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I cinesi cristiani fanno più soldi

Ma quanti sono oggi i cristiani in Cina? Il Center for the Study of Global Christianity del Massachussetts dice che sono almeno 70 milioni. Il Pew Forum on Religious and Public Life dice che ad essi vadano aggiunti quasi altrettanti che non è possibile censire, per ovvie ragioni. La texana China Aid Association fa sapere che le stesse autorità di regime preposte al culto parlano privatamente di 130 milioni di fedeli. Gli iscritti al Partito sono 74 milioni, tutti censiti. Insomma, anche se in rapporto alla popolazione globale cinese (un miliardo e 300 milioni di persone) si tratta di cifre piccole, in termini assoluti e tendenziali è un fenomeno dirompente. Poco conta che lo status di iscritto al partito sia più un traguardo che non un punto di partenza: per ogni tessera ci sono quasi due battezzati. Non era mai successo nella storia cinese: quando Mao prese il potere i cristiani rappresentavano a mala pena l’1% della popolazione complessiva, ed erano quasi tutti cattolici.

Il cristianesimo sfonda soprattutto nel ceto medio alto emergente che vive nelle città. In altre parole, tra le fila di coloro che rappresentano il nerbo del boom economico. Questo spiega in parte come mai siano i protestanti, con la loro etica legata al capitalismo, a crescere più velocemente. Ma le maggiori difficoltà dei cattolici trovano le loro radici anche nel fatto che i rapporti tra Pechino e Vaticano sono estremamente più complessi, e subiscono svariati alti e bassi. Paradossalmente, comunque, è il cristianesimo ad essere associato ad una visione più moderna e dinamica della vita rispetto al confucianesimo. Questo resiste nelle campagne, dove la tradizione è sentita di più. Ma gli studenti, oltre ai giovani imprenditori e persino agli operatori finanziari, si stanno orientando verso quella che viene percepita come la religione dei tempi nuovi. Zhao Xiao, un ex funzionario del Partito Comunista che ha scelto di aderire alla comunità protestante di Shanghai, ha spiegato il perché in un intervento pubblico che ha fatto scalpore: “Siamo la prima generazione che si dà agli affari, e la prima generazione che abbraccia il cristianesimo. Non è un caso: l’economia di mercato scoraggia la pigrizia, ma non può impedire la scorrettezza e la menzogna. A farlo può essere solo un forte sentimento religioso”. Beh, guardando ai subprime non pare proprio, a meno che quegli speculatori non fossero atei oppure di altre religioni.

Secondo la legge cinese un qualsiasi assembramento cui partecipino più di 25 persone necessita dell’autorizzazione del regime. Per aggirare l’ostacolo si fa ricorso allo strumento della “home church” (chiesa in casa): ci si riunisce in una ventina in una casa privata e si compie il rito religioso. In ogni caso, alla vigilia delle Olimpiadi, il capo dell’organizzazione delle “home churches” di Pechino, Zhang Mingxuan, è stato “invitato” a non farsi trovare in città per tutta la durata delle Olimpiadi. Ma quando, spenta la fiaccola, è rientrato a Pechino gli è stato detto che il “consiglio” era ancora in vigore. Nel frattempo i responsabili della Provincia dell’Henan facevano arrestare una decina di cristiani che avevano fatto una colletta in favore delle vittime del terremoto in Sichuan. La convivenza è appesa ad un filo, anche se i cristiani fanno di tutto per rassicurare che è proprio la loro fede a renderli dei cittadini esemplari e rispettosi delle leggi.

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