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Il ’68 di uno che c’era – 10

M’ero ripromesso di ignorare l’alluvione di rievocazioni e interventi che invadono stampa, radio, tv e web nel quarantennale del Sessantotto. Non volevo immergermi in un fiume tracimante che ricopre d’acqua non sempre limpida un periodo che ha subito lo stesso destino della guerra civile scoppiata in Italia nelle fasi conclusive della seconda guerra mondiale. Nella vulgata corrente si racconta che i partigiani furono soltanto i comunisti ignorando la partecipazione di cattolici, socialisti, liberali, monarchici, azionisti, repubblicani e, anche, di genuini banditi. Allo stesso modo oggi si racconta che i protagonisti in Italia della contestazione giovanile furono i compagni del Pci, di Lotta Continua, di Potere Operaio, del Movimento marxleninista, dell’Unione dei comunisti, dei trotzkisti e di tanti altri atolli dell’arcipelago rossodipinto. La verità è che il Movimento studentesco non fu tutto di Mario Capanna, nemmeno a Milano.

Valle Giulia

A dire la verità qualche correzione di rotta nel corso degli ultimi anni c’è stata. Negli scontri di Valle Giulia, per esempio, nessuno più nega la presenza fondamentale di non-compagni e, addirittura, di fascisti. Le foto di quella mattinata, infatti, mostrano quelli che stavano in prima fila e quelli che inseguivano gli uomini in divisa. A sequestrare “in nome del popolo in lotta” una jeep di questurini furono un paio di giovanotti che è corretto definire non-comunisti e esagerato chiamare fascisti. Il fatto è che quelle migliaia di giovani (più della metà studenti medi) non erano preparati alla violenza. Abituati a sciamare per le strade urlando slogan “libertari”, quei ragazzi non s’erano mai trovati in situazioni che per qualche centinaio di noi erano diventate normali: fermi, arresti, perquisizioni, manganellate eccetera ecceterone. Quando le divise cominciarono a ondeggiare (le cariche facevano davvero paura) quasi tutti se la diedero a gambe. Infagottati nei cappottoni (e convinti di non trovare resistenza) caricarono senza criterio e si trovarono di fronte giovanotti (e qualche pugilatore, ma ho detto che non faccio nomi) che invece di scappare li affrontarono. Tutto qua. I compagni si limitavano a scandire: “Ci picchiano, ci sfruttano, ci mettono in galera e questa la chiamano libertà” e indulgevano nel vittimismo. Ma a Valle Giulia i non-comunisti e i fascisti fecero la differenza. Per quanto mi riguarda, l’epopea degli scontri con le forze dell’ordine la rifiuto. L’ho già detto: è naturale che il potere usi le guardie per reprimere e perciò beccarsi un po’ di mazzate faceva parte del gioco. Alla mia età le cicatrici sul cranio e qualche osso che non s’è mai rimesso del tutto a posto non mi ispirano a cantare intrepide gesta eroiche. Non nascondo che all’epoca mi sentissi Sandokan ma già allora provavo un che di fastidio quando mi chiedevano di raccontare le zuffe. Per troppa gente era più esaltante ascoltare, chessò, come avevamo liberato a Trastevere i nostri arrestati dai carabinieri che le idee e il programma del movimento. E tranquillamente m’incazzavo.

Scalfari, il minivate

Perché sospendo l’impegno preso con me stesso di non partecipare alla saga del Quarantennale? Perché Eugenio Scalfari, che si sente tuttora inappagato quale nume tutelare del quotidiano dell’Ingegnere, s’intestardisce a rivendicare il ruolo di padre nobile della repubblica italiana. Non gli basta manovrare per spingere un politico piuttosto che un altro, un partito, una riforma, una legge oppure un ordinario dispositivo amministrativo. Con l’avanzare degli anni ha cominciato a proporsi come ermeneuta della società, esegeta vaticinante, chiosatore illuminato di italici vizi e virtù. Ho sempre letto con fastidio le sue articolesse ma non ho mai ceduto alla tentazione di imbastire polemiche per due motivi: il primo è che parecchi dei nostri lavoravano per lui (oggi qualcuno è in pensione e qualcun altro ancora ci lavora) e il secondo – non meno determinante – è che l’attacco ad un “maestro di giornalismo” da parte di un oscuro cronista è sempre interpretato come tentativo di mettersi in luce, di farsi notare, di rincorrere la notorietà. Sarei potuto entrare a gamba tesa un bel po’ di volte. Nella mia non-carriera ho attraversato numerosi piccoli giornali e mi è capitato di pubblicare qualcosa di originale. Bene, dopo qualche tempo (un paio di giorni o un paio di mesi) “Ripubblica” schiaffava in pagina la stessa cosa evitando di citare la fonte. Vabbè. Supero l’imbarazzo per questa scivolata nel circolo delle primedonne, e vengo al sodo. Scalfari ha sostenuto che il vero Sessantotto accade l’anno dopo (lotte sindacali etc.). Forse l’anno gli sta antipatico perché gli ricorda un infortunio: aveva raccontato di un golpe (il cosiddetto Piano Solo del generale De Lorenzo) e per evitare la condanna (mi pare un anno e mezzo) si fece eleggere deputato dal Psi insieme con il collega Jannuzzi. Gli accadimenti personali hanno peso anche per le menti illuminate e basti questo accenno. Comunque ha ragione: il ’68 non è nato quell’anno, bensì nel Sessantasei. E qui faccio un altro strappo. Racconto, cioè, fatti che non ho vissuto in prima persona perché ero un liceale di Salerno in trasferta a Roma un paio di volte al mese per una storia d’amore (e per andare al Piper).

