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Il Sessantotto di uno che c’era – 13

Il 16 gennaio del 1969 a Praga uno studente di filosofia si cosparge di benzina e si dà fuoco. Il suicidio del giovane ha l’effetto di un’atomica. Quella torcia umana nella grande piazza dominata dalla statua di San Venceslao è un atto d’accusa al quale non possono sfuggire né Mosca né i filo moscoviti sparsi in Occidente. Jan Palach mostra al mondo che il comunismo dal volto umano è impossibile. In quegli stessi giorni a Roma noi occupavamo la facoltà di Giurisprudenza della Sapienza e d’istinto – animale prima che politico – ci identificammo in quel giovane che non aveva ancora compiuto 21 anni. La resistenza del popolo cecoslovacco aveva avuto già tanti martiri ma Palach costrinse il mondo a dire da che parte stava.

Primavera di sangue

L’aiuto fraterno portato dai carri armati del Patto di Varsavia ai compagni cecoslovacchi era stato deciso dal Cremlino per riprendere il controllo di un pezzo dell’impero. Nella fortezza sulla Moscova s’avvertivano sussulti sempre più preoccupanti provenire dalla periferia. La cortina di ferro mostrava segni di cedimento e la triade che governava l’Urss e i Paesi satelliti passò al contrattacco ricalcando il percorso seguito nel 1956 per riportare l’ordine in Ungheria.

Eliminato il destalinizzatore Nikita Kruscev, il potere era passato nelle mani di un collegio composto da Leonid Breznev, segretario del Pcus, Alexei Kossighin, capo del governo, e Nikolai Podgorny, presidente della Repubblica. Per la prima volta dai tempi di Lenin non c’era più un padrone assoluto e soltanto i reazionari alla Guareschi-Don Camillo si rifiutavano di credere nel paradiso sovietico. I compagni dei partiti comunisti fratelli ammiravano i risultati ottenuti oltrecortina e sognavano di instaurare lo stesso paradiso nelle aree del mondo dominate dall’imperialismo Usa. All’inizio del 1967 il presidente Podgorny era stato ricevuto da Paolo VI. Un capo di Stato comunista in Vaticano non s’era mai visto e questo fatto straordinario aveva contribuito a diffondere l’opinione che in fin dei conti un po’ di sovietizzazione non avrebbe fatto male all’Occidente. Il pacifismo a senso unico (contro gli Usa, mai contro l’Urss) ebbe la benedizione dei preti e nel corso degli anni sarebbe sceso immancabilmente in piazza a sostegno della strategia sovietica.

“Meglio comunisti che morti” avrebbero strillato nel 1979 i pacifisti contro l’installazione degli euromissili a Comiso. Lo ricordo come fosse ieri.

All’epoca, le “aperture” sovietiche erano state un boomerang. L’idea di una maggiore autonomia dal Cremlino si andava diffondendo nei Paesi fratelli e la Cecoslovacchia assomigliava ogni giorno di più all’Algeria che, ribellandosi, aveva reso inarrestabile il processo di decolonizzazione. Così il 20 agosto del ’68 le truppe corazzate gelarono la cosiddetta “Primavera di Praga”. Da notare che la Romania di Ceausescu rifiutò di partecipare alla repressione e che l’Albania decise di uscire dal Patto di Varsavia e avvicinarsi alla Cina. Il Sessantotto, però, non era il Cinquantasei e il risultato politico internazionale fu disastroso per il Partito comunista dell’Unione sovietica.

Il sacrificio di Palach

L’intervento armato aveva “normalizzato” la Cecoslovacchia nel quasi-silenzio dell’Occidente. A Washington erano impegnati nel cambio (Lyndon B. Johnson aveva lasciato il posto a Richard Nixon, presidente dal novembre ’68) e il nuovo inquilino alla Casa Bianca, che aveva cominciato la marcia segreta verso Pechino, rispettò le regole della Guerra Fredda anche dinanzi al sacrificio di Palach. Che non fu il solo. A Praga una targa ricorda anche Jan Zajíc, altro studente suicidatosi per protesta. Le cronache al riguardo sono molto scarse, e non so quante vittime contasse il gruppo di volontari fondato da Palach per essere torce della libertà.

