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muore il sogno antiamericano

Rivoluzione energetica negli Usa:
muore il sogno antiamericano

Coloro i quali preconizzavano un imminente crollo degli Stati Uniti sono più o meno gli stessi che da qualche tempo prevedono/auspicano la fine dell’euro (e dell’Europa). Sono rimasti delusi per quanto riguarda gli Usa e lo rimarranno per l’euro.
La notizia della crescita del Pil registrata negli Usa (+5% nel terzo trimestre di quest’anno) ha sconvolto le previsioni più ottimiste, figuriamoci come hanno accolto il fatto gli antiamericani, sia quelli da salotto che i piazzaioli.
Chi mi conosce sa che di molto mi si può accusare ma non di essere un filoamericano; e a chi non mi conosce mi limito a ricordare che sottovalutare il nemico è la condanna di chi è destinato alla sconfitta.

IL BOOM DEL PIL
Il salto del Prodotto interno lordo statunitense non è l’effetto di una qualche “riforma” e nemmeno di una effimera crescita drogata. Esso è il risultato di una rivoluzione strutturale dell’economia nordamericana. I contraccolpi li vedremo ben presto anche nella politica estera. Ma andiamo per ordine.

I tifosi della Cina, nazione destinata al dominio del mondo, dicono!, ma a parer mio vera tigre di carta (sarà una nazione quando lo sarà anche l’Italia, cioè mai), fecero zompi di gaudio quando la Repubblica Popolare Cinese superò gli Stati Uniti d’America nell’importazione di greggio e prodotti raffinati. Nel 2012, infatti, Pechino aveva acquistato sui mercati esteri 6,12 mbg (milioni di barili al giorno) e Washington 5,98.
La crisi, esultarono gli antiyankee in spe, faceva rallentare gli americani e correre i cinesi.

Oggi sappiamo tutti cosa stava succedendo: gli americani avevano varato una politica energetica finalizzata a conquistare l’autonomia e a risparmiare quattrini. Il +5% di Pil dimostra che quella politica abbia colto l’obiettivo. Anzi, gli obiettivi.

STRATEGIA STATUNITENSE
Per sommi capi:
l’industria automobilistica americana ha immesso sul mercato automobili a basso consumo di benzina;
è stata incentivata e incrementata la produzione di energie alternative, a cominciare dal fotovoltaico;
è stata aumentata la produzione di gas statunitense;
l’estrazione di shale oil (petrolio da roccia) ha portato gli Usa a essere il primo produttore di petrolio al mondo;
è stato implementato l’import di petrolio dal Canada e dalla Colombia.

Risultati:
gli Usa sono diventati esportatori di petrolio (perfino in Italia a luglio scorso è sono arrivati 423mila barili di greggio americano);
è stato fermato il fiume di dollari che scorreva ininterrottamente per pagare il petrolio importato;
oggi negli States l’energia costa meno che in Europa;
il dollaro si è rivalutato.

RISORGIMENTO MADE IN USA
Prima che fosse eletto presidente Barack Obama, avevo espresso l’opinione che gli Stati Uniti avrebbero potuto arrestare la decadenza e, soprattutto, la crisi di credibilità, se alla Casa Bianca fosse arrivato un ticket negro-donna (l’uno o l’altra alla presidenza o alla vicepresidenza).
La coppia negro-donna avrebbe convinto il mondo che gli Usa erano ancora il Paese più avanzato del pianeta, più democratico e più innovatore.
C’è mancato poco per il ticket, ma un negro oggi fa il presidente degli Usa.
È stato il primo passo. Fondamentale, ma soltanto il primo. Bisognava intervenire sull’assetto socio-economico nazionale con un altro “schiaffone” (è noto che uno schiaffo bene assestato ferma una crisi isterica…).

ORGOGLIO YANKEE
Il peso maggiore per gli americani, per l’orgoglio americano (che fa dire “I’m american” con la stessa forza del “Civis romanus sum”), era la dipendenza energetica. Dover dipendere da cammellieri arricchiti, da cacicchi asiatici, da nababbi stravaccati intorno a pozzi di petrolio, era insopportabile nel Montana come nell’Ohio. Adesso l’orgoglio yankee è soddisfatto. Le giacche blu hanno combattuto e vinto un’altra battaglia al suono squillante della tromba.
Avevo accennato anche a contraccolpi in politica estera. Il primo sta proprio nel rinnovato orgoglio americano. Il cinema s’è fatto realtà. “Io vi troverò” (“Taken”, 2008, con Liam Neeson, che da solo sbaraglia una dietro l’altra bande albanesi, francesi e arabe per liberare la figlia) è diventata la promessa di ciascun americano e il +5% del Pil lo dimostra.

CONTRACCOLPI SU TEL AVIV
Altro contraccolpo attiene alla geostrategia statunitense: aree che fino a ieri erano ritenute vitali per gli Usa hanno visto la loro importanza gradualmente ridimensionarsi.
Presto anche Israele scoprirà che il tempo delle vacche grasse è bello che finito e dovrà cominciare a pensare ad un nuovo rapporto con i Palestinesi, in primis. Tel Aviv dovrà varare una politica economica di pace per sopravvivere alla fine della guerra continua.
Ebbero fine le guerre dei cent’anni e dei trent’anni, l’Europa ridisegnò sé stessa (e si preparò per altre guerre, sempre causate dall’Inghilterra, ma questa è un’altra storia) e finirà anche l’okkupazione israeliana della terra palestinese.

DOTTRINA MONROE RIVEDUTA E CORRETTA
L’Europa deve prepararsi ad una nuova stagione della Dottrina Monroe. Se non ci sarà abbastanza Europa, non so cosa capiterà agli altri, a cominciare dalla Germania, ma è certo che l’Italia diventerà un grande parco giochi (così come auspicano i vegetariani e imbelli sostenitori della cosiddetta industria turistica).
Non s’illudano gli antiamericani che si tratta di un fuoco di paglia e che la Cina bla bla bla… la rivoluzione energetica americana è un dato strutturale dell’economia con effetti a cascata su tutto il sistema nordamericano. E, quindi, sull’intero mondo.
Giuseppe Spezzaferro

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