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la guerra sui muri

I trinariciuti perdono
la guerra sui muri

La guerra sui muri è antica. Non si conoscono le scritte nell’Egitto dei Faraoni o nell’Impero di Persia, ma le ceneri del Vesuvio hanno protetto i graffiti di duemila anni fa mostrandoci che allora come oggi i temi prediletti erano sessuali e politici. Ci sono molte pubblicazioni e anche sul web si trovano ampi florilegi. Qui mi limito a citare un botta e risposta sull’imperatore Nerone (che andò a Pompei per rendersi personalmente conto dei danni causati da un terremoto).
Mentre una mano amica ringrazia l’imperatore per i doni portati alla città, un’altra accusa che Agrippina, la madre di Nerone, era anche la sua amante.

I “messaggi” elettorali erano “iperbolici” né più né meno di oggi, tant’è che uno scrisse: «Parete, mi meraviglio che tu non sia caduta in rovina dovendo sostenere le fesserie di tanti scrittori. (latino: admiror paries te non cecidisse ruinis qui tot scriptorum taedias sustineas)».

Ovviamente le scritte si facevano di notte e le squadre erano composte da chi faceva luce (lanternarius), da chi imbiancava la necessaria superficie di muro (dealbator), da chi portava la scala (scalarius) e da chi scriveva (scriptor).
Per chi fosse interessato, c’è il Civ (Corpus inscritionum latinarum) leggibile anche su internet. Per una visione d’insieme consiglio “I bassifondi dell’antichità” di Catherine Salles (ed. Cde, 1984).

BOTTA E RISPOSTA SUL LUNGOTEVERE
Un botta e risposta indimenticabile risale agli anni Settanta, quando a Via del Governo Vecchio in un palazzo occupato c’era il “covo” delle femministe più arrabbiate.
Su un muraglione del Lungotevere avevano scritto: «Il cazzo c’inquina», mostrando così anche il radicamento della cultura ecologista. Uno dei nostri (non dico il nome perché oggi è un’anziana persona seria e forse se ne dispiacerebbe) scrisse nello spazio sottostante: «La fica tombola», giocando sull’assenza dell’apostrofo nel parlato.

tantifà

La volgarità è il tratto caratteristico della guerra sui muri. Infatti è il volgo che si manifesta, il popolo che non va tanto per il sottile. E lo sfottò funziona al massimo se prevalgono i giochi di parole. A volte è sufficiente cancellare o aggiungere una sillaba, o addirittura una singola lettera (come nel caso che si vede in fotografia) per replicare con esaustiva icasticità.
Gli antifascisti si autodefiniscono “antifa’” e chi ha aggiunto la “t” mostra il giusto spirito goliardico con il quale si dovrebbe sempre rispondere a quelli che Guareschi chiamava “trinariciuti”.
Giuseppe Spezzaferro

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