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Il ‘68 di uno che c’era – 12

C’era un interrogativo che accomunava tutti nella protesta generale. Era una domanda egoista nel senso che non riguardava i rapporti Est-Ovest, la fame nel mondo, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la falsa democrazia eccetera ecceterone. Ci chiedevamo: ma questa università a che serve? la scuola a cosa ci prepara? Chi seguiva le tesi che a cascata derivavano (e derivano) dalla lettura marx-leninista non aveva dubbi: come lo Stato non si cambia ma si abbatte così la scuola era una struttura classista finalizzata a perpetuare la sopraffazione dei ceti dominanti. Da qui il famigerato 6 politico (il diciotto all’università), il rifiuto dell’autorità del docente e del nozionismo, l’ambizione infantile di sedere nei banchi a pari dignità con l’insegnante e la stupida pretesa di scegliere le materie di studio. Se sono arrivate le ore di danza, musica, teatro, ceramica, cinema e chi più ne ha più ne metta è in forza di quella spinta originaria. Latino e greco sono uggiosi, matematica e fisica sono noiose… vuoi mettere una bella lezione su Mickey Rourke e Kim Basinger? Le critiche mosse al Sessantotto quale forcipe che ha fatto abortire la pubblica istruzione in Italia non sono campate in aria. La parte che in nome di una uguaglianza forzata ha scardinato la scuola è quella che a tutt’oggi si vanta di aver “fatto il ‘68”.

Il “corruttore” Papini

Nel gruppo del teatro c’era uno scrittore che avevamo letto un po’ tutti: Giovanni Papini. Grande giornalista e polemista corrosivo piaceva pure per com’era vissuto. Ex garibaldino, futurista, liberale, anticlericale, fascista, terziario francescano… ce n’era per tutti nella sua biografia. Uno dei testi più anticonformisti era del 1914 e si intitolava “Chiudiamo le scuole”. A molti di noi piaceva assai per una incredibile sintonia. Essere un’avanguardia è un dato aristocratico e non si discute. A tirare l’Umanità fino a portarla nello spazio sono state le avanguardie, cioè minoranze che sognano l’incredibile mentre le maggioranze s’affannano sulle cose quotidiane misurando la vita con un metro ritenuto immodificabile. Noi combattevamo perché la maggioranza avesse a disposizione un altro metro. Ci sentivamo investiti di un compito straordinario. E per noi la scuola era un passaggio obbligato ma del tutto superfluo. Serviva il “pezzo di carta”. Ho già sottolineato come buona parte di noi provenisse da famiglie che non avevano “dottori” da vantare. La laurea era una vetta che c’eravamo impegnati a raggiungere più per fare contenti i genitori che per noi stessi. Tranne qualcuno. Ricordo uno che da grande voleva fare il magistrato e che ad ogni scontro o uscita notturna aveva il batticuore. Se mi rovino la fedina penale mi tronco la carriera, diceva, ma non si tirava indietro. A fronte di pochi intenzionati a partecipare a pubblici concorsi oppure a fare l’architetto, l’avvocato o il docente, i più immaginavano un futuro “politico”. Cosa – fra parentesi – perseguita da pochi di noi ma da tantissimi dei “compagni di lotta” di estrazione marxleninista (uso questo termine grossolano per brevità). Fermo un attimo il racconto per riportare un po’ di perle papiniane. Secondo l’amico Gilbert (grazie al quale vive internettuale.net) dovrei farlo ogni volta che cito un autore o un libro per consentire anche a chi tante cose non le sa di avere almeno un’infarinatura. Intanto, leggiamoci qualche riga di Papini.

“Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è venuta fuor dalle scuole e che le scuole intristiscono gli animi invece di sollevarli e che le scoperte decisive della scienza non son nate dall’insegnamento pubblico ma dalla ricerca solitaria disinteressata e magari pazzesca di uomini che spesso non erano stati a scuola o non v’insegnavano. Sappiamo ugualmente e con la stessa certezza che la scuola, essendo per sua necessità formale e tradizionalista, ha contribuito spessissimo a pietrificare il sapere e a ritardare con testardi ostruzionismi le più urgenti rivoluzioni e riforme intellettuali”.

Altro che ’68, sono parole scritte da un interventista della Prima guerra mondiale! E ancora:

“Le scuole, dunque, non son altro che reclusori per minorenni istruiti per soddisfare a bisogni pratici e prettamente borghesi. Quali? Per i genitori, nei primi anni, sono il mezzo più decente per levarsi di casa i figliuoli che danno noia. Più tardi entra in ballo il pensiero dominante della ‘posizione’ e della ‘carriera’. Per i maestri c’è soprattutto la ragione di guadagnarsi pane, carne e vestiti con una professione ritenuta ‘nobile’ e che offre, in più, tre mesi di vacanza l’anno e qualche piccola beneficiata di vanità. Aggiungete poi a questo la sadica voluttà di potere annoiare, intimorire e tormentare impunemente, in capo alla vita, qualche migliaio di bambini o di giovani”.

