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Al suo posto mandiamoci un gay

Napolitano lascia il Quirinale
Al suo posto mandiamoci un gay

Napolitano se ne va. Il presidente della Repubblica lascia il Quirinale, dopo nove anni di incontrastato dominio.
È stato un grande innovatore. Come capo dello Stato, ha inventato i governi senza bisogno di fare le elezioni. Come presidente del Consiglio superiore della magistratura, ha avallato le tracimazioni di alcuni magistrati e ha lasciato libera la caccia a Silvio Berlusconi e ai suoi amici. Come Comandante in capo delle Forze armate nonché presidente del Consiglio supremo di difesa, ha mandato gli Italiani in guerra senza le dichiarazioni di prammatica.
Insomma, Giorgio Napolitano, nelle cui vene, come ha detto Marco Pannella, scorre il sangue dei Savoia (le parole del leader radicale sono state: «…la storia di chi ha notoriamente sangue dei Savoia e avrebbe potuto diventare Re…»), ha costruito una nuova figura istituzionale. Con un Parlamento in crisi di credibilità e governi quirinaldipendenti è andata liscia, ma al prossimo presidente sarà possibile/consentito fare altrettanto?
Da settimane i media dedicano ampi spazi ai papabili alla successione. Acclarato che si equivalgono tutti, perché il livello del ceto politico dominante è quello che è, ce ne sono alcuni che non dovrebbero nemmeno essere citati.

Cominciamo da Walter Veltroni.
Gli elettori romani non hanno votato per Francesco Rutelli sindaco per dire all’ex sindaco, cioè a Veltroni, che faceva male a trattarli come un parco buoi imponendo la staffetta in Campidoglio. I Romani bocciarono lo scambio: io (Veltroni) me ne vado a Palazzo Chigi e tu (Rutelli) sali in Campidoglio al mio posto.
Veltroni si è anche distinto per aver speso bei quattrini e fatto “lavorare” un po’ di cooperative per fare concorrenza al Festival cinematografico di Venezia (inventato dal Fascismo) con uno uguale a Roma. Quei soldi li avrebbe potuto spendere meglio, ma su un disavanzo per circa mezzo miliardo di euro cosa volete che siano un paio di milioni in più?

Veltroni non dovrebbe nemmeno guardarlo il Colle perché è l’inventore di un veleno politico per il quale non c’è antidoto: il benaltrismo. Qualunque fosse il problema, il mancato cinematografaro rispondeva: «Ma il problema è un altro…». L’ex sindaco di Roma rafforzò il benaltrismo con un altro veleno: il maanchismo, del tipo: «Ci sono i problemi dei lavoratori ma anche quelli dei pensionati… i problemi delle donne ma anche quelli dei giovani… dei commercianti ma anche dei consumatori…». Da un ben-altro ad un ma-anche, da una poltrona all’altra, Veltroni è uno dei protagonisti dell’avvilimento della vita pubblica nazionale.

C’è anche Romano Prodi.
Il Pd di Pierluigi Bersani aveva già provato a mandarlo al Quirinale ma il Pd di Matteo Renzi glielo aveva impedito. Ora il Professore ci riprova. Di lui potrei ricordare la seduta spiritica alla quale dichiarò di aver partecipato per individuare la prigione di Aldo Moro. Oppure la sua ricetta per smantellare l’Iri e svendere i pezzi più appetitosi agli amici. O potrei citare il suo governo su modello “Armata Brancaleone”, dove c’erano ministri che volevano cancellare le banche e ministri che schifavano i diritti dei lavoratori. Se m’andasse a genio, potrei raccontare dei suoi rapporti con il giornalista economico Alan Friedman, o con Nomisma, società di consulenza molto “cara”, oppure con alcuni membri della dirigenza cinese. Comunque sia, Prodi al Quirinale sarebbe la pietra tombale per Silvio Berlusconi. E amen.

E c’è Giuliano Amato.
L’ex fedele compagno di Bettino Craxi ha fatto un sacco di strada da quando mollò l’esule di Hammamet. È uno bene accreditato in quei salotti internazionali che spaventano i dietrologi e i complottisti sparsi equamente fra la destra, la sinistra e il centro (soprattutto i grillini frequentatori di Facebook e dintorni).
Del cosiddetto Dottor Sottile, se ne potrebbero dire una sporta e di più, ma non servirebbe a niente. Se si salda la coalizione per sostenerlo al Quirinale, nessuno potrà fermarlo. Mi limito a ricordare che di tutto potrebbe essere accusato tranne che di essere un nazionalista. Già ai tempi del Socialismo Tricolore stava dalla parte opposta.

Emma Bonino.
Se non avesse deluso per la vicenda dei marò, l’amica di Marco Pannella potrebbe essere una buona scelta. Era arrivata alla Farnesina sull’onda di un’ipotesi di soluzione a breve per i due soldati italiani sotto processo in India. Anch’io – per quello che conta – avevo saputo delle “carte” che avrebbe giocato come ministra degli Esteri. Invece, niente di niente. Anzi, peggio di prima. Una donna sarebbe l’ideale ma non dovrebbe essere una talebana laica, una convinta di avere sempre ragione perché ha dalla sua la Ragione, così come un cattolico crede di avere Dio dalla sua.

La mia proposta
Mandiamoci un gay. Ho premesso che il tasso di qualità è all’incirca uguale per tutti. Alcuni candidati non vanno bene e non perché siano meno intelligenti o meno capaci. È che sono pericolosi, ripeto, perché Napolitano lascia vuoto il posto di un presidente forte e asseverativo e bisogna andarci cauti. Un rappresentante delle comunità omosessuali, dei transgender… insomma di tutti i generi estranei ai sessi classici (maschio e femmina, per chiarire) darebbe al mondo un bel messaggio. L’Italia si sta autoriformando. Gli Italiani offrono un modello diverso di Latin Lover. Oltre a dribblare la stanca antitesi uomo-donna, un gay al Quirinale sarebbe l’espressione più alta del minestrone di verdure che è diventata l’Italia.
So che i bene informati obietterebbero che non sarebbe la prima volta che un omosessuale arrivi a tenere in mano il bastone… del comando, ma sarebbe senz’altro una novità eleggere a presidente un gay conclamato, orgoglioso del proprio fondoschiena.

LE DIMISSIONI
Napolitano nel discorso di fine anno ha detto fra l’altro: «A quanti auspicano – anche per fiducia e affetto nei miei confronti – che continui nel mio impegno, come largamente richiestomi nell’aprile 2013, dico semplicemente che ho il dovere di non sottovalutare i segni dell’affaticamento e le incognite che essi racchiudono, e dunque di non esitare a trarne le conseguenze. Ritengo di non poter oltre ricoprire la carica cui fui chiamato, per la prima volta nel maggio del 2006, dal Parlamento in seduta comune. Secondo l’opinione largamente prevalente tra gli studiosi, si tratta di una valutazione e di una decisione per loro natura personali, costituzionalmente rimesse al solo Presidente, e tali da non condizionare in alcun modo governo e Parlamento nelle scelte che hanno dinanzi né subendone alcun condizionamento».

Il presidente della Repubblica lascerà, dopo nove anni, il Colle all’indomani del 13 gennaio, quando si concluderà il semestre italiano di presidenza dell’Ue.
Giuseppe Spezzaferro

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