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Grazie Roma: l’elicottero sulla testa
e il vucumprà sul marciapiede

Quanta pena mi fanno quelli che vivono nelle città soffocate dal traffico, sporche e puzzolenti come latrine. Eppure, sono milioni quei disgraziati rinchiusi a uno a uno nelle automobili perché i trasporti pubblici non funzionano e a piedi rischierebbero una frattura inciampando in una buca. Sono sfortunati cittadini male amministrati, spremuti dalle tasse sui rifiuti e sulla casa. Circondati da immigrati scostumati che pisciano ad ogni angolo di muro e che s’ubriacano nei giardini concimandoli di cacche, bottiglie e cartoni.
Invece, vivere a Roma! Ah!, questa sì che è una fortuna. Puoi vedere le guardie che fanno allegramente colazione al bar. Che chiacchierano tra di loro e che non spengono mai il motore dell’auto per godersi l’aria condizionata. Altrove le volanti stanno ferme perché il governo ha tagliato i fondi e scarseggia la benzina.

BENZINA PER TUTTI
Nella città eterna, c’è benzina in abbondanza anche per gli elicotteri che sorvolano per ore il centro costantemente okkupato da manifestanti d’ogni tipo. Le guardie sono dappertutto. Fanno educatamente la fila alla rosticceria e chiacchierano amabilmente con il ragazzo mentre prepara per loro il vassoietto con il kebab e l’hummus, la deliziosa crema di ceci dal colore indefinito. Al mercato, si caricano di buste da portare a casa perché la moglie è impegnata al negozio e non ha tempo di fare la spesa.

È confortante vedere le guardie che passano senza scomporsi a pochi metri dai barboni stesi sui cartoni che tappezzano marciapiedi e portici. Ti rassicura l’attenzione che le varie tribù in divisa riservano ai vucumprà. È un’attenzione studiata a tavolino, imparata in duri corsi di strategia e sopravvivenza. Nemmeno te ne accorgi, tanto sono bravi a mascherare i controlli che fanno.
Hanno l’aria indifferente, sembra che non gliene freghi niente se all’angolo c’è il solito gruppetto di truffatori con il gioco delle tre carte. Apparentemente sono ciechi: non vedono gli ubriachi sulla panchina e nemmeno il cinese che carica alla fontanella le bottiglie che poi rivende come acqua minerale non gassata. In realtà esercitano la massima attenzione, ingannando con una ben studiata indifferenza.

VIGILANTES, CHE PASSIONE
Tra di loro c’è una tribù con una preparazione talmente sofisticata che è come se non ci fosse. È la tribù in divisa dei vigilantes. Queste guardie private ce l’invidia tutto il mondo, tant’è che le teste d’uovo capitoline stanno studiando come esportarle senza sguarnire la città.
Hanno affrontato terribili prove nel corso dell’addestramento e studiato a memoria leggi e codici, e ora questi giustizieri fasciati da attillate tute nere, le maniche arrotolate al gomito e carichi di pistole, munizioni, manette, radio e telefonini mantengono l’ordine e la pulizia con consumata perizia.
Se ne stanno a fumare all’uscita della metro perché sono i primi a rispettare la legge. Volendo, potrebbero fumare anche sottoterra, ma il loro codice deontologico non lo consente.
A prima vista, sono distratti e ridanciani, ma è sufficiente guardarsi intorno nei tunnel, sulle banchine e, soprattutto, sui convogli, per capire quanto preziosa sia la presenza di queste guardie. Non vedi una sola zingarella aggredire il turista mentre la complice infila le mani nello zainetto. Nessuno s’azzarda a fumare perché all’occhio delle telecamere nulla sfugge.
Non vedi uno strimpellatore di chitarra o un cantante con impianto portatile nemmeno se sotto la metro ci stai per una intera mattinata. Nei tunnel non ci sono vucumprà che vendono borsette, cinte e oggettini d’artigianato locale fabbricati in serie in uno dei tanti laogai, i lager cinesi dove bambini e donne lavorano venti ore al giorno.

VIVA LA PULIZIA
La pulizia e l’ordine regnano sovrani in tutte le stazioni metro. Un rapido sguardo ai binari e ringrazi la provvidenza per averci dato questi formidabili agenti della sicurezza privata. Non c’è una sola bottiglia ed è più facile vedere i denti d’oro in bocca alla badante che grosse zoccole pascolare tra contenitori di cibo ammucchiati ai bordi della massicciata. Se i finestrini dei treni si aprissero, gli sporcaccioni potrebbero servirsene come discariche, ma sono ermeticamente chiusi e perciò la roba si potrebbe lanciare fra i binari soltanto dalle banchine. Ma nessuno lo fa e per questo loro, i guardiani della notte e del giorno, se ne stanno in pace a fumare alle uscite. Da uomini addestrati ad ogni evenienza, s’appoggiano alla ringhiera sfoggiando posture da concorso a premi su chi è più macho. E le donne non sono da meno: esibiscono scattante energia e muscoli sapientemente nascosti.

