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I giudici russi: lo zar non fu un criminale

Dopo la rivoluzione russa, lo zar Nicola II, la moglie Aleksandra Fedorovna, i loro figli, le Gran Duchesse Olga, Tatiana, Maria e Anastasia, l’erede al trono Alessio Nicolaevic Romanov e alcuni membri del seguito vennero fucilati il 17 luglio del 1918 dal commando del commissario bolscevico, Kakov Jurovskij, a Ekaterinburg, la città asiatica degli Urali a circa 1.450 chilometri da Mosca.

A novant’anni dalla loro uccisione, la Corte suprema russa ha riabilitato Nicola II e la sua famiglia in quanto vittime della repressione sovietica (“L’uccisione dello zar Nicola II e della sua famiglia fu ingiustificata e la Corte li ha riabilitati”). Per anni la granduchessa Maria Vladimirovna, la discendente più diretta di Nicola II, ha cercato giustizia. La pronuncia della Corte nega qualunque attribuzione di colpa ai Romanov e considera i crimini loro addebitati come la chiave con cui il sistema comunista cercò di giustificare l’eccidio di Ekaterinburg. Il Patriarcato si è detto soddisfatto della sentenza. La Chiesa ortodossa russa nel 2000 canonizzò come martiri Nicola e la sua famiglia, i cui resti erano stati ritrovati e identificati con il Dna 10 anni prima e oggi riposano nella chiesa di Pietro e Paolo a San Pietroburgo, dove sono sepolti gli zar.

La pronuncia della Corte farà piacere anche al nuovo presidente russo, Dmitry Medvedev, divenuto a 42 anni il più giovane leader della Russia dall’ultimo zar di cui è un fervente ammiratore. La riabilitazione, in base alla quale si riconosce che una persona è stata vittima della repressione politica durante il comunismo, era un gesto puramente simbolico chiesto dai familiari dell’ultimo zar. La legge prevede il risarcimento dei danni a spese dello Stato per i perseguitati politici. Ma uno dei legali discendenti dei Romanov, German Lukianov, ha spiegato che “non è il caso nostro, perché l’indennizzo è previsto solo fino al primo caso di discendenza o di parentela, quindi i diretti interessati sono già morti”. Comunque, l’importante era affermare che la famiglia di Nicola fu vittima di “una persecuzione sociale, religiosa e politica”. “Il soviet regionale degli Urali, che ordinò l’esecuzione, ai tempi governava su Ekaterinburg – ha detto Lukianov – si presume con l’approvazione del presidium del comitato centrale, che allora era il supremo organo politico sovietico”.

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