I deputati universitari

Negli anni mussoliniani gli universitari di ciascun ateneo si aggregavano nel Guf (Gruppo universitario fascista). Dai Guf è uscita gran parte della classe dirigente che ci ha governato dal dopoguerra a oggi. E proprio alla fine del secondo conflitto mondiale fu inventato l’Unuri (Unione nazionale universitaria rappresentativa italiana) che riprendeva gli schemi guffini ma con l’introduzione di libere e democratiche elezioni. Come nei Guf, così nell’Unuri molti politici hanno cominciato la loro carriera. Faccio un nome per tutti, anzi due: Benedetto Craxi e Giacinto Pannella. Le regole della democrazia rappresentativa portarono all’istituzione di un parlamento copia conforme di quello nazionale. Si formavano liste che si richiamavano più o meno direttamente ai partiti che sedevano in Parlamento e si radicavano rappresentanti che al pari dei “grandi” (per età) erano eletti ad ogni tornata. Ciascun parlamentino (a Roma c’era l’Orur- Organismo rappresentativo universitario romano) mandava propri “deputati” nell’Unuri. Cito le sigle dell’epoca legate ai partiti: L’Ugi (Unione goliardica italiana – Pci); Agi (Associazione goliardica italiana – Pli); Intesa universitaria (Dc); Fuan (Fronte universitario di azione nazionale – Msi).

Ad un certo momento (non so quando) i “deputati” delle diverse liste trovarono conveniente litigare di giorno e (accade anche nelle istituzioni nazionali e locali) fare accordi di notte. Forse è uno dei motivi per cui la percentuale degli elettori s’aggirava sul 10% degli aventi diritto. Gli iscritti all’università erano (come nel ’68 e a maggior ragione oggi) interessati più alla macchina, alla moto, alle feste, alla carriera che a partecipare alla vita politica. Quando qualche anno fa, Panorama (mi pare) scrisse che c’era il “riflusso al privato” perché alle elezioni universitarie aveva partecipato il 10% degli studenti, provai a spiegare che era sempre stato così. A muoversi sono sempre in pochi. La massa non partecipa. I cortei del ’68 erano affollati perché c’erano gli studenti medi che coglievano l’occasione per non andare a scuola. Per di più non sfilavano tutti: molti ne approfittavano per andarsene a spasso punto e basta. Se a Roma tutti gli studenti – medi e universitari – fossero scesi in piazza, i cortei sarebbero stati lunghi da Termini fino a Piazza del Popolo. E’ ovvio che è impossibile una partecipazione così totale. Alle elezioni la gente ha preso l’abitudine di andare alle urne in percentuali “bulgare” perché un tempo chi non votava si trovava sul certificato di buona condotta la dicitura “Non ha votato”. In vaste zone del Sud e in molti paesini del Nord, la gente era convinta che c’era perfino l’arresto per chi non votava. Su questo ho sempre invitato gli “esperti” a farci mente locale per fare analisi più aderenti alla realtà.

