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Il ’68 di uno che c’era – 11

Nel Gruppo del Teatro eravamo tutti reduci, eppure il reducismo non aveva cittadinanza. Chi era stato battezzato “combattente” a Valle Giulia s’era dovuto rassegnare a raccontare le proprie imprese ad amici e conoscenti, ma lì dentro si discuteva d’altro. Il fatto è che eravamo tutti reduci da battaglie combattute fin da ragazzi. Perfino in trattoria, a San Lorenzo, tra una carbonara e un uovo al tegamino, se a qualcuno saltava il ticchio di raccontare di quella notte che mentre faceva le scritte… sbottava un coro di: davvero? eccezionale! e come hai fatto? Insomma, l’incauto veniva messo in mezzo senza pietà.

Ci comportavamo così per autodifesa. Molti avevano avuto guai perché avevano raccontato una qualche avventura ad un gruppo di persone tra le quali s’era infilata una guardia. Da sempre, sia nelle riunioni di un partito che in quelle di un gruppo extraparlamentare o di una inoffensiva associazione culturale, la vigilanza statale era assicurata da uno o più infiltrati. La vicenda del circolo XXII marzo in via del Governo Vecchio è esemplare: per la bomba di Piazza Fontana l’infiltrato poliziotto arrestò l’infiltrato carabiniere e l’infiltrato dei servizi mise le manette all’infiltrato dell’intelligence… non ricordo di quale Paese. I pochi veri anarchici che c’erano (6!) sarebbero poi stati assolti. Chi ha fatto politica fin da ragazzo sa, dunque, che la presenza dello spione è immancabile.

Per alcuni c’era un motivo aggiuntivo a rafforzare la riservatezza ed era l’impersonalità. Ci si sforzava, cioè, di mostrare freddo e lucido distacco dall’azione. Il comportamento impersonale è la via da percorrere se si vuole arrivare al centro, al superpersonale. Evola aveva sottolineato che “dove davvero esiste una grandezza di personalità là è visibile l’opera più che l’autore; l’azione, più che chi agisce…”. Ci piaceva pensare di essere uomini normali come lo è una retta su un piano. La vita avrebbe messo a dura prova quella tensione spirituale umiliando qualcuno e incattivendo qualcun altro.

Reducismo kaputt

Io sono cresciuto nutrito anche dal reducismo. Da ragazzino ero un attivista della Giovane Italia, l’associazione giovanile del Movimento sociale italiano, che a Salerno aveva una stanza nella sede del partito in via Diaz. Gli anziani – tutti devoti fascisti; i missini alla Fini erano ancora in fasce – narravano ai giovani virgulti le esperienze vissute in guerra e in pace nella convinzione di allevare così una nuova generazione di fascisti. Ci raccontavano della guerra in Africa, di El Alamein e Bir el Gobi, dei fusti di benzina spediti da Ciano pieni d’acqua, di Supermarina che faceva affondare le nostre navi dagli inglesi, dell’ultima raffica di Salò, di quella-volta-che-il-Duce-m’ha-stretto-la-mano, della disperata resistenza tedesca dopo lo sbarco degli anglo-americani a Salerno… tornavo a casa la sera con la testa rimbombante di cannonate ma orgoglioso di appartenere ad un popolo di eroi. Erano serate entusiasmanti. Quei reduci parlavano di cose che non trovavi da nessuna parte. Io seppi allora delle foibe e del genocidio messo in atto dai titini. Il vissuto di quegli irriducibili fascisti era una miniera d’informazioni. C’erano purtroppo alcuni inconvenienti. Il ciclo dei ricordi ad un certo punto finiva e ricominciava daccapo. Un anno dopo ti ritrovavi a rivivere per l’ennesima volta l’attacco dei carri armati contro i paracadutisti della Folgore. Ma come facevi a interrompere? Il rispetto per le persone anziane era bagaglio educativo comune. All’epoca solamente a qualche fetentone veniva in mente di rinchiudere il vecchio genitore in una casa di riposo. I reduci, però, capivano poco della politica corrente. Si limitavano a bollare questo e quello con il marchio di traditore, ladro, opportunista, ricchione, venduto e via marchiando.