All’epoca dei fatti, ripeto, ero nel gruppo che occupava Giurisprudenza alla Sapienza.

Stilammo un documento che creò un po’ di scompiglio tra gli studenti perché davamo un’interpretazione dei fatti del tutto nuova rispetto ai media ufficiali e che mise in imbarazzo i compagni di Lettere, di Fisica e di Scienze politiche perché la loro Grande Madre s’era rivelata essere una perfida matrigna.

Già nel titolo c’era un eretico – per i più – attacco all’eroe della primavera. Eccolo: “Solidarietà con gli studenti ed operai cecoslovacchi in lotta contro l’imperialismo sovietico e contro il suo veicolo: l’opportunismo di Dubcek”.

Ed ecco il testo:

Non si cambia l’attuale sistema politico mondiale con le lacrime o col moralismo, bensì con il giusto uso della forza.
Gli studenti cecoslovacchi, non potendo rispondere direttamente alle violenze dell’imperialismo sovietico, lo hanno fatto in modo indiretto, ribaltando la violenza contro se stessi.
Il loro atto non è stato moralistico ma estremamente politico. Rifiutiamo, pertanto, le false lacrime dei piagnucoloni di ogni sorta (dal PCI al MSI): Dubcek non è che un reggicoda di Kossighin al pari degli altri leader dell’Europa orientale.
Il problema cecoslovacco si risolve unicamente in una prospettiva europea che rifiuti allo stesso tempo sia la colonizzazione americana che quella (non meno brutale) sovietica.
La liberazione e l’unificazione dell’Europa – al di fuori e contro gli imperialismi – non è e non sarà, inoltre, un fatto isolato; essa è il presupposto necessario per la liberazione di tutti gli altri popoli oppressi dagli imperialismi coalizzati.
Il compito degli studenti rivoluzionari italiani in questo momento è di demistificazione e di chiarificazione: mostrare al popolo lo stato di schiavitù politica, sociale ed economica dell’Europa e degli altri paesi; spezzare la sua falsa coscienza stratificatasi a causa d’anni d’oppressione e mostrare la strada reale per la risoluzione.

Il documento finiva con la parola d’ordine francese: ce n’est qu’un debut continuons le combat ed era firmato movimento studentesco di giurisprudenza.

Il linguaggio forse è datato, ma la crisi dei subprime statunitense, il fatto che la Cina comunista compri il debito pubblico americano e l’invasione dei prodotti cinesi confermano oggi la necessità dell’indipendenza e dell’autonomia che noi volevamo ieri per l’Europa. Le stesse avvisaglie di una riedizione della Guerra Fredda dovrebbero spingere gli europei a volere un organismo di sana e robusta costituzione.

Nella premessa all’Anticristo, Nietzsche aveva scritto: “Solo il dopodomani mi appartiene. C’è chi nasce postumo”. Ho avuto modo di scoprire che era una grande verità e per questo, finita la tempesta sessantottina, smisi di fare politica. Non è possibile raccogliere consensi, trovare spazio nei dibattiti e, soprattutto, nelle polemiche (pane quotidiano della politica) se non si è in sintonia con il presente e se i progetti enunciati non appartengono all’immediato futuro. L’uomo politico non prospetta all’operaio che potrebbe diventare uno dei padroni della fabbrica; se lo facesse sarebbe scartato a vantaggio di chi promette all’operaio un salario più alto a partire dal prossimo mese.

La vicenda Alitalia di questi giorni dimostra che le forze in campo combattono ciascuna per sé e che il futuro (quando volerà una compagnia aerea europea) per ognuno è arrivare alla propria pensione. Il politico sa sfruttare gli egoismi e su questi arrampicarsi fino ai vertici. Chi nasce postumo, chi cioè vede troppo lontano è inadeguato. Quando non di ostacolo. Quarant’anni fa, comunque, ero convinto di poter cambiare il mondo. Ed ero in buona compagnia.

