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sulla via della rottamazione
e gli isterismi del pericolo-Islam

Quirinale, la scelta di Renzi
sulla via della rottamazione
e gli isterismi del pericolo-Islam

A Montecitorio e dintorni anche i sampietrini (quelli sopravvissuti al business capitolino) sanno che il candidato scelto da Matteo Renzi per la presidenza della Repubblica dovrà avere il placet di Silvio Berlusconi. Il cosiddetto “Patto del Nazareno” (siglato esattamente un anno fa, il 18 gennaio 2014) c’entra poco. È una questione di equilibri politici. Se non ci fosse il comico genovese sempre pronto ad espellere chi non la pensa come lui, da quel dì che il Pd avrebbe abbandonato il tycoon di Arcore per accoppiarsi ai cinquestelle. Sarebbe il tandem ideale: una vecchia forza politica, in fase di ristrutturazione, insieme con una nuova, in fase di strutturazione.
Sarebbe anche il definitivo superamento della logora nonché inutile contrapposizione destra-sinistra. Ma la Storia non si fa con i se e con i ma, perciò atteniamoci a ciò che è. E la realtà ci dice che l’ex Cavaliere conta tuttora parecchio.

GLI OBIETTIVI DEL ROTTAMATORE
Il rottamatore presidente del Consiglio non ha, credo, alcuna intenzione di rivedere la propria strategia, che è essenzialmente fondata sulla messa in pensione di sorpassate nomenklature, le quali zavorrano eccessivamente e da troppo tempo la nave Italia.
Al cappone non piace finire in pentola, questo è scontato; ma è talmente stupido che non la smette di beccarsi con gli altri capponi (vedasi Renzo Tramaglino in cammino verso l’Azzeccagarbugli) e Renzi conta su ciò per fare piazza pulita. Perfino Giorgio Napolitano ha dovuto gettare la spugna. S’era impegnato a restare al Quirinale (vedasi http://www.internettuale.net/1988/le-dimissioni-del-presidente-napolitano-segnano-il-fallimento-di-governo-e-partiti) a sostenere i processi innovatori e bla bla bla e invece ha mollato. L’ha fatto perché “incoraggiato” dal tribunale di Palermo? per fare un dispetto a Renzi? Forse di ragioni ce ne sono parecchie, ma aprire la successione con un Pd spaccato non è di certo un regalo all’inquilino di Palazzo Chigi. Il quale deve fare i conti con una rappresentanza parlamentare nominata da tale Pier Luigi Bersani, che non vede l’ora di rendergli la pariglia.
La guerra per il sommo colle era cominciata prima ancora che Re Giorgio decidesse di scendere dal ring, ma s’era svolta tutta sottoterra. Ora il conflitto viene allo scoperto e Renzi deve scegliere tra un compromesso con la fronda interna (e quindi scegliere un Amato o una Finocchiaro, comunque un candidato benvisto da Berlusconi) oppure insistere sulla strada della “novità” e tirare fuori dal cilindro un nome lontano mille miglia da Botteghe Oscure e sue dependances.

LA SORPRESA NEL CILINDRO
In fin dei conti, Renzi si sa vendere alla grande ed è imbattibile negli scambi di sms e twitter. Va ottimamente in televisione e inganna il teleutente alternando con teatrale sapienza il sorriso e la faccia feroce. Il semestre di presidenza italiana della Ue è finito in una bolla di sapone, ma lui l’ha colorata e l’ha fatta volare strappando a tutti un ohhhh! di meraviglia.
È bravo, su questo non ci piove. Ma non gli basta. Lui vuole finire sui manuali di storia non soltanto come il più giovane presidente del Consiglio (escludendo Mussolini) italiano. Lui vuole l’alloro per aver smantellato l’impero dei cacicchi, per aver riportato i magistrati al loro posto, per aver rifondato il sistema politico nazionale.
Renzi lancerà un candidato, previo assenso di Berlusconi, che costringerà i vari Prodi e D’Alema a riporsi nelle bare dalle quali da qualche anno tentano di uscire.
Non lo farà? Cederà al ricatto delle mummie? Non credo proprio, ma se accadesse sarebbe un forte segnale per le opposizioni: potremmo dire – nel pieno consenso popolare – che sono tutti uguali e che non c’è salvezza se il sistema non sarà stravolto alla radice.

L’ITALIA NON STA PEGGIO DEGLI ALTRI
A questo punto è necessaria un’annotazione: l’Italia non è l’unico Paese in mano ad un ceto politico di scarsa qualità. La crisi è mondiale. È crisi di uomini (maschi, femmine e transgender). È un fenomeno che qui manco m’azzardo a tentare di spiegare. Lo illustro soltanto. Sta di fatto che la mancanza di statisti apre la strada a fenomeni di isterismo: a scatenarli bastano due o tre sparatori folli (che, mutatis mutandis, non sono diversi dai lanciatori di sassi dal cavalcavia).
E comincio proprio dai cugini d’oltralpe.

EUROPA
La Francia è precipitata nelle mani di illustri incompetenti (con l’ultima passaggio da Sarkozy a Hollande ha toccato il fondo, forse).
La Kanzlerin in Germania brilla perché è una donna, ma s’oscura a confronto con Kohl, a non parlare di Adenauer.
La Spagna ha dato le redini prima ad un nicoliniano Zapatero e oggi ad uno sciapito Rajoy.
Il Belgio è stato per mesi senza un governo, la Grecia vive nell’incertezza, il Portogallo annaspa… insomma l’Europa sta male combinata. Ma fuori non stanno meglio.

GIAPPONE
Il Giappone non riesce a venir fuori dalla crisi politica determinata in parte da scandali e bustarelle e in altra parte dalla inadeguatezza degli uomini politici. Il nazionalista Abe (il più giovane premier della storia del Giappone) ha sostituito il filo-Bush Koizumi, che aveva preso il posto di Mori, appassionato di rugby, il quale era arrivato… insomma, tocca risalire al cristiano Fukuda per trovare un politico di spessore.

RUSSIA
La Russia è ridotta al lumicino e deve rassegnarsi a dire addio ai sogni di dominio globale coltivati dall’Unione sovietica di Stalin. Da Kruscev è arrivata a Putin, passando per Gorbaciov. Di statisti nemmeno l’ombra; si equivalgono, più o meno.

CINA
La Cina non sta meglio. La forza del Partito comunista copre le magagne dei politici e la potente crescita economica nasconde la realtà di un Paese squassato da conflitti etnici, da ribellioni operaie e da feroci lotte all’interno della nomenklatura. I nomi non me li ricordo, ma non mi pare ci sia qualcuno di particolare rilievo.

INDIA
L’India è scivolata da Indira Gandhi a tale Modi, un premier in balia dei nazionalisti comunisti (come dimostra la vicenda dei marò). Il Paese ha una crescita tumultuosa, ma la povertà è ancora prevalente. A fronte di qualche punta tecnologica, c’è una palude di morti di fame.

USA
Gli Stati Uniti (e l’ho scritto più volte) sono l’unico Paese al mondo in fase risorgimentale. Il personale politico è quello che è (da Bush a Obama, il livello non cambia) ma la struttura statunitense è fondamentalmente protesa al dominio (complottano ragioni spirituali e ragioni materiali) per cui non cederà lo scettro. L’unica superpotenza in grado di determinarne il declino potrebbe essere l’Europa allargata alla Russia. Ma questa è un’altra storia.
Giuseppe Spezzaferro

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