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Ma vuoi mettere una sana pasta al forno?

L’Antitrust multa un integratore alimentare
Ma vuoi mettere una sana pasta al forno?

Meno male che c’è l’Antitrust! L’esclamazione m’è venuta spontanea leggendo della multa di 250 mila euro comminata alla “Named” per la pubblicità di un suo “integratore alimentare”. Il fatto è che m’intristisce vedere quanta gente, giovani e vecchi, maschietti e femminucce, s’abboffa di schifezzuole che depurano, integrano, rinforzano, ringiovaniscono, bruciano grassi eccetera ecceterone.
Quando è disperato, l’essere umano crede in qualsivoglia cosa, alla stregua di un naufrago che s’aggrappa a qualsiasi oggetto galleggi, sporcandosi il più delle volte le mani di merda. Posso comprendere che una cicciona o un vecchio malandato cerchino prodotti miracolosi che restituiscano all’uno virilità e snellezza all’altra, ma non capisco una ragazza o un ragazzo che, invece di mangiare sano rinunciando al cheeseburger e alla coca (sia pure diet), ingurgitino “integratori” per riequilibrare l’organismo.

SOLTANTO UNA MODA SCALZA UNA MODA
È una moda e perciò è inutile parlarne male; non serve. In grado di scalzare una moda è soltanto un’altra moda. Se portare scarpe a punta modello strega lo decreta la moda, tocca aspettare che passi e che un’altra scarpa diventi di moda.
Ricordo che tanti anni fa a Salerno, la mia città natale, i maschietti sfilavano con tanto di borsello. Ce n’erano di tutti i tipi e per tutte le età. E, ovviamente, i costi variavano parecchio in base alla griffe, al modello, al materiale usato. Era un variopinto defilè che sul lungomare trovava lo spazio giusto per fare confronti e per scambiarsi reciproche impressioni su scomparti, cinghie, colori etc.

LA MODA CHE UCCIDE
Lo sfottò era del tutto inutile. «Ma quale moda, io lo porto per comodità, nel pantalone non m’entra la chiave del portone e il pacchetto di sigarette mi sforma la tasca della giacca…». Animato da furore censorio e da cinismo adolescenziale, sorrisi quando seppi che un giovane era morto nello scoppio della sua auto. Alle prime fiamme, era subito corso fuori dalla macchina, ma poi c’era ritornato per riprendere il borsello.
Più o meno identica reazione provai quando seppi che l’inventore dello jogging, il newyorkese Jimmy Fixx (aveva fatto i soldi con il libro “The complete book of running”), era morto a 52 anni facendo jogging.
Trent’anni fa non ero più adolescente da un pezzo, eppure in quella morte ci vidi una manifestazione di giustizia. La verità è che il cinismo non ha età. E nemmeno il sacro furore censorio.

LA TOLFA E CATONE
Le spiegazioni logiche e razionali per l’uso del borsello le ho risentite qualche anno dopo quando si diffuse la tolfa, una versione radical-chic del borsello. Distinguere un giovane di destra da uno di sinistra era facile: il compagno portava la tolfa.

Un tempo la moda era roba da ricchi. Nobildonne e nobiluomini seguivano attentamente le tendenze che rimbalzavano da una capitale all’altra.
Quando Roma conquistò la Grecia, un rompipalle dell’epoca, di nome Marco Porcio Catone e di soprannome il Censore, non passava giorno che non puntasse il dito accusatore contro i ricconi che indossavano vesti alla greca, che mangiavano alla greca e che, cosa gravissima, avevano imparato addirittura a parlare greco. Duecento anni prima della nascita di Cristo, dunque, c’erano già uomini che si scagliavano contro la moda (in quel caso ellenistica) a difesa della sobrietà che caratterizzava il Romano autentico. Ma sto divagando.

SOLTANTO PAPAYA
Torno alla multa inflitta dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm, più nota come Antitrust) alla società che vantava le miracolose proprietà di “Immun’Age”, un integratore alimentare diffuso anche via internet.
Secondo l’Antitrust, «in tutta l’attività promozionale del suddetto prodotto si faceva ampio riferimento ad alcune specifiche caratteristiche di natura salutistica, in primis la sua efficacia contro numerose gravi patologie (Alzheimer, Morbo di Parkinson, ecc.) ovvero contro altre malattie e stati fisiologici ampiamente diffusi, quali invecchiamento cellulare, influenza e raffreddori, vaccinazioni e stati di debilitazione, che si sono rivelate non veritiere o comunque ambigue».
Ma cos’è in realtà questa taumaturgica bevanda? L’Agcm spiega che è «un integratore alimentare a base di papaya, prodotto per il quale è possibile soltanto vantare un’efficacia antiossidante, mentre risultano privi di validazione scientifica e di relativa autorizzazione i numerosi benefici salutistici ricondotti alla sua assunzione, così da indurre in errore i consumatori sulle caratteristiche del prodotto, al quale la pubblicità attribuisce effetti normalmente attribuibili alle funzioni proprie di un farmaco».

250 MILA EURO DI MULTA NON FANNO MALE
L’Autorità garante della concorrenza e del mercato sta emanando numerosi provvedimenti per contrastare l’uso scorretto di claim salutistici. Ma, a dirla tutta, quanto può far male una multa di 250 mila euro ad una società che intasca milioni vendendo portentose bevande? Si dovrebbe stabilire il principio che la multa sia grande almeno i due terzi degli incassi fatti per quel prodotto. Mi viene in mente la multa di 12 miliardi e mezzo di euro (http://www.internettuale.net/1916/la-banca-damerica-paga-pegno-in-italia-le-banche-sono-intoccabili) che la Banca d’America ha pattuito con il dipartimento Usa di Giustizia. In Italia è già un miracolo quando le multe vengono pagate.
Ciò posto, un consiglio: mangiate pasta, carne, peperoni, banane… e bevete vino. Nessun integratore potrà mai sostituire una pasta al forno, imbottita come si comanda. A non parlare della gioia per gli occhi, del naso vibrante per il profumo, del palato commosso dal sapore e della piena soddisfazione per aver mangiato qualcosa di veramente miracoloso. Provare per credere.
Giuseppe Spezzaferro

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