Una posizione terza

Che parecchi di noi sarebbero poi passati al giornalismo, oggi appare scontato vedendo che, contemporaneamente alla produzione di documenti e analisi, lanciavamo anche comunicati stampa. E su Jan Palach spedimmo questo ai media:

Gli studenti rivoluzionari romani, riuniti il 25 gennaio 1969 nell’aula Galasso della facoltà di Giurisprudenza da 9 giorni occupata dal Movimento Studentesco di Legge
Commemorano il sacrificio di Jan Palach e degli altri martiri cecoslovacchi ed ungheresi ricordando il loro rivoluzionario gesto di ribellione all’imperialismo e di aspirazione alla costruzione di un’Europa autonoma e indipendente;
Affermano che la libertà dell’individuo esiste e si afferma nella misura in cui esiste e si afferma la libertà del suo Popolo;
Condannano l’atteggiamento dei vari Dubcek, Svoboda, Cernik e Smrkowsky, che hanno rinunciato a difendere con ogni mezzo il loro Popolo e per questo non lo rappresentano più;
Dissociano la loro azione a favore della libertà cecoslovacca da quella di coloro che condannano solo l’imperialismo russo perché dipendenti da quello yankee;
Si impegnano a lottare per l’ideale europeo, contro gli imperialismi autori dell’accordo di Yalta e contro il trattato di non proliferazione nucleare che ratifica il dominio americano e russo sul nostro Continente.

Roma, 25 gennaio 1969 – dalla facoltà di Giurisprudenza occupata
“Ce n’est qu’en debut, continuons le combat”

Sulla vicenda del Tnp (il Trattato di non proliferazione nucleare) mi riprometto di tornare in seguito. Qui sottolineo la nostra posizione terza (come Europa, ma non solo) nei confronti dei due blocchi che dominavano la Terra dalla fine della Seconda guerra mondiale. A chi legge faccio presente che negli Anni Sessanta o ci si schierava dalla parte di Washington oppure dalla parte di Mosca. Politici e politologi ritenevano che la divisione del mondo fosse un dato immutabile. La Germania era spaccata a metà. Berlino era un condominio. Già parlare della riunificazione tedesca (che pure era l’obiettivo della Carta costituzionale della Repubblica federale) strappava sorrisetti di commiserazione perfino a lupi di lungo corso come Giulio Andreotti. La nostra visione di un’Europa unita forte e indipendente era giudicata, appunto, una visione. Ancora oggi ci sono persone che rifiutano l’Ue (perché fatta dai bottegai) e gioiscono quando gli olandesi, per esempio, bocciano la Carta costituzionale europea. E’ miopia politica alla quale però si contrappone una presbiopia faticosa da sostenere. Stando, però, agli accadimenti di questi giorni che mettono in discussione il modello attuale di globalizzazione e che trovano l’Ue sufficientemente robusta, il sogno degli Stati uniti d’Europa prende corpo quasi da sé. Voglio dire che i processi storici obbediscono a leggi eterne e che una di queste leggi è proprio il caso, il fatto eccezionale, l’imprevisto. Nessuno prevedeva la caduta del Muro così come fino a ieri nessuno prevedeva che Washington avrebbe posto dei limiti alla speculazione finanziaria. Per chiudere la parentesi rimarco il fatto che la scienza ha scoperto di non essere… scientifica e perciò la fede incrollabile negli scienziati (a Parigi avevano messo sugli altari la dea Ragione) si è parecchio indebolita. Il mondo contemporaneo costruito sulle certezze materiali è minacciato alle fondamenta. Qualcuno (Benedetto XVI) invita al ritorno ad una lettura religiosa della vita e può darsi che avremo un periodo di risveglio fideistico. Al momento c’è confusione accompagnata dalla paura.

