva in tempo. La morte li strappa dalle grinfie di un destino di inevitabili sozzure. Eppure non c’è il malvagio – e non solo nel cosmo di Céline -, ma il cattivo.

La cattiveria – non la malvagità, in un certo qual modo nobile – è “qualità” di una umanità incapace di sollevarsi dal putrido pantano nel quale sguazza e si voltola. Una cattiveria accuratamente ricoperta di furbizia: ecco lo squallore. Gli uni guardinghi nei confronti degli altri perché ciascuno vede l’altro come se stesso e quindi sa che è cattivo e furbo. Non c’è scampo dalla cattiveria.
È impossibile che l’altro creda in una tua manifestazione di generosità: egli sa che non sarà mai tanto generoso o che lo sarà solo a certe condizioni. Allora, eccolo lì che ti scruta, ti guarda con circospezione nello sforzo di capire cosa ci sia dietro quella generosità.

Senza immaginarlo. Céline ci ha fatto pure il ritratto dei cultori della scienza più di moda di questi tempi: la dietrologia.
Ecco. Il “Viaggio” è finito, è arrivato al termine della notte. A noi resta il rimpianto di non avere la possibilità di viaggiare ancora con un tale uomo e la condanna a viaggiare con gente con la quale si va «d’accordo a furia di indifferenza».
Giuseppe La Carnale

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