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e le rivelazioni di Hervé Falciani

Renzi, Berlusconi, la Corte dei Conti
e le rivelazioni di Hervé Falciani

Un fatto è certo ed è che con Matteo Renzi non c’è mai niente di sicuro. L’uomo è incredibile, nel senso che si fa meglio a non credergli. O che è perlomeno difficile da credere.
È anche accertato, oltre ogni ragionevole dubbio, che è capace di qualunque cosa, che la sa raccontare nel modo giusto e che la sa smentire ancora meglio.
Senza andare tanto indietro nel tempo (le scarpe a Enrico Letta etc.) partiamo dal cosiddetto Patto del Nazareno, cioè dall’accordo che Matteo Renzi, nella veste di segretario del Pd, aveva stretto un anno fa con Silvio Berlusconi, leader del centrodestra, nella sede nazionale del partito, a Roma in via Sant’Andrea delle Fratte, che, per imposizione giornalistica, è diventata Largo del Nazareno.

COMPAGNI IRREQUIETI
Renzi aveva una fastidiosa opposizione interna nel partito (comunisti non pentiti, vecchi cattolici di sinistra, compagni di Pier Luigi Bersani, ex compari di rottamazione…) e, cosa ancora più pericolosa, una folta schiera di deputati e senatori nient’affatto disponibili a votare secondo le indicazioni del governo, sicché Renzi, in quanto presidente del Consiglio, assomigliava all’anatra zoppa, espressione copiata dal gergo statunitense per indicare un presidente il quale non disponga di una maggioranza al Congresso.
Per dribblare gli avversari interni, Renzi si rivolge all’odioso nemico che tutta la sinistra compatta (ma non soltanto essa) combatte da quando distrusse la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto, impedendo l’accesso a Palazzo Chigi agli ex comunisti autoribattezzatisi Pds, dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’impero sovietico.

GLI ANTIBERLUSCONIANI PIANGONO
Si strappano le vesti e gridano allo scandalo vecchi antiberlusconiani come l’anziana postdemocristiana Rosy Bindi e nuovi antiberlusconisti come il giovane, non per l’anagrafe ma per l’appartenenza ai cosiddetti Giovani Turchi, Stefano Fassina. Renzi se ne frega e con l’appoggio del “condannato”, come amano definirlo i nemici viscerali, dà il via ad una serie di riforme, inclusa quella della legge elettorale.
Il governo Renzi è, dunque, retto da una maggioranza della quale fanno parte anche gli ex forzisti semiguidati da Angelino Alfano, e dispone in Parlamento dei voti forzisti necessari a coprire i buchi prodotti dalle defezioni piddine.

I DUE FORNI
I giornalisti vecchi del mestiere rievocano la politica dei due forni delineata dal fu Giulio Andreotti, allorché dichiarò che la Dc per avere pane poteva, secondo convenienza, rivolgersi al forno socialista oppure a quello della destra.
Sfruttando la naturale propensione del politico ad okkupare le poltrone che contano di più, Renzi era riuscito ad imbarcare nel governo un po’ di “moderati” estratti da Forza Italia ed aveva completato l’opera assicurandosi il soccorso di Berlusconi restituendogli in cambio quella centralità che il tribunale di Milano aveva sepolto sotto condanne e misure restrittive varie.
Berlusconi, ex Cavaliere quanto vi pare ma combattente pieno di risorse non soltanto economiche, non aveva avuto esitazione sull’affare fatto con il presidente del Consiglio più giovane della Repubblica e s’era affrettato a spiegare ai suoi che era per il bene dell’Italia.
A parte i soliti maligni che gridavano al complotto insinuando che nella sede del Pd la merce di scambio reale fosse stato un alleggerimento della posizione processuale del tycoon di Arcore con conseguente tutela delle sue aziende televisive e non, resta da stabilire se le riforme messe in cantiere siano per davvero un beneficio per l’Italia. Sta di fatto che l’iter è cominciato e che il forno-Berlusconi ha funzionato alla grande.

LA CAPOVOLTA
Renzi s’era, dunque, condannato ad un’alleanza con il nemico esponendosi anche al rischio di una grossa scissione a sinistra?
Così pareva a tutti (me compreso). A differenza degli altri, però, io sostenevo e tuttora sostengo che le mosse di Renzi erano propedeutiche alle elezioni anticipate. Fatta la nuova legge elettorale, il segretario del Pd nonché presidente del Consiglio avrebbe costretto il presidente della Repubblica a sciogliere le Camere. Le elezioni avrebbero confermato la maggioranza di cui Renzi gode fra la gente, avrebbero messo a riposo i parlamentari di fede bersaniana eccetera ecceterone, regalando il cadreghino esclusivamente ai renziani. Completato il repulisti anche dentro il Pd, il presidente del Consiglio avrebbe avuto via libera per la realizzazione di qualsivoglia progetto.