CACCIA ALLA BUCA
È comodo passeggiare per Roma. Non ci sono buche e i marciapiedi sono sgombri. Non è come nelle città disgraziare dove sei costretto a fare lo slalom tra i tavolini del caffè à la page e le mercanzie in esposizione su coperte e traballanti scatoloni. Non devi stare attento a dove metti i piedi. Niente cacche, né di uomini né di animali, nessuna ferita aperta nella pavimentazione. È una vera goduria, specialmente se porti a spasso il nipotino nel passeggino. Sono anni ormai che nessuno vince il concorso “Fotografa la buca” lanciato dal Campidoglio. Il sindaco attuale, un medico emigrato dagli Usa, tale Ignazio Marino, ha invano raddoppiato il premio. A Roma la caccia alla buca è del tutto inutile. Tocca rassegnarsi e partecipare ad uno dei tanti safari fotografici organizzati dai tour operator in una delle tante città-groviera della Svizzera, dove buche, voragini e marciapiedi spaccati rovinano la tanto decantata qualità elvetica della vita.

IL POSTO SUL BUS
E che dire di autobus e tram? Sono all’insegna della comodità e della puntualità. Poco importa se la palina elettronica non funziona o si legge a stento perché montata controsole, una protettiva pensilina rende piacevole quei due/tre minuti d’attesa. Una volta a bordo c’è l’imbarazzo nella scelta del posto a sedere. Il corridoio tra i sedili è ampio. A volte capita di imbattersi in un passeggero che sceglie di viaggiare all’impiedi, ma non dà alcun fastidio: c’è spazio a sufficienza per passare senza montargli sulla schiena. Si sale e si scende senza essere spintonati. A bordo si respira un’aria profumata. Non si avverte, come capita quotidanamente sui treni giapponesi, disgustosi respiri conditi di cipolla e aglio, mescolati ai pestilenziali sudori Made in Africa e arricchiti dalla fragrante preziosità di profumi da un euro all’ettolitro indossati con ricercata dovizia dalle forti europee dell’Est.

IL TRAFFICO SCORRE COME PLACIDO FIUME
Sulle strade il traffico è scorrevole, non come altrove. A Roma è quasi un’imitazione motorizzata del Tevere, il biondo fiume che scorre placido e trasparente. In genere si sceglie di andare a piedi godendosi la passeggiatina senza rischiare di azzopparsi oppure ci si serve dei confortevoli mezzi pubblici. E non si dimentichi che l’aria è dolce, non è come in altre città, nelle quali un insopportabile fetore ammorba i pedoni assediati dal puzzo di piscio intriso nel muro e la merda che infioretta il marciapiede.
L’uso dell’automobile è assai limitato. Infatti, sarebbe da stupidi andare in auto da casa al lavoro e viceversa. Non è a Roma che si vedono lunghe colonne di automobili ciascuna con un solo occupante. A volte capita anche Roma di vedere un’auto con una sola persona a bordo e non si resiste alla tentazione di scrutare nell’auto per capire se quell’automobilista sia un cardiochirurgo in corsa per un’operazione a cuore aperto oppure un ingegnere chiamato a soccorso di un palazzo pericolante. I turisti avvertono chissà come che si tratta di un fatto eccezionale e su quell’uomo al volante puntano macchine fotografiche e cineprese.
Durante la giornata il traffico si concentra in alcune ore del mattino e della sera ed è soltanto di notte che aumenta perché, disgraziatamente, chiese, biblioteche e musei restano aperti.
Al mattino si va al lavoro, si timbra il cartellino e lo si timbra di nuovo all’uscita. Nessuno entra in orario in ufficio per poi uscirsene dieci minuti dopo, prendere l’automobile e andarsene in giro a sbrigare urgenti faccende personali. Chi gira in auto è il medico che deve andare da un suo paziente colto da malore mentr’era in una triste cittadina con malandati trasporti pubblici; è l’avvocato atteso dal cliente detenuto in un carcere fuori città; ed è l’idraulico chiamato a riparare il rubinetto gocciolante in un casolare fuori mano. Nessuno prende la macchina per andare al bar o per ascoltare un po’ di musica a palla con il gomito fuori del finestrino aperto.

ATTENTI AL LEGIONARIO
All’ombra del Colosseo c’e, a dire la verità, un pericolo costante. Si tratta di decine di travestiti a guisa di antichi legionari e gladiatori. I turisti non amano fotografarli né tantomeno farsi fotografare con loro. In particolare, alle donne non piace nemmeno un poco farsi abbrancare e minacciare con la daga di plastica puntata alla gola da un omone con tanto di elmo e corazza da centurione.
Quei figuranti sono una minaccia alla tranquillità e perciò vanno multati, fermati, eliminati ad ogni costo. Il monotono rumoroso girare di eliche sulla testa è come un memento: Legionario, con me hai chiuso. Parola di elicottero. L’immigrato guarda all’insù mentre se la piscia allegramente contro il muro, offrendo gratuitamente un fuoriprogramma ai turisti.
Giuseppe Spezzaferro

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