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e la spesa improduttiva, madre di voti

La processione di Piazza San Giovanni
e la spesa improduttiva, madre di voti

Ma quant’è grande Piazza San Giovanni a Roma? Poco meno di 43 mila metri quadrati (42.700 mq per l’esattezza). Può contenere un milione di persone? Certo che sì. Basta mettere 23 persone in ogni metro quadrato. Gli esperti dicono che una persona (di media dimensione, non un’obesa o un’anoressica) occupa uno spazio di 45 cm x 45 cm, cioè circa mezzo metro quadrato. Secondo questi esperti, quindi, siccome in un metro quadrato c’entrano due persone, alla manifestazione della Cgil sabato scorso ci sarebbero state sì e no centomila persone.

Il fatto è che gli esperti sono fissati con l’aritmetica, la matematica, la fisica, la geometria… insomma misurano la vita con i numeri: per loro in una bottiglia di un litro c’entra un litro d’acqua e non un millilitro di più.
Dimenticano che le persone hanno una grande capacità di adattamento e, soprattutto quando manifestano contro Matteo Renzi, sono capaci di mettersi in quattro su un metro quadro. Forse anche in 6!
Quanto fossero, perciò, i manifestanti che hanno risposto all’appello della veterostalinista Susanna Camusso, lo dice il sindacato, lo dice la questura, lo dicono i giornali e la tv, ma di certo non lo dicono i geometri o i ragionieri.
Comunque sia, milione o non milione, la processione di sabato ha fatto vedere anche fisicamente la spaccatura nel Pd.

RENZI RICOMPONE LA DC
Con la gestione del presidente-segretario-rottamatore, il Partito Democratico (so che mi ripeto, ma è necessario) sta occupando lo spazio già preso dalla Democrazia Cristiana, un partito che per circa sessant’anni ha dominato incontrastato l’Italia (le opposizioni del Pci e del Msi erano dei ricostituenti!).
Anche Renzi ha bisogno di una opposizione alla sinistra estrema per poter accrescere il proprio appeal nei confronti dei benpensanti, lontani dall’estremismo quanto i Palestinesi da un proprio Stato.

GLI ITALIANI AMANO IL CENTRO
L’Italia è un Paese di centro. In genere l’Italiano non ama scossoni e trambusti. Gli piacciono la pace, la buona cucina, le scampagnate (oggi si chiamano week-end, settimana bianca, crociera etc.) e le comodità. Odia i bruschi cambiamenti, non crede nella rivoluzione salvifica, predilige essere rassicurato. Chiunque sia il Grande Rassicuratore, l’Italiano lo segue.

Dal secondo dopoguerra in poi, questa “centralità” italiana è stata più che dimostrata. Il Partito Comunista Italiano e la sinistra in genere sono sempre stati minoritari. Per molti decenni, ciò è stato determinato dalla paura degli Italiani per il comunismo (pericolo contro il quale si ergeva la diga-Dc). Non è qui la sede per tracciare una storia che vede la punta massima della sinistra riformatrice nel Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi e che trova la sintesi più sconvolgente nell’associazione a delinquere (politico, s’intende) costituita dagli eredi del Pci con quelli della Dc, associazione che oggi si chiama Pd.
Ciò che qui sottolineo è che la crisi del centrodestra, partorito e nutrito da Silvio Berlusconi, lascia incustodito un gigantesco serbatoio elettorale sul quale Matteo Renzi è ben deciso a mettere le mani. Berlusconi gli metterà il bastone tra le ruote come già fece con la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto? Spunterà qualcun altro a rivendicare l’eredità del centrodestra? Si vedrà. Al momento, c’è in campo soltanto la sua manovra per catturare i voti “centristi”.

TANCREDI AL CONTRARIO
Se per impadronirsene, dovrà perdersi un paio di milioni di voti a sinistra, poco male. «Parigi val bene una messa» (che l’abbia detto Enrico Il Grande o altri poco importa) è da secoli una collaudatissima regola della politica, cosa che Renzi sa sicuramente fare.
Per allargarsi al centro, Matteo il Rottamatore deve per forza lasciare le cose come stanno. Deve, cioè, fare il contrario di ciò che annuncia Tancredi, nipote del principe di Salina: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» (“Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa). Se vuole che qualcosa cambi per davvero, Renzi ha bisogno che parecchio rimanga com’è.

IL CORO DELLA SPENDING REVIEW
Mi spiego meglio con un esempio. Prendiamo la “spesa improduttiva”. Tutti dicono che è indispensabile tagliarla per ridurre il debito. È un coro degno de “I Lombardi alla Prima Crociata” («Gerusalem… Gerusalem… la grande, la promessa città!») ma, al posto dell’invocazione verdiana a Gerusalemme, il coro dei politicanti canta gli elogi alla Spending Review.

S’impone la domanda: se tutti si dicono d’accordo, perché la spesa improduttiva non viene tagliata?
La spesa improduttiva è in realtà la spesa più produttiva di tutte, perché produce consenso. E Renzi ha bisogno di molto consenso per combinare qualcosa di nuovo rispetto al passato.

MILIONI DI RIVOLI
Il circolo culturale chiede al Comune un contributo di mille euro per una mostra fotografica. Se il Comune non sborsa, il presidente, il vicepresidente, il segretario, il tesoriere, il cassiere, l’usciere… insomma tutti quelli che hanno che fare con quel circolo spostano altrove il loro consenso. Di situazioni del genere ce ne sono a migliaia. Pensate soltanto a quanti “consulenti” vengono pagati per fare cose che dovrebbero fare i funzionari regolarmente stipendiati. A non parlare dei commissari straordinari. Basta guardarsi intorno per scoprire mille esempi di “spesa improduttiva”.
Renzi non taglia il ramo sul quale s’è messo comodo. O meglio: non lo taglierà finché non si sarà assicurato un altro albero. Tutto qua.
Giuseppe Spezzaferro

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