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Roma, cacatoio di immigrati

È difficile tener fuori dalla parola “immigrato” il razzismo che contiene. È una forma di razzismo terra terra, fatto di disprezzo, di paura e di ignoranza. Chi abita nei pressi di un campo zingari o di una baraccopoli di negri, lo nutre giorno per giorno e andate a chiedergli perché. Un paio di decenni fa, feci un’inchiesta televisiva in un quartiere di Roma (era sulla Prenestina, mi pare) nel quale c’era un grosso insediamento di rom. Prima di fare le interviste, mi accertavo che il mio interlocutore fosse di sinistra e, comunque, non di destra. Al montaggio, Luca (il giovane regista che oggi vende pc) trovò non poche difficoltà. Tutte le interviste cominciavano con un “non sono un razzista, ma questi hanno stufato” e giù a parlare di furti di autoradio e di pneumatici, di falò e chiassose feste notturne, di motorini che scorrazzavano a tutte le ore.

Da allora a oggi non è cambiato alcunché. Anzi, la situazione si è aggravata. Almeno a Roma. Un gentilissimo tuttofare, impiegato in un giornale nel quale ho lavorato circa cinque anni fa, abitava in un quartiere con annesso campo rom. Di cosa si lamentava? Del fatto che lui doveva prendere la macchina per portare a scuola la figlia, mentre gli zingari avevano a disposizione un pulmino comunale.
Ripeto: chi parla di razzismo evocando scenari da notte dei cristalli o lo fa in malafede oppure ignora come stiano realmente i fatti.

IL CAMPIDOGLIO SPENDE MILIONI (NOSTRI) PER GLI ZINGARI
Una ricerca presentata a Roma qualche mese fa ha appurato che nel 2013 il Comune ha speso più di 24 milioni di euro (24.108.406, per l’esattezza) per gli ottomila rom censiti. La spesa è gestita da ben 35 enti (pubblici e privati) impiegando circa 400 “addetti”.
Sono dati che fanno arrabbiare molte persone al pari dell’usciere che ho citato prima. Non è il fuoco del razzismo che li incendia. È la semplice reazione a ciò che è visto come un’ingiustizia nei loro confronti. Un Comune, che piange miseria dalla sera alla mattina, trova però una bella manciata di milioni per tenere in piedi strutture più simili a favelas che a camping.

A suscitare commenti malevoli è anche questa leggenda dei nomadi. Ma quali nomadi?, si chiede la gente. I nomadi, rimarca il cittadino incazzato, sono quelli che viaggiano senza mai fermarsi in un posto solo, mentre questi si sono insediati qua e non si spostano più.
Nella parola “zingaro” c’è una condanna. Io dico “zingarelle”, quando racconto delle bande di ragazzine e ragazzini che fanno strage di borsellini e portafogli sulla metropolitana, non avendo alcuna intenzione di offendere. È come la faccenda di “nero” e “negro”. Negli Stati Uniti il termine “nigger” è offensivo, mentre “black” non lo è. Gli scimmiottatori di casa nostra hanno decretato che anche la parola italiana “negro” è offensiva, per cui dobbiamo dire “nero” o “di colore” (dall’americano “colored”) per non essere additati al pubblico ludibrio come razzisti.

Dicevo, dunque, che nella parola “immigrato” c’è un che di banale razzismo e che bisogna guardare alla realtà delle cose. Fermo restando che non faccio differenza tra chi proviene dal Sudan, dalla Moldavia, dal Perù o dal Bangladesh, che, cioè, non condivido la filosofia yankee per la quale l’unico indiano buono è l’indiano morto, sono costretto ad esprimere una netta condanna per certe pessime abitudini che si sono portati appresso.

LA PUZZA LA SENTONO I TURISTI
A passeggio per Roma ci vanno i turisti. Chi ci abita si serve di vari mezzi di trasporto e perciò non avverte la puzza che ammorba la città.
L’Urbe è un cesso a cielo aperto. Eliminarono i vespasiani perché giudicati sconci e oggi la città è un unico gigantesco vespasiano. Per i più giovani, ricordo che il vespasiano era una costruzione in cemento di facile accesso a chiunque avesse urgenti bisogni corporali. Erano anche luoghi dove i froci (non ancora assunti alla dignità di gay) rimorchiavano giovanotti, soprattutto militari in libera uscita. Puzzolenti, i vespasiani, se non venivano lavati mattina e sera.
Noterella classica: il nome lo si deve all’imperatore Vespasiano (primo secolo dopo Cristo) che aveva messo una tassa sui cessi pubblici.

