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i consumi calano e il fisco ci strozza

Unione petrolifera: le raffinerie chiudono
i consumi calano e il fisco ci strozza

Interventi urgenti per sostenere la raffinazione, razionalizzazione del sistema distributivo e revisione delle politiche fiscali, che hanno avuto un impatto iniquo recessivo sulla nostra economia. Sono questi i punti principali elencati oggi a Roma dal presidente dell’Unione petrolifera (Up) Alessandro Gilotti, nel corso dell’Assemblea annuale.
«La domanda mondiale di energia – ha premesso Gilotti – è destinata ad aumentare del 33% nei prossimi due decenni e, nonostante tutto, il petrolio rimarrà fondamentale nel coprire tale fabbisogno: resterà la prima fonte almeno fino al 2035, con una quota in leggero calo percentuale (dal 31 al 27%), ma in aumento in valore assoluto (+13,5%)».
Per almeno un ventennio i trasporti non potranno ancora fare a meno dei carburanti di origine fossile, «in attesa – ha sottolineato il presidente Up – di un valido sviluppo delle alimentazioni alternative (elettriche, ibride, idrogeno, ecc.) che, nello stesso arco di tempo, potranno arrivare a coprire una quota del 14%».

Nei prossimi vent’anni, inoltre, circoleranno 1,7 miliardi di veicoli, soprattutto per il contributo di Paesi come Cina e India che insieme contano circa 3 miliardi di persone, cioè il 36% della popolazione mondiale, e la cui richiesta di mobilità privata aumenta rapidamente in linea con le attese di crescita economica.

LE RAFFINERIE CHIUDONO
In Europa la crisi ha colpito duro. Negli ultimi cinque anni, ha fatto presente Gilotti, hanno chiuso 18 raffinerie, pari a una capacità di 1,8 milioni barili/giorno, di cui circa il 70% concentrato in Nord Europa. «La raffinazione – ha poi spiegato – è un’industria ad alto consumo di energia che incide per il 30% sui costi operativi, con un pesante impatto sui margini che in Mediterraneo non sono remunerativi dal 2008 e che negli anni sono peggiorati».

L’Italia sta peggio di tutti. Il settore del downstream (raffinazione, deposito, trasporto, distribuzione e commercializzazione) ha registrato, nell’ultimo triennio, perdite pari a 4 miliardi di euro che salgono a 7 miliardi dal 2009. Oggi operano 12 delle 16 raffinerie presenti nel 2008, con riduzione di oltre il 14% della capacità di raffinazione e con migliaia di posti di lavoro in meno. E questi 12 impianti lavorano intorno a un tasso del 70% della loro capacità.
«In queste condizioni – ha rimarcato il presidente Gilotti – il sistema non è più sostenibile».

Secondo uno studio che l’Up ha affidato ad una società internazionale di analisi, la Ihs, entro il 2020 l’industria petrolifera spenderà circa 7 miliardi di euro (di cui 4 miliardi di costi operativi) per la sola legislazione vigente, mentre altri 3 miliardi serviranno per quella in discussione (ad esempio, la direttiva sulla qualità dei prodotti o sull’efficienza energetica). A questi vanno aggiunti altri 1,5 miliardi di euro che sono un costo esclusivo italiano, dovuto ai ritardi e alle inefficienze della burocrazia, nonché ad una legislazione che spesso è recepita in senso ancora più restrittivo rispetto agli indirizzi europei.

NUOVA POLITICA UE
«Il prossimo semestre europeo di presidenza italiana – ha continuato il presidente dell’Unione petrolifera – è perciò un’occasione da non perdere per portare in Europa un approccio più pragmatico e meno ideologico nella fissazione dei futuri impegni su clima‐energia».
Se il resto del mondo non s’impegna, ha detto Gilotti, «è inutile ed autolesionistico che l’Europa persegua da sola nuovi e più ambiziosi target che, tra l’altro, avrebbero un impatto trascurabile sulle emissioni totali, con un costo molto elevato e che inevitabilmente penalizzerebbero l’industria petrolifera e tutto il sistema industriale nel suo complesso».

Sulla crisi dei consumi ha gravato molto il fisco che, ha ricordato Gilotti, ha colpito in particolare l’auto e i carburanti, con effetti iniqui e recessivi e senza alcun vantaggio per le casse dello Stato che nel 2013 hanno visto ridursi di oltre un miliardo di euro le entrate derivanti da accise e Iva sui carburanti.
Il presidente Up ha poi accennato al taglio degli impianti di distribuzione. Uno studio Nomisma, infatti, prevede che i primi benefici si comincerebbero ad avere riducendo la rete dagli attuali 23 mila punti vendita a 19 mila, mentre l’obiettivo ottimale sarebbe di 15 mila.

«Ridurre il numero di punti vendita – ha detto Gilotti – mi sembra ormai un obiettivo condiviso da molti, ma per farlo occorrono misure cogenti che impediscano l’aggiramento delle norme nazionali con deroghe locali, soprattutto per quanto riguarda la chiusura degli impianti che non rispondono alle norme sulla sicurezza stradale e che spesso i Comuni tollerano».

LA RICETTA UP
In una situazione di crisi oggettiva del settore, anche la categoria dei gestori è in uno stato di sofferenza per il crollo dei consumi e per i costi che dovranno comunque essere sostenuti. Secondo l’Up, «la risposta alle difficoltà della categoria non possano trovarsi nelle vecchie logiche di tipo sindacale. Occorre avere la forza e il coraggio di innovare e di introdurre nel sistema nuove forme contrattuali e gestionali che prendano atto della mutata situazione di mercato, sempre più concorrenziale, in analogia con quanto avviene negli altri Paesi europei»
La ricetta, secondo il presidente Up, è la seguente: alleggerire i costi energetici che incidono in maniera sensibile sulla gestione sulla raffinazione, facilitare i finanziamenti strutturali attraverso contratti di sviluppo, accesso agli aiuti di Stato per investimenti ambientali in linea con la nuova direttiva Ue, per riequilibrare parzialmente le distorsioni competitive con i Paesi extra‐Ue, semplificare le procedure in materia di bonifiche per sbloccare i progetti in corso e minimizzare i costi di uscita per coloro che saranno costretti a dismettere l’attività di lavorazione e/o trasformarsi in polo logistico.

L’Up chiama in causa direttamente il governo Renzi. E credo che la risposta arriverà a stretto giro di posta (come si diceva una volta).
Giuseppe Spezzaferro

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