IL QUIRINALE
Giorgio Napolitano, però, non avrebbe mai sciolto le Camere e perciò doveva tornarsene a casa. Da qui il preannuncio delle dimissioni (qui la matassa s’ingarbuglia talmente che toccherà aspettare qualche anno perché venga sbrogliata da uno dei protagonisti). In ogni caso, lasciare il Quirinale era desiderio del vecchio comunista (nel 1953 era già deputato del Pci). Tutto liscio? L’avevo creduto, per cui avevo scritto che il nuovo presidente sarebbe stato nominato dalla coppia Matteo-Silvio.
Ciò che, invece, è successo fa pensare che Napolitano abbia suggerito a Renzi il nome del successore e che la proposta sia stata presa al balzo per conseguire due obiettivi. I classici due piccioni con una fava.
Imponendo un candidato, Renzi avrebbe spinto all’angolo Berlusconi, il quale sarebbe stato costretto a far buon viso a cattivo gioco perdendo definitivamente il controllo di buona parte di Forza Italia oltre che la faccia con gli Italiani. In più, ciliegina sulla torta, Renzi avrebbe riavuto al seguito tutto il partito sull’onda dell’antiberlusconismo ritrovato.

IL NON-ERRORE DI BERLUSCONI
Gli esperti di politica si son detti meravigliati dell’errore commesso da Berlusconi non accodandosi sul nome di Sergio Mattarella. Come segno fortissimo, infatti, Berlusconi aveva deciso la non partecipazione alle elezioni ma aveva dovuto cambiare idea quando una bella fetta del partito preannunciò di entrare in aula e votare scheda bianca. Forza Italia, perciò, ha ufficialmente votato scheda bianca (in realtà molti forzisti hanno votato Mattarella).
I compagnucci della parrocchietta e i compagni di merenda non stavano più nella pelle. La rottura del patto con Berlusconi rimetteva Renzi alla loro mercé. Se avesse voluto far passare le riforme in corso avrebbe avuto bisogno dei loro voti e quindi avrebbe dovuto accettare i loro aggiustamenti.

Diciamo subito che Berlusconi non ha commesso alcun errore. Rifiutandosi di saltare sul carro renziano, ha riacquistato peso nel partito e vigore nell’immaginario collettivo. Tra scarsi tre mesi, alle elezioni regionali di maggio, Berlusconi si presenterà come duro e forte oppositore del governo. Salverà così Forza Italia dall’estinzione e ridarà fiato al centrodestra (dal quale resteranno esclusi quelli che stanno al governo con Renzi).

ARRIVANO I SOCCORSI
Non so se Renzi s’aspettasse un sissignore da Berlusconi o se avesse previsto di dover cercare altrove i voti mancanti. Sta di fatto che un pattuglione di 8 parlamentari di Scelta civica (ricordate? è il partito fondato due anni fa da Mario Monti e dallo stesso abbandonato 9 mesi dopo) è passato nel Pd. Viene facile il paragone con i responsabili soccorritori del quarto governo Berlusconi, ma qui è tutt’altra faccenda. Lì era il miliardario che comprava deputati e senatori, qui la causa è un amore sviscerato per l’Italia e per Renzi.
Volete mettere la differenza? Volete paragonare Domenico Scilipoti a Linda Lanzillotta? Per carità. Lo sanno pure i bambini che chi va con Berlusconi lo fa per soldi mentre tutti gli altri seguono solidi princìpi morali.
La tattica renziana è palese: reclutare parlamentari (parecchi grillini oltre che ex grillini stanno con il trolley al piede) per ridimensionare le richieste dei compagni piddini ritrovati.

LO SCANDALO HSBC
Nel frattempo, la cosiddetta società civile va per conto proprio. E non sempre sono conti puliti. Lo scandalo creato dalle rivelazioni di tale Hervé Falciani, impiegato nella filiale svizzera del colosso bancario Hsbc, hanno riacceso i riflettori sull’evasione fiscale in Italia. La denuncia partita da Ginevra chissà perché fa più scalpore di quella di Raffaele Squitieri, presidente della Corte dei Conti, il quale alla cerimonia per l’inaugurazione dell’anno giudiziario ha dichiarato che «il perdurare a lungo di condizioni di bassa crescita, se non di stagnazione oltre a moltiplicare le difficoltà di gestione del bilancio pubblico e quindi di implementazione degli interventi necessari per affrontare la crisi, predispone un terreno favorevole a fenomeni di mala gestio e di corruzione».
Due dati: l’Alta velocità in Italia costa mediamente 61 mila euro a metro mentre in Francia un metro della Parigi-Lione costa 10.200 euro, cioè sei volte di meno; in Italia su 40 milioni di contribuenti si calcolano circa 11 milioni di evasori.

Sulla filiale Hsbc di Ginevra c’erano centomila conti segreti usati per evadere il Fisco e finanziare operazioni sporche. Grande attesa per i nomi italiani.
Hsbc sta per Hongkong & Shanghai Banking Corporation. È uno dei più grandi gruppi bancari del mondo con sede a Londra.
Renzi e Berlusconi dovranno faticare parecchio nei prossimi giorni per avere posto sulle prime pagine.
Giuseppe Spezzaferro

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