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Ma non lo vuole abolire?

Renzi s’appella al Senato
Ma non lo vuole abolire?

Con un voto a sorpresa la Camera dei deputati ha votato una norma che fa pagare il conto ai magistrati che sbagliano. Spuntate le unghie a Berlusconi, è diventato più agevole tentare di ristabilire l’equilibrio, previsto dalla Costituzione, tra potere politico e ordine giudiziario, tant’è che il voto di Montecitorio ha avuto l’apporto clandestino di una fetta di deputati del Pd.
Da Pechino, il presidente del Consiglio ha fatto sapere che tutto sarà rimesso a posto dal Senato.
Matteo Renzi, dunque, riconosce che i senatori una qualche utilità ce l’hanno. Se il Senato fosse già stato abolito, chi avrebbe potuto “correggere” il voto della Camera?

Non sottolineo la contraddizione per farne un atto d’accusa contro Renzi. È noto che a lui importi poco d’essere coerente; e nemmeno agli italiani, tant’è che l’hanno riempito di voti. L’ennesima incoerenza dell’unto dal popolo la cito per ricordare che l’abolizione pura e semplice del Senato sarebbe un risparmio di quattrini ma provocherebbe non poche disfunzioni.

Quand’ero ragazzino e militavo nella Giovane Italia, l’organizzazione giovanile del Movimento sociale italiano, ero solito attaccare il Parlamento rimarcando che Camera e Senato costituivano un inutile doppione.
Mantenere a spese del popolo un migliaio di parlamentari distribuiti tra Montecitorio e Palazzo Madama era uno spreco di quattrini.

Ovviamente era l’intero sistema parlamentare che, avendone il potere, avrei volentieri abolito. Giudicavo il Parlamento come espressione di una brutta democrazia per cui il voto di una persona attenta agli accadimenti della politica, in modo da poter fare una scelta consapevole, fosse uguale al voto di un ignorante. A dirla tutta, ancora oggi non ho risolto l’equazione, ma questa è un’altra storia.

Era vero allora, com’è vero oggi, che far rimbalzare una legge dalla Camera al Senato e viceversa non fosse cosa buona. Si può dare, però, ad una sola assemblea il potere di legiferare soltanto se regolamentata in modo tale da impedire storture quali i cosiddetti franchi tiratori.

Ma c’è di più. La Costituzione stabilisce che l’eletto non abbia vincoli di mandato. Significa che uno diventa deputato o senatore con i voti del partito, che l’ha candidato, e può poi passare ad un altro partito o fondarne uno proprio, senza perdere il posto in Parlamento. Significa che nessuno può togliere il cadreghino a uno che è stato eletto promettendo una legge contro i preti e che poi si è messo d’accordo con il Vaticano.

Chi è eletto non deve rendere conto a nessuno se non alla propria coscienza. Un bel principio, adatto ad una società di persone perbene. Siccome avere una coscienza è, oggi, un privilegio di pochissime persone, ne consegue che in Parlamento la coscienza sia un bene rarissimo.

L’episodio di Matteo Renzi, il quale s’affida al Senato, che lui vuole abolire, per rimettere in riga il Pd, accende i riflettori non soltanto sull’incoerenza di Renzi, quanto e soprattutto sulla necessità di fare una riforma del Parlamento tale da assicurarne un corretto funzionamento. E si potrebbe cominciare istituendo il vincolo di mandato.
Giuseppe Spezzaferro

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