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I burosauri sono duri a morire

Fare carriera non è mai facile. In qualsivoglia settore della cosiddetta società civile. È più duro sfondare come attrice o come giornalista? Come politico o come sindacalista? Senza gli appoggi giusti, senza gli opportuni compromessi, senza gli inevitabili tradimenti non s’imbocca la strada vincente, quella che porta verso l’alto. Ciò posto, va anche detto che per sfondare è necessaria anche un po’ di stoffa.
Un magistrato – citiamo a caso – che ha vinto il concorso per miracolo dopo aver fatto l’università alla meno peggio non può aspirare al Csm. È altamente improbabile che qualcuno ne appoggi la candidatura.

QUANDO UN “CANE” VINCE A SANREMO
Una considerazione che vale per molte professioni. Per carità, è sempre possibile che un “cane” vinca a Sanremo, ma si tratterebbe comunque di una vittoria effimera.
C’è però un comparto nel quale anche per gli incompetenti sono molto alte le probabilità di avere successo. Ed è la Pubblica Amministrazione. Non a caso, il burocrate, il burocratese, la burocrazia e derivati sono soggetti preferiti di barzellette, scenette cinetv e di letteratura più o meno seria.
Per fare carriera nello Stato e negli Enti, sono necessari, di solito, pochi “pregi”: schiena curva, ipocrisia e viltà.
Se un boiardo riesce anche a non avere idee proprie ed una bella presenza nei salotti, non lo ferma più nessuno. Scala velocemente tutti i pioli e arriva in cima prima che chicchessia possa arrestarlo.

I PIOLI DELLA SCALA PER ARRIVARE IN ALTO
Durante la scalata, il nostro uomo (indifferentemente maschio o femmina) cura le pratiche, se ne occupa e interviene: ciascuna pratica è un favore ed i favori sono i pioli della scala. Ma cosa fa, una volta arrivato? Impiega tutte le energie per conservarsi la poltrona. E non ha più né tempo né bisogno di sbrigare pratiche. I faldoni li molla ad una schiera di sottoposti (che a loro volta cominciano a fare favori per le loro personali scalate) sicché in poco tempo diventa un estraneo nel proprio ufficio. Sono pochi i boiardi capaci di saltare da una poltrona all’altra tenendo allo stesso tempo i faldoni sulla propria scrivania.
Tutto ciò resta oscuro al lettore? Puntiamo allora lo spot sul potentissimo Capo del Dipartimento informazione e editoria della Presidenza del Consiglio.

L’ALTO FUNZIONARIO IN CARRIERA
Il prof. Mauro Masi non segue più personalmente nessuna pratica. Ha propri uomini (maschi e femmine) che gli sbrigano gran parte del lavoro. Lui si limita a telefonare, incontrare, presenziare: è giovane e ha tuttora una lunga carriera davanti; se farà le mosse giuste.
Al Dipartimento ha cinque dirigenti generali che gli sbrigano i cosiddetti affari correnti.
All’Università (dove ha per diritto burocratico una cattedra apposta per lui) confida negli assistenti per le lezioni e per i seminari che non può tenere. C’è una giovane e carina assistente che gli fa anche da filtro per i “curiosi”.
Alla Siae (dov’è commissario straordinario) lavora un po’ di più ma anche lì sono i “collaboratori” che fanno il grosso. De minimis non curat praetor; e nonostante la rivoluzione informatica è ancora così: il boiardo non perde tempo appresso alle inezie.

Protetto da amici e compagni di cordata, da alleati vecchi e nuovi, il prof. Masi va come un treno. È sicuro dei suoi “uomini”. Eppure, dovrebbe almeno sfiorarlo il dubbio che qualcuno dei “suoi” possa – come dire? – approfittare della fiducia. È sicuro il Capo che al Dipartimento, per esempio, fili tutto liscio? Che tutte le carte sottoposte alla sua firma siano medaglie da appuntarsi e non piuttosto “pioli” di qualcun altro? E le carte che non vede proprio? Domande alle quali potrebbe rispondere: è un rischio calcolato.

IL BARONE SI FIDA DEL MASSARO
Anche il barone sa che il massaro fa la cresta e non si preoccupa più di tanto. Ma può capitargli di perdere il patrimonio e scoprire di dover fare i conti con il massaro diventato padrone.
Farà in tempo il prof a spiccare l’ennesimo salto di carriera?, oppure il trampolino gli sarà segato sotto i piedi?

È una telenovela avvincente che continueremo a seguire. Anche perché è intricata come tutte le telenovele di successo, dove le vite dei personaggi si intrecciano fra loro con colpi di scena e “rivelazioni” che tengono il teledipendente con il fiato sospeso. Nel caso di Masi, infatti, c’è un bel numero di puntate che non si recitano né al Dipartimento, né alla Siae, né all’Università.
La location è del tutto nuova perché non ha niente che vedere nemmeno con Bankitalia (dove Masi passò lasciando l’Arma) o con Rinnovamento (fu Dini, infatti, a “ungerlo” arruolandolo fra i suoi personali messia).

LA TELENOVELA SI SPOSTA ALL’INPGI
Le telecamere si spostano all’Inpgi, all’Istituto di previdenza di noi giornalisti. Nella sede di via Nizza, siede un presidente, Gabriele Cescutti, che sta lì a svolgere compiti per forza di cose collegati alla Pubblica amministrazione.
Cosa c’entra con il percorso di Masi? Quasi nulla, se non fosse per il fatto che, grazie alle stramberie delle quali i burosauri sono capaci, un bel po’ di poltrone e poltroncine di via Nizza sono state riservate ad alti funzionari dello Stato. Anche Cescutti, dunque, non vede le pratiche finché non gli arrivano alla firma.
Il presidente dorme a Roma 16 giorni al mese e nemmeno Pico della Mirandola riuscirebbe a seguire da vicino un “ministero” come l’Inpgi.
Giuseppe Spezzaferro

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