Missili all’Avana

Nel 1961, l’anno della crisi di Cuba, avevo quattordici anni e nessuna idea di come giudicare/commentare il pericoloso braccio di ferro Usa-Urss. Da una parte c’erano gli americani, quelli che ci avevano bombardato, che ci avevano invaso, che avevano portato da noi i marocchini violentatori di uomini, donne e bambini e che avevano compiuto le stragi nucleari di Hiroshima e Nagasaki. Confesso che il pensiero dei morti assassinati dalle atomiche non mi addolorava più di tanto. Era l’umiliazione subita dai samurai che mi faceva incazzare. Era una specie di empatia a posteriori: mi mettevo nei loro panni, li immaginavo mentre esercitavano il coraggio della spada e la lealtà della parola, piombavo in mezzo a loro mentre morivano con il ventre squarciato pur di non arrendersi; i volti dei kamikaze che avevo visto in documentari e fotografie erano scolpiti nella sfida impossibile. Avevano gli occhi a mandorla ma con la stessa luce che balenava negli occhi dei ragazzini tedeschi armati di panzerfaust, decisi a fermare i carri sovietici. Quella luce non c’era negli occhi dei nostri sciuscià. Il sangue dei giovani fascisti morti combattendo per la Rsi non bastava a lavare le vergogne che “La Pelle” di Malaparte aveva fotografato con nitida passione. Mi convinsi e resto convinto che i veri popoli vincono o perdono le loro guerre uniti. Il “ma anche” appartiene a chi non ha fede. La comodità di saltare sul carro del vincitore è momentanea; sul piano esistenziale è devastante. L’abile saltatore si inaridisce e si perde in un quotidiano senza sapore. Il materiale più solido della costruzione – come della ricostruzione – è il sogno. Che si innalzino cattedrali o anfiteatri non fa differenza. Alla base c’è l’orgoglio dell’uomo. La meschinità dà soddisfazioni meschine e quando in una popolazione prevalgono le pochezze dei singoli è insensato parlare di popolo. Negli anni Sessanta, però, non mi ponevo problemi così ardui. Chi aveva mantenuto la parola data era un grande da onorare; chi aveva tradito stupidamente (to badogliate è il sarcastico neologismo inglese) era da mettere al muro. Le categorie di giudizio erano le più semplificate possibili: amico/nemico, giusto/sbagliato, vero/falso. Ero tra i più scatenati maneggiatori d’ascia. Non ammettevo sfumature. Il messaggio evangelico “il tuo sì sia il sì e il tuo no sia il no” mi proteggeva anche di fronte al prete che m’invitava ad essere più tollerante. La tolleranza zero l’ho scoperta in tenera età e mi ha accompagnato per anni. E’ stata proprio l’esperienza del Sessantotto a farmi scoprire l’altra faccia della luna. E’ il dialogo la chiave giusta; non il muro contro muro. Ma puoi dialogare soltanto se sai chi sei. Il confronto fertile è tra identità chiare. La rinuncia ad un principio non facilita il dialogo. Tutt’altro. Lo mina alla base. Diventa un talk show; buono per passare il tempo, inutile per arrivare ad un incontro, dannoso per una coscienza in formazione.

Alto Adige a Salerno

Nelle belle giornate domenicali, stavamo un po’ in sede e poi scendevamo al lungomare e, tra un commento alla vista di una bella ragazza e lo sfottò a conoscenti con il vestito nuovo, parlavamo di politica corrente. E litigavamo. Il terremoto in Irpinia, il concilio vaticano o la morte di Mattei erano ciascuno un argomento di scontro. Con ridicola (oggi) serietà affrontavamo questioni enormi basandoci essenzialmente su articoli di giornali. Si finiva sempre con un accordo del tipo: chiediamo all’avvocato Gassani e vediamo a chi dà ragione. Capitava, quando la brutta giornata ci teneva nella sede fino all’ora di pranzo, di invocare il parere degli anziani riuniti nell’altra stanza. Per gli attentati in Alto Adige (quanti scioperi ho fatto in difesa dei confini italiani!) la partecipazione reducista era preziosa. L’analisi partiva da quando Mussolini aveva mobilitato le divisioni al Brennero a protezione della regione (che per i tedeschi era Sud Tirolo), attraversava per contiguità la tragedia istriana (pulizia etnica titina), arrivava all’Accordo De Gasperi-Gruber (bollato come tradimento) e si concludeva nella necessità di far sentire la voce degli italiani veri. Tutto sommato il reducismo si esaurisce nel racconto. Non fornisce strumenti politici. Il reduce sapiente – Mario Capanna, per esempio – dà una lettura del proprio passato (che anno dopo anno è diventata un’epopea a fronte della quale la Lunga Marcia di Mao diventa una passeggiatina) come se fosse la griglia giusta per interpretare il presente. Il suo manierismo ecologista, comunque, rivela i limiti di un reduce che non si rassegna. Ma sono fatti suoi. Tra l’altro è meglio lui di tanti suoi detrattori apolidi. Negli ultimi tempi m’è venuta a odio anche la rimpatriata. Non trovo più appigli. Come giustificare la penosa sceneggiata di ti ricordi quando e hai visto che fine ha fatto quello? Sembrerà un luogo comune ma davvero i migliori di noi sono morti. Alla fine della bicchierata prevale un sentimento generale di disfatta misto a rancori e rimpianti maligni. Ci accomunava gioventù e sogno. Oggi siamo impiegati della vita; mezzemaniche – anche chi ha avuto successo in società – del polveroso ufficio-Italia. Per sovrammercato, il pragmatismo s’è fatto cinico e l’analisi politica è vecchia. In breve: la rimpatriata mi fa prendere pena di me stesso. E non mi va.

Giuseppe Spezzaferro
(Puccio Borbonico)

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