A piazza Esedra (piazza della Repubblica, per i turisti) sono off-limits gli accessi al porticato. Sono gli angoli preferiti dagli immigrati e perciò puzzano incredibilmente. Lo stesso vale per alcuni angoli del portico di Piazza Vittorio.
Lungo i muraglioni di Colle Oppio e nei giardini che guardano il Colosseo, il fetore è insopportabile e bisogna stare attenti a dove si mettono i piedi.
A me piace passeggiare per la città e mi capita tutti i santi giorni di vedere immigrati che, senza vergogna, si liberano la vescica contro un albero a Trinità de’ Monti o a fronte di un muretto del Gianicolo. Ovunque, c’è puzza di piscio.

CHI EDUCA GLI IMMIGRATI?
Non è colpa loro, intendiamoci. Sono abituati a sputare per terra e a pisciare dove capita. La gente fa come faccio io: gira la faccia dall’altra parte.
Ve l’immaginate cosa mi succederebbe se per caso apostrofassi un immigrato mentre se la caca tranquillamente in un’aiuola di Villa Borghese? L’epiteto di razzista sarebbe il meno. Sul piano dello scontro fisico ci rimetterei comunque: se lo prendo a calci in culo, mi denuncia (hanno sempre a disposizione avvocati, disinteressati difensori del diritto eccetera ecceterone) e se, molto più probabile, mi stende dovrò tenermele e sopportare anche il commento della guardia: ma chi glielo fa fare? non lo sa che questi qui non hanno niente da perdere? poteva pure andarle peggio e via rompendo con la saggezza di chi oramai è rassegnato ad aspettare lo stipendio e gli eventuali straordinari.

LE GUARDIE CHE NON GUARDANO
Roma è piena di guardie: poliziotti, carabinieri, finanzieri, penitenziari, municipali… e chi più ne ha, più ne metta. La metro è affollata di vigilantes, ma se ne stanno tranquilli a chiacchierare nei gabbiotti e fanno la faccia feroce soltanto quando chiudono i cancelli la sera parecchi minuti prima dell’orario ufficiale. Se sbarrassero gli accessi all’ora stabilita, dovrebbero andare via qualche minuto oltre il turno e, dicono, “questo tempo in più chi me lo paga?”.

È un casino. Roma ridotta a cesso. La metro terreno di caccia di zingarelle e borseggiatori rumeni. Le guardie che si muovono all’insegna di “chi me lo fa fare?”.

QUANDO GLI ITALIANI SPUTAVANO PER TERRA
C’è stato un tempo che anche gli Italiani sputavano per terra e non si vergognavano di pisciare per strada. Quand’ero ragazzino, i cartelli con “Vietato sputare” erano in bella vista in filovia e in treno. Le multe fioccavano e oggi gli Italiani sono più educati. Se nessuno insegna la buona educazione agli immigrati, le cose andranno sempre peggio. Già oggi è facile che un immigrato ti cammini contro costringendoti a spostarti per evitarlo. Soprattutto con le donne sono prepotenti e scostumati. A dirla tutta, parecchia responsabilità ce l’hanno le donne, le quali per strappare uno sconto alla bancarella sorridono alle scostumatezze del vucumprà.

Il degrado è conseguenza della perdita di dignità. Il tipo che si offende e strilla e minaccia non lo fa in difesa della propria dignità ma per mero orgoglio individualista. È lo stesso che alla cassa del supermercato non si sbriga strafregandosene degli altri o che spinge per salire sul bus sovraffollato nonostante non abbia alcuna urgenza. La religione comune è “io sono importante, nessuno vale più di me”, con conseguente orgogliosa diffusione dell’ignoranza, della supponenza, della presunzione e, consentitemelo, della stronzaggine.

Se non si recupera la dignità (di italiano e cittadino d’Europa), aspettiamoci una puteolente cacata sulle gradinate di San Pietro in Vincoli.
Giuseppe Spezzaferro

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