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Politici seppelliti dalle risate

«Un risata vi seppellirà». Attenti, voi nel Palazzo, alla profezia (di Bakunin?). Vanno forte i programmi televisivi, tipo “Le Iene” e “Striscia la notizia”, che denunciano pubbliche storture e private disonestà, “rubando” il mestiere ai giornalisti. Alla crescente sfiducia che gli Italiani nutrono nei confronti della politica (e delle Istituzioni), si affiancano disprezzo e derisione per i professionisti dell’informazione.
Sul bus mi capita di sentir dire: «A furia di interventi ha la faccia di plastica», «Si concentra sul tono della voce e non capisce quello che legge», «Sono tutti leccaculi pieni di soldi», «Se ne fregano della gente». I mezzibusti non piacciono affatto. I giudizi che sento cambiano di poco se si tratta di un maschio, di una femmina o di un transgender.

Credo che “vox populi, vox Dei” sia in genere una sentenza stupida. Inoltre, la scarsa dimestichezza del teleutente con la ragione non deve servire da alibi per sbrigative scomuniche o, peggio, per lezioni sulla deriva populista/qualunquista.
È comunque un fatto che i programmi nati per far ridere godano tra il grosso pubblico della credibilità persa dai telegiornali. E gli attori comici sono più apprezzati dei politici.

LA MARCIA DEI COMICI
Fustigatori del malcostume, puntali censori della cosa pubblica, ideologi di una società senza peccati, i comici prendono applausi e, in alcuni casi, anche i voti.
Viviamo in una società che ha perso la fiducia nelle istituzioni e che si rifugia tra le accoglienti braccia del comico moralista.

Le divertenti analisi politiche di Maurizio Crozza (attore genovese) tengono ottimamente il paragone con i paludati editoriali del maître à penser superpagato. Checco Zalone (cabarettista pugliese) mette sfacciatamente alla berlina ripetitivi luoghi comuni e martellanti parole d’ordine, facendo incazzare i sacerdoti delle numerose chiese derivanti da un’unica ideologia salvifica.
Perfino Enrico Brignano (fantasista romano) azzarda di tanto in tanto penosi monologhi farciti di invettive contro i soliti noti che rubano e spadroneggiano.

Insomma, i sermoni degli attori che fanno ridere sono più apprezzati dei pistolotti che risuonano da un talk-show ad un salotto tv, rimbalzando da… porta a porta.

Di questo passo, il comico Beppe Grillo dovrà vedersela presto con un’agguerrita concorrenza. Se è vero che il riso fa buon sangue, staremo tutti meglio in salute assistendo agli spassosi scambi di battute a Montecitorio tra i comici eletti (dal popolo).
A chi ha lo scandalo facile, ricordo che nel corso della storia non sempre è andata male agli autori satirici. E cito Marco Valerio Marziale a mo’ d’esempio.
Vissuto a Roma circa duemila anni fa, scrisse epigrammi di fuoco, avendone in cambio onori e privilegi. L’imperatore Tito, figlio e fratello di imperatori (successe al padre Vespasiano e gli successe il fratello Domiziano) premiò Marziale dandogli gli stessi privilegi che avevano i padri con almeno tre figli (jus trium liberorum).

Niente di paragonabile con ciò che ottengono oggi gli epigrammisti televisivi? Non lo so, ma si deve tener conto del fatto che, all’epoca, Marziale non era sposato e di figli non ne aveva neanche uno.
Morto Tito, l’imperatore Domiziano «gli concedette il titolo di tribuno militare» come scrive Arturo Caponetto (Marziale; Garzanti, 1984) precisando che «comportava l’iscrizione all’albo dei cavalieri». Un bel salto per il figlio della piccola città di Bilbili, nella Spagna tarragonese, che ora aveva anche una casa a Roma sul Quirinale e una villa a Nomentum, in Sabina.

ORAZIO E FORATTINI
I confini da non superare dipendono dalle persone. C’è sempre qualche intoccabile. Ne sa qualcosa Forattini.
E’ un’antica questione. Il grande Orazio, il poeta che nominò erede l’imperatore Augusto, scrisse: «Sunt quibus in satura videar nimis acer et ultra legem tendere opus…»; cioè: «Vi è chi crede che nella satira io sia troppo aggressivo e che tenda la corda oltre il limite consentito…» (la traduzione è di Mario Ramous in Orazio; Garzanti, 1987).

L’immaginazione resta al palo, al potere ci vanno i comici e una risata sta seppellendo i politici.
Giuseppe Spezzaferro

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