I compagni: popolo eletto

Ricordo parecchi scontri verbali con i compagni che occupavano le altre facoltà. Il bagaglio marxleninista e le doppie verità del Pci costituivano un armamentario vincente nelle dispute. Quanto sono bravi i compagni a fare sottili distinguo e a difendere l’indifendibile, ho avuto modo di verificarlo quasi quotidianamente. In questi giorni Adriano Sofri ha provocato un terremoto mediatico arzigogolando sulla natura non terroristica dell’uccisione del commissario Calabresi. Il can-can gli farà vendere un fottìo di copie del suo ultimo libro e già questo per Sofri è un ricco risultato. Conosco quel tipo umano e non dico che scopo della provocazione fosse unicamente vendere un best seller. Sofri è l’ipotiposi dell’arroganza comunista. Si sente ontologicamente diverso e ha la coscienza di essere privilegiato. E il privilegio lo pretende perché gli è dovuto. Quando Sofri fu arrestato, i carabinieri non irruppero a casa sua prima dell’alba come sono soliti fare. Ci andarono verso le nove. Gli fecero fare colazione. Poi gli chiesero in quale carcere desiderasse essere accompagnato. Sofri è un detenuto che non ha bisogno di chiedere la grazia. Fa quello che gli pare. E scrive dove gli pare. E’ il compagno che appartiene al popolo eletto. Che ha sempre ragione. Soprattutto quando ha torto. E sulla repressione in Cecoslovacchia avevano torto marcio a sostenere che i carri armati difendevano le conquiste del socialismo dalle congiure fascio capitalistiche. Per loro i missili sovietici erano buoni e quelli americani erano cattivi. Avevi voglia a spiegare che il missile cattivo è quello che non funziona. Niente da fare. Ricordo che uno dei loro cavalli di battaglia era la data di nascita del Patto di Varsavia. Viene dopo – dicevano – la costituzione della Nato perché era necessario uno strumento di difesa dall’aggressione americana. La loro convinzione di stare dalla parte della ragione coincideva con la collocazione resistenziale antifascista del sistema politico e della cultura egemone. Loro erano in sintonìa con il sistema e perciò il Sessantotto è stato colorato tutto di rosso. Quelli come noi davano solo che fastidio e nella pubblicistica dominante siamo stati cancellati. In quei giorni, comunque, facemmo un colpo magistrale dal punto di vista propagandistico.

Cabaret alla Sapienza

La tragedia di Praga aveva acuito le “incomprensioni” all’interno dei vari gruppi comunisti (uso l’aggettivo per comodità, ma è semplificativo) e qualcuno venne a parlare con noi per capire chi fossimo. Non dimentichiamo che Giurisprudenza era per definizione una facoltà nera (da quelle finestre era stata scaraventata l’anno prima la panca che aveva ferito Scalzone). Il dato che creava più scompiglio era l’impossibilità ad etichettarci. E l’etichetta per i compagni è fondamentale. Se Ikea, per esempio, si guadagna l’etichetta di sinistra, vanno tutti a comprare là. Se è bollata con l’etichetta di destra, il tam tam compagno ne fa un luogo off limits. L’etichetta per loro è essenziale perché sanno che le masse non comprendono le cose complicate. O è rosso o è nero. O è fascista o è antifascista. O è pacifista o è guerrafondaio. Addirittura sono arrivati a definire il bagno in vasca di destra e la doccia di sinistra. Manichei? Talebani? Ne riparleremo. Intanto torno a quello che combinammo perché Jan Palach entrasse nei cuori e nelle menti anche dei più distratti (e dei tantissimi che di politica non si interessavano).

Organizzammo uno spettacolo. Un cabaret con musiche e poesia.

