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segnano il fallimento di governo e partiti

Le dimissioni del presidente Napolitano
segnano il fallimento di governo e partiti

Qual era il connotato più marcato della cosiddetta prima repubblica? Un’attività che decenni fa un vecchio repubblicano come Oscar Mammì aveva così spiegato: «Non appena si forma un governo, si fa a gara per farlo cadere».
Inutile girarci intorno: la politica politicante conosce e pratica una sola legge, quella del “levati tu, che mi ci metto io”.
I raffinati politologi e gli ipocriti commentatori la mettano come loro più aggrada, ma la verità è che nel Palazzo ci si limita a fare chiacchiere sui “problemi veri della gente” e invece ciascuno lavora indefessamente come Cicerone “pro domo sua”.

MANGANELLI E TEMPESTA MEDIATICA
Mentre in piazza la polizia esercita il solito mestiere di manganellare la protesta sociale, i giornali dedicano pagine e pagine alla “successione di Napolitano”, i telegiornali e i salotti televisivi rimbombano di analisi e previsioni e i social media tracimano di dietrologie e stupidaggini varie.
Scontato che il presidente ad un certo punto dovrà mollare, o a causa degli acciacchi o per la seconda scadenza naturale, il caso delle prossime dimissioni di Giorgio Napolitano non depone a favore del governo Renzi e neanche del Parlamento.

Quando, quel fatidico lunedì 22 marzo 2013, il vecchio comunista si rivolse al Parlamento giurando per la seconda volta come presidente della Repubblica, non ci fu spazio per le “interpretazioni”. Ciò che disse fu chiaro a tutti.

L’IMPEGNO DEL QUIRINALE
Incollo qui di seguito alcuni brani di quel discorso.

«…non si sono date soluzioni soddisfacenti: hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi. Ecco che cosa ha condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento».

Non c’è alcunché da interpretare. Più chiaro di così è impossibile. Napolitano rimproverò ai partiti di essersi occupati dei fatti propri e non delle riforme necessarie. Definì «imperdonabile la mancata riforma della legge elettorale del 2005» e mise il confine alla propria partecipazione. Eccolo:

«Molto si potrebbe aggiungere, ma mi fermo qui, perché su quei temi specifici ho speso tutti i possibili sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese».

I SORDI NON SONO GUARITI
In breve, Napolitano ammonì: se continuerete a fare la solita manfrina inconcludente, vi pianto e me ne vado.

Il caso, scoppiato a livello mediatico-politico, delle dimissioni di Napolitano confermerebbe, quindi, che i partiti non hanno combinato niente di buono per cui lui, come promesso quel 22 marzo 2013, farebbe le valigie. Se il presidente molla, significa – lo ripeto – che, al di là delle concioni su lavoro, sviluppo eccetera ecceterone, il governo Renzi e l’intero sistema politico-partitico non hanno fatto nessun passo avanti per la “resurrezione italiana”.
I politicanti non hanno spostato di una virgola i termini del problema-Italia perché presi come al solito da «contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi». Sordi erano e sordi sono rimasti.

IL TOTOSUCCESSORI
Sul totosuccessori c’è poco da dire. Un’altra regola della vita politica nazionale stabilisce che il modo migliore di bruciare qualcuno è di candidarlo anzitempo.
A lume di naso, farei qualche nome di donna. Come gli americani hanno frenato la spirale di decadenza mandando alla Casa Bianca un negro (all’epoca avanzai l’ipotesi che salvifico sarebbe stato un tandem negro-donna), così l’establishment di casa nostra riuscirebbe a mandare un segnale di rinnovamento portando una donna (Bindi e Finocchiaro escluse) al Quirinale. Staremo a vedere.

Sui vari Prodi, D’Alema, Amato e compagnia brutta, meglio stendere un sudario. L’Italia che vuole cambiare non sopporterebbe sul Sommo Colle un inquilino della vecchia e consunta nomenklatura. Stessero attenti a non esagerare.
Giuseppe Spezzaferro

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