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le Poste amano fare banca e… volare

Recapitare lettere è faticoso e costa:
le Poste amano fare banca e… volare

Pare che le Poste non ce la facciano più a fare il lavoro per il quale sono nate e cioè recapitare lettere, cartoline, telegrammi e pacchi. Nel settore bancario hanno il vento in poppa, volano nei trasporti aerei (adesso c’è pure l’impegno a “salvare” l’Alitalia), fanno soldi nel comparto immobiliare e corrono allegramente in vari e lucrosi servizi finanziari, ma il cosiddetto “servizio postale universale” s’è fatto, dicono, troppo oneroso e non conviene più.
Tra l’altro sono stati anche dimezzati i soldi sborsati dallo Stato per assicurare che una lettera spedita da Lampedusa con destinazione Ventotene costi all’utente quanto una lettera spedita da Roma Termini per Roma Tiburtina. Il servizio pubblico significa, infatti, che ciascun cittadino venga servito senza doversi accollare costi aggiuntivi per il fatto che viva su un’isola o in cima ad una montagna. Per garantire ai cittadini uguali diritti di trattamento, lo Stato dà il monopolio e sborsa la differenza registrata tra i costi del servizio e le tariffe incassate.

FINE DEL MONOPOLIO
Le Poste non hanno più il monopolio e i rimborsi calcolati dallo Stato sono stati ridotti a circa la metà.
Da qui, il lamento delle Poste. «Il servizio postale universale non è più sostenibile – scrive il Gruppo Poste Italiane in un comunicato – e richiede un’attenta revisione del suo contenuto e delle misure economiche necessarie al suo finanziamento».
L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (www.agcom.it) ha, in questi giorni, riconosciuto un onere per lo Stato di 380 milioni di euro per il 2011 (Poste ne ha chiesti 709) e di 320 per il 2012 (Poste ha chiesto 704 milioni di euro).

LO STATO RIMBORSA SE STESSO
Considerato che il gruppo appartiene al 100% al ministero dell’Economia e delle Finanze, diventa difficile per un comune mortale comprendere perché lo Stato cerchi di risparmiare sui rimborsi che deve dare a sé stesso.
Misteri della finanza pubblica, ai quali possono accostarsi soltanto i sacerdoti officianti e qualche aspirante monsignore.

LA VENDITA AI PRIVATI
La faccenda si ingarbuglia vieppiù se si aggiunge il fatto che questo governo ha bisogno di molti soldi per mantenere almeno una parte delle promesse. Per cui entro l’anno o al massimo agli inizi del 2015, sarà venduto a privati il 40% di Poste Italiane (si parla di un incasso previsto che sfiorerà i 5 miliardi di euro). Le Poste, dunque, vorrebbero arrivare alla privatizzazione con il massimo dei contributi statali? Non lo so.

Intanto per i soliti distratti elenco le società che oggi appartengono al gruppo. Eccole: Postel, SDA Express Courier, Postecom, PosteVita, PosteAssicura, BancoPosta, Fondi SGR, PosteShop, Europa Gestioni Immobiliari, Poste Tutela, PosteMobile, Mistral Air, Poste Energia, BdM-MCC spa.

I costi aggiuntivi del servizio universale li paga lo Stato in base a un contratto biennale. Dal 1º gennaio 2006 il monopolio di Poste Italiane è stato ridotto agli invii con peso inferiore a 50 grammi, per cui anche altre aziende possono trasportare posta di peso inferiore a 50 grammi, ma devono applicare un prezzo almeno 2 volte e mezzo superiore a quello di Poste Italiane.

Non so quanta gente scriva ancora lettere e cartoline, ma è certo che le Poste non hanno alcuna intenzione di continuare a mantenere un esercito di postini. Uno sms è più veloce e arriva sicuro. Il francobollo sarà soltanto un oggetto per collezionisti? Di questo passo, parrebbe proprio di sì.
Giuseppe Spezzaferro

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