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Vuole un presidente che sciolga le Camere

Matteo fa sesso (occasionale) con Silvio
Vuole un presidente che sciolga le Camere

L’obiettivo di Matteo Renzi è andare alle elezioni il giorno dopo la definitiva approvazione della nuova legge elettorale. Non ha altre strade per prendere in mano il Pd riformato e assicurarsi il consenso in Parlamento.
I bastoni tra le ruote del governo arrivano di continuo sia dall’interno del partito che da deputati e senatori piddini. Il presidente del Consiglio deve stare sul chi va là giorno e notte. Sa che ogni momento potrebbe diventare quello giusto per farlo fuori.
Abituato a decidere con i poteri praticamente illimitati da sindaco, Renzi è riuscito fino ad oggi a reggere grazie ad una combinazione occasionale tra la propria spregiudicatezza e la cattività di Silvio Berlusconi. Fa sesso occasionale e non come molti insinuano in vista di un matrimonio.
Per l’ex Cavaliere le difficoltà del presidente del Consiglio nonché segretario del Pd sono state una manna dal cielo. E Renzi, stringendo un patto con il “condannato”, ha sconfitto chi s’illudeva di ricattarlo. In più, ha convinto un chiassoso gruppetto di grillini a mollare il comico genovese e passare dalla sua parte.

RENZI E IL POTERE
Renzi vuole il potere per fare i propri comodi o per cambiare l’Italia? Credo sia per entrambi gli obiettivi. Il dato che identifica uno statista è la coincidenza tra le ambizioni personali e il bene comune. È una questione di equilibrio, di “dosaggio”, e non so se il rottamatore sia uno statista. Saranno i fatti a dirlo. Al momento è chiaro che per cambiare l’Italia sia indispensabile avere nelle mani tutte le leve del potere.
La riforma di una Carta costituzionale vecchia e superata, lo smantellamento del cosiddetto bicameralismo perfetto, la cancellazione di enti e istituzioni inutili… tutto questo va bene, ma non basta. Per cambiare davvero l’Italia, si deve smantellare il sistema di potere gestito dai cacicchi, cioè dalle migliaia di burosauri che okkupano le poltrone che contano nelle pubbliche amministrazioni. Cosa conta in realtà un ministro a fronte dei direttori generali del ministero? Poco, assai poco. È un fatto: i ministri passano, i direttori restano.

GUERRA AI CACICCHI
La macchina pubblica è governata da funzionari con stipendi da favola, i quali manovrano i politici a loro piacimento. Va detto che è gente preparata, che ha vinto difficili concorsi, che è aggiornata e conosce le cose del mondo. Immaginate quanto possa contare, per esempio, un ministro come Paolo Gentiloni in una Farnesina affollata di ministri plenipotenziari che parlano più di una lingua straniera e che si interfacciano con i loro colleghi di tutto il mondo. Più che farsi vedere insieme con un paio di ragazze riscattate dai rapitori o in una piazza a dire ovvietà, cosa potrebbe fare di serio un Gentiloni? I vecchi cronisti che frequentano il Campidoglio se lo ricordano quando faceva il portavoce a Cicciobello Rutelli… Ma è meglio tornare all’accoppiata Renzi-Berlusconi.

GRILLO E LA GRAPPA
Dicevo che Renzi farebbe patti con chiunque. Li avrebbe fatti anche con Beppe Grillo, ma costui ha subito capito che in quattro e quattr’otto gli avrebbe sfilato il movimento da sotto il culo e perciò ha deciso l’arrocco. Così ci vorrà più tempo, ma il risultato sarà lo stesso. Il comico genovese ha esercitato il massimo delle proprie capacità politiche: più di un litro di grappa non c’entra in una bottiglia da un litro. Grillo si rassegni.

Anche a Silvio Berlusconi convengono le elezioni anticipate. Potrà sbaragliare la concorrenza interna e conquistare uno spazio dal quale ripartire (spes ultima dea) per tornare in pole position. Si narra che il morente Gaio Mario, generale annientatore di Cimbri e Teutoni, indossata la gloriosa armatura, si sia messo all’ingresso della Curia appoggiato alla lancia e che ciò sia bastato a fermare una pericolosa sedizione. Vale anche per Berlusconi: basta che si faccia vedere. E lo farà non appena sarà libero (anche se su di lui incombono altri processi).

UN CAPO DELLO STATO GARANTE
A entrambi, dunque, serve un presidente della Repubblica fuori dal solco tracciato da Oscar Luigi Scalfaro, allargato da Carlo Azeglio Ciampi e seguito da Giorgio Napolitano. Il nuovo capo dello Stato non dovrà arrogarsi il diritto di creare i governi nelle segrete stanze del Quirinale. Dovrà essere un autentico garante, per cui, se un governo va in minoranza, fatte le consultazioni di rito, scioglie le Camere e indice nuove elezioni.

Assodato che si dovrà eleggere un presidente abbastanza nemico di Renzi e sufficientemente amico di Berlusconi (le apparenze contano molto in una società dell’apparire), perché non cogliere l’occasione e mandare al Quirinale qualcuno estraneo alla vecchia nomenklatura? E fare una bella figura dinanzi alle telecamere?

VECCHI NOMI
C’è gente che voterebbe Romano Prodi, l’uomo che per conto terzi ha azzerato l’economia mista abbattendo l’Iri creato ad hoc dal Fascismo. Qualcuno parla addirittura di Gino Strada, sul quale Marco Minniti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Informazioni per la Sicurezza, autorità delegata per la Sicurezza della Repubblica (il funzionario del Pci-Pds-Ds-Pd che ha preso il posto del riservatissimo Ugo Pecchioli), potrebbe dire qualcosa se fosse necessario. Insomma, di nomi ce n’è un sacco e una sporta.

ANGELA MERKEL E MARIO DRAGHI
Io azzardo un’ipotesi che mi è stata confermata dall’incontro di Matteo Renzi con Angela Merkel. Un colloquio del tipo: «Se mi riprendo Mario Draghi, tu mi assicuri che al posto suo non vorrai metterci un tedesco?».
Il governatore della Bce ha fatto il massimo possibile. È chiaro che, se lasciasse la poltrona, il successore dovrebbe seguire la linea tracciata. Ed è altrettanto chiaro che un tedesco proverebbe immantinente a modificare quantità e modalità degli acquisti di titoli di Stato. L’ideale sarebbe promuovere Ignazio Visco, ma non credo che la Kanzlerin una staffetta del genere l’approverebbe.

La candidatura di Mario Draghi al Quirinale sarebbe la mossa perfetta, ecco perché nelle ultime ore quelli che contano si affannano a dire che al Quirinale vogliono un politico e non un tecnico. Il fatto che Draghi si sia detto indisponibile conta poco. Quando la Patria chiama…
Giuseppe Spezzaferro

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