En passant, se tra i lettori c’è una mamma o un papà, mi raccomando: non fate l’errore che ho fatto io quando al mio ultimo figlio che ancora andava a scuola diedi Papini da leggere. Il risultato è stato che non ne ha più voluto sapere di andare a scaldare il banco. Chiudo la collana con questa grossa perla lasciataci da Papini:

“La scuola fa molto più male che bene ai cervelli in formazione. Insegna moltissime cose inutili, che poi bisogna disimparare per impararne molte altre da sé. Insegna moltissime cose false o discutibili e ci vuol poi una bella fatica a liberarsene – e non tutti ci arrivano. Insegna male perché insegna a tutti le stesse cose nello stesso modo e nella stessa quantità non tenendo conto delle infinite diversità d’ingegno, di razza, di provenienza sociale, di età, di bisogni ecc. Quasi tutti gli uomini che hanno fatto qualcosa di nuovo nel mondo o non sono mai andati a scuola o ne sono scappati presto o sono stati ‘cattivi’ scolari. La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari ma anche i maestri. Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose, diventano assai più imbecilli e immalleabili di quel che fossero al principio – e non è dir poco. Poveri aguzzini acidi, annoiati, anchilosati, vuotati, seccati, angariati, scoraggiati che muovon le loro membra ufficiali e governative soltanto quando si tratta di aver qualche lira di più tutti i mesi!”.

Classico vs. Scientifico

Acclarato che la posizione papiniana valeva per un privilegiato come lui e per chi si “sentiva” ugualmente privilegiato, dovevamo trovare una piattaforma valida in grado di rivoluzionare il sistema dell’istruzione senza gettare il bambino insieme con l’acqua sporca. La domanda era (ed è): a che serve la scuola? A formare uomini per il domani? ingranaggi per la produzione? barattoli vuoti con l’etichetta “laureato”? Cominciammo con il mettere a confronto le esperienze scolastiche fatte da ciascuno di noi. Emerse subito la solita contrapposizione tra chi aveva fatto il classico e chi lo scientifico. Quand’ero al liceo l’avevo risolto con una sfida. Ad un coetaneo del terzo anno di liceo scientifico (pari al primo anno di liceo classico) che sosteneva la superiorità dell’algebra (sviluppa la logica, allarga la mente etc.) diedi una frase di greco da tradurre. Lui mi diede una funzione. E così, mentre lui combatteva con il dizionario cercando di individuare la prima parola, presi il libro, andai al capitolo delle funzioni, trovai la regola, l’applicai e vinsi la sfida, tra le risate generali. Il mio fu inganno perché l’alfabeto greco è un muro invalicabile per chi non lo conosca, ma dimostrai che a scuola i problemi di matematica sono falsi problemi: applichi la formuletta e stai a posto. Mentre al classico… là sì che si allargava la mente per poter affrontare al meglio qualsiasi professione.

Nel gruppo del teatro ripresi la questione chiedendo se ci fosse qualcuno che nel quotidiano avesse risolto un dilemma grazie ad un’equazione di secondo grado o ad un cono iscritto in un cubo. Se volevamo cambiare il mondo era anche grazie a Dante o a Feurbach oppure a Pound. Il classico – sostenevo – apre davvero il cervello e dà gli strumenti per affrontare al meglio anche materie scientifiche. Più che le formule da imparare a memoria in matematica, geometria e fisica, sarebbe stato meglio conoscere la storia, i momenti nodali, le teorie di quelle materie. All’università, gli aspiranti ingegneri e fisici nucleari avrebbero studiato sul serio quelle materie. Fu un ragionamento che dovetti riconoscere marginale rispetto al problema che avevamo dinanzi.

Giuseppe Spezzaferro
(Puccio Borbonico)

Foto : Giovanni Papini

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Un Commento

  1. Concordo. La scuola NON DEVE come intendono tutti oggi preparare per la vita attiva – intesa come la ricerca di un lavoro – ma bensì deve preparare per la vita tout court.

    Si continua sempre anche per ragioni ideologiche a rimuovere certe materie – come la storia, ecc. – per ridurre l’insegnamento ha una anticamera di una multinazionale e garantire la “pace sociale”

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