Ricopio qui il volantino d’allora:

DALLA FACOLTA’ DI GIURISPRUDENZA OCCUPATA
AGLI UNIVERSITARI ROMANI
Oggi, alle ore 12, gli studenti di Giurisprudenza nell’aula I ricorderanno il sacrificio di JAN PALACH

La tragica morte di Jan Palach, immolatosi per la libertà e l’indipendenza nazionale del proprio popolo, deve indicare alla Gioventù Europea, come tema di riflessione e di lotta, il problema della libertà e dell’indipendenza dei popoli europei dagli imperialismi che, ad Est come ad Ovest, in forme diverse, ripropongono la tragica realtà di un continente imbrigliato in situazioni semi-coloniali.
Noi respingiamo il tentativo della classe politica italiana di riportare all’interno del mondo giovanile dei temi e delle divisioni che abbiamo IRREVOCABILMENTE superate.
I recenti incidenti di Napoli e Messina, avvenuti su sollecitazioni sciacallescamente strumentalizzatrici dei partiti, fanno il gioco del sistema nella misura in cui distraggono i giovani dai temi che, realmente, coinvolgono il futuro della società italiana ed europea.
Riteniamo invece che il monito di Palach debba essere raccolto unitariamente dalla gioventù italiana e che debba impegnarla a porsi al fianco di tutti coloro che, dall’America latina al Vietnam ed all’Europa, si battono per la libertà e l’indipdendenza.
In questo spirito, oggi, 30 gennaio, alle ore 12, nella Facoltà occupata, gli studenti di Giurisprudenza ricorderanno il sacrificio di Jan Palach.
Interverranno alla manifestazione:
il cantante-chitarrista Leo Valeriano
gli attori Gianfranco Funari e Sandro Jovino

Fu un successo. L’aula era strapiena. Quando Valeriano cantò Budapest la reazione fu straordinaria. Da quel giorno fu più improbabile incontrare per i viali qualcuno che non conoscesse Jan Palach.

Anni dopo. Parecchi anni dopo, un amico mi disse che Funari stava organizzando una trasmissione sul ’68. Gli scrissi per ricordargli della sua esperienza con noi sollecitandolo a parlarne in tv. Fui un ingenuo a pensare di avere un riscontro? Non sapevo che i personaggi dello showbiz ricevono quotidianamente messaggi a pacchi e che in genere sono graziose signorine a smistarli? Non avrei potuto telefonargli direttamente? Insomma, avrei potuto avere udienza se non mi fossi confuso tra i fan. Il fatto è che avevo preso un impegno con me stesso: se Funari avesse risposto al messaggio e m’avesse chiesto un intervento non avrei detto no come già m’era capitato di rispondere in altre occasioni. Sono tuttora convinto che il protagonismo sia una brutta malattia che, una volta presa, non se ne va più. “Se per caso capita, ci vado”, mi dissi; ma più di questo non potevo chiedere a me stesso. Arrivato a sessant’anni sono qui a raccontare e a raccontarmi come una Molly Flanders. La vita è davvero strana.

(Puccio Borbonico)

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Un Commento

  1. Caro Puccio, mi sembra soprattutto interessante il fatto che conservi i volantini originali che producevamo ai tempi dell’occupazione di Legge e poi di Lotta di Popolo. Hanno certamente un valore “storico” . Da un pezzo ho però realizzato che la tesi di una possibile sintesi tra Gaullismo e terzomondismo non poteva stare in piedi. In effetti un pò lo pensavo anche a quei tempi, ma, allora, pur di sentirsi “dentro” un barlume di rivoluzione si era disposti a non sottilizzare troppo su queste cose. In realtà la terza via era quella di calare nel mondo contemporaneo e democratico quanto, riveduto e corretto, c’era di buono nel Fascismo. Cercammo di trovare nella rinascita di un’Europa affrancata da americani e russi la nuova patria. In realtà non era proprio paragonabile la tirannia sovietica con la democrazia americana. America ed Europa erano e sono molto più di una alleanza strategica. Colgo l’occasione per segnalarti l’uscita di questi due miei libri che, come ricorderai, iniziai a preparare due anni fa. Ti segnalo anche la rassegna stampa (su eco-edifici, energia, normative tecniche, architettura, ecc.) che curo sul sito http://www.chandraeditrice.it. E’ molto utile perchè suddivisa per argomenti. Un abbraccio, Lillo

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