Morte alla Sapienza

Nel 1966 c’era un governo Moro (Dc, Psi, Psdi e Pri) quando alla Sapienza si fecero le elezioni. La gestione spudorata delle urne fece incazzare gli studenti del gruppo che si richiamava a Randolfo Pacciardi e quelli del Fuan-Caravella. A Roma cioè c’erano universitari che si spiravano alla Nuova Repubblica e altri che, sia pure missini, avevano conquistato con la dicitura aggiuntiva (Caravella) autonomia piena dal partito di riferimento e dal Fuan nazionale. Questi ragazzi (con molti dei quali dal 1968 in poi ho fatto politica) cercarono di bloccare i brogli che i soliti “deputati” combinavano per conservarsi le posizioni di privilegio acquisite e continuare a gestire i soldi. C’era, infatti, di mezzo anche una questione di quattrini: l’Orur amministrava fondi per circa 60 milioni di lire. Cifra di tutto rispetto in quegli anni (e per uno squattrinato anche oggi). Scoppiarono incidenti (conosco la dinamica attraverso racconti di fonti diverse, ma non ho un racconto sicuro da fare) e volarono sganassoni. Uno studente (Paolo Rossi) salito sul muretto del rettorato cadde e morì. Fu un incidente, ma venne addossata la colpa ai fascisti. L’università venne occupata. Il rettore chiamò la polizia. Fatto straordinario, assai: negli atenei all’epoca le forze dell’ordine non ci mettevano piede senza un regolare… invito.

A metà del 1966, dunque, a Roma scoppiò l’incendio. E tutto cominciò in quelle giornate.

Giuseppe Spezzaferro
(Puccio Borbonico)

Foto : Mario Capanna

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2 commenti

  1. Finalmente l’89 !!! (il sessantotto rovesciato…che potrebbe pure essere il titolo dell’operazione revisionista…) Bravo:soffice come un marshmallow,amaro come un lampascione e sorprendente come un chicco di pietra nel risotto ! voglio leggerlo e gustarmelo con calma,quindi lo cellulosizzo(mi sembrava poca ed ordinaria cosa dire, lo stampo…) e ti riferisco la sensazione on the second thoughts,qualificandolo già da ora,come lettura da brandy,senza cursori che lampeggiano sulle palle degli occhi…Ma secondo me,tutto ha avuto inizio, assaggiando una qualche madeleine,anche per te……

    Ps: Abolire le reticenze,ti collocherebbe agli albori del travaglianesimo,qualificandoti come fonte persino esente dai rigori sistematici del “Rerum italicarum scriptores”,Demiurgo della metamorfosi della cronaca,insomma, potrebbe fare di te lo Storico del passato prossimo,più prolifico e ricattatorio di tutti gli archivi di Malaparte messi insieme,e senza Costanzo tra le palle,per giunta…sù, allez ,più coraggio,più spregiudicatezza(magari in un link a pagamento per i nomi,o in un pamphlet anonimo tipo “Via col vento in Vaticano” recapitato agli abbonati…..) altrimenti te lo ritrovi su La Repubblica firmato da Storace…

    Antonello

  2. Ho letto con grande interesse le prime 10 puntate della rivisitazione del Sessantotto, ritrovando sensazioni e sogni che mi appartennero e che, certamente, non furono figlie solo di quel momento storico, anzi -potremmo dire- nascono da un modo di essere e di porsi nei confronti del mondo che ha radici antiche. Nulla accade nel mondo di realmente nuovo, tutto -anche se rinnovato nella forma- si ispira e deriva da idee eterne.
    Il mio personale Sessantotto, il mio “ribellarmi al mondo borghese”, non aveva il sapore di una rivolta generazionale, anzi mi sentivo molto vicino ai nostri padri che -bruciando la propria gioventù, talvolta la vita- avevano scelto dopo il famigerato 8 settembre la strada dell’onore e del sacrificio, anche quando sarebbe stato facile (e per milioni di italiani lo è stato) cambiare bandiera approfittando della confusione generale in cui era caduta la nazione.
    I nostri padri, mio padre, non fecero quella scelta facile e ne patirono amare conseguenze. Di questo ero e sono fiero; quindi perché ritenere la mia scelta una rivolta generazionale? Nient’affatto! Cercavo in quegl’anni semplicemente di combattere l’omologazione borghese che appiattiva le nostre coscienze e lo strapotere marxista che dettava legge nelle analisi socio-culturali.
    Il Sessantotto fu una meteora improvvisa ed imprevedibile, un tram che per caso passava sulla nostra strada, un’occasione che avremmo potuto sfruttare per realizzare un sogno antico.
    Non ce l’abbiamo fatta a prendere quel tram. Ma le nostre idee erano allora e restano oggi sempre le stesse. Quelle dei nostri padri. Purtroppo sono sempre quelle perdenti. Chissà?! Sarà il nostro destino!
    L’unico vero problema è che 40 anni fa non solo eravamo più giovani e più idealisti, ma eravamo anche un gruppo umano compatto. Oggi siamo solo cani sciolti e senza bussola.
    Allora, a che serve rammentare la nostra balda gioventù? A spronarci a rimboccare le maniche o a continuare a commiserarci?
    Ai posteri l’ardua sentenza.

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