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New York Times: altre 8 condanne a morte

Uiguri, continua la repressione cinese
New York Times: altre 8 condanne a morte

Le autorità della Regione autonoma uigura dello Xinjiang, nella Cina occidentale, hanno rivelato che ieri otto persone sono state giustiziate con l’accusa di aver compiuto un attentato lo scorso anno nei pressi di piazza Tiananmen a Pechino. Queste esecuzioni sono le ultime di una serie di manifestazioni di forza e determinazione da parte del governo cinese, che sta cercando di spegnere i focolai di indipendentismo uiguro.
La notizia, riportata dal numero di oggi del quotidiano statunitense “New York Times”, è stata data da “Tianshan”, l’agenzia stampa statale dello Xinjiang. Il comunicato dice che la Suprema Corte del Popolo nei giorni scorsi ha approvato l’esecuzione di otto persone con cinque casi distinti d’imputazione e che le condanne a morte sono state eseguite sotto la supervisione dei tribunali locali. Il comunicato è stato ampiamente pubblicizzato dai mezzi di informazione statali cinesi e accompagnata da immagini televisive che mostravano i sospetti incatenati sotto interrogatorio.

LA LOTTA DEL POPOLO UIGURO
L’agenzia non ha specificato di quale etnia fossero gli uomini giustiziati, ma dai loro nomi si è capito che erano uiguri, appartenenti cioè al popolo di lingua turca in maggioranza sunnita che rivendica l’indipendenza.
Il comunicato di Tianshan precisa che tre dei giustiziati «hanno architettato» un attentato nell’ottobre 2013, in cui tre persone rimasero uccise e altre 39 ferite a causa di un suv andato in fiamme nei pressi di piazza Tiananmen. Morirono anche le tre persone all’interno del veicolo.
L’agenzia non dice quando e come le condanne a morte siano state eseguite.
Alcuni gruppi per i diritti umani sostenitori della autodeterminazione uigura hanno spiegato che i controlli pervasivi del governo cinese sugli Uiguri hanno esacerbato, piuttosto che ridotto, le tensioni nello Xinjiang. Gli Uiguri risentono della crescente popolazione di etnia Han in Xinjiang (Pechino, infatti, ha “spinto” più di 3 milioni di cinesi a trasferirsi nella regione), e mal sopportano le crescenti restrizioni governative sull’abbigliamento, sulla fede religiosa, sui viaggi e sulla lingua.

Xinjiang, scrive il “New York Times”, passò sotto il controllo comunista cinese nel 1949. Le tensioni etniche sono aumentate negli ultimi decenni, con l’apice delle esplosioni di violenza a luglio 2009 nel capoluogo Urumqi, a causa della decisione di Pechino di radere al suolo il centro storico della città di Kashgar, abitata quasi esclusivamente da Uiguri.

Secondo le stime del governo cinese, gli Uiguri ora costituiscono circa il 47% della popolazione civile della regione che è di circa 22,3 milioni, mentre l’etnia Han rappresenta oggi circa il 38% (dopo le massicce immigrazioni che ho citato sopra). Il resto della popolazione è di altre etnie.
Il New York Times ricorda anche che all’inizio di questo mese, un tribunale dello Xinjiang ha condannato 25 persone al carcere dopo averli giudicati colpevoli di aver preso parte ad attività terroristiche.
Inutile aggiungere che lo Xinjiang, già fondamentale per evidenti ragioni geopolitiche, ha acquisito maggior valore strategico con la scoperta di enormi giacimenti di petrolio, carbone, uranio e rame.

L’obiettivo della lotta, sostenuta anche dai 6 milioni di uiguri fuggiti in Turchia e in Germania, è il ripristino della, annessa alla Cina nel 1949.
Giuseppe Spezzaferro

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