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la città di Ignazio Roberto Maria Marino

Roma,
la città di Ignazio Roberto Maria Marino

Se fosse possibile trasferire gli odori sul computer, la puzza di piscio che avvolge la città di Roma farebbe vomitare anche un inserviente di cessi pubblici. È un fatto talmente incredibile che viene trattato come una esagerazione giornalistica. A Via Frattina, la gente piscia attraverso le grate dei negozi, ma la pulizia è immediata. Sia a cura dei commercianti che della pubblica nettezza urbana; la quale a Roma si chiama Ama ma che non ama per niente la totalità della città, limitandosi a vezzeggiare onorevoli e funzionari capitolini, parlamentari e commercianti di lusso, corpi diplomatici e cardinali.
Lo spazio tiranno mi impedisce di pubblicare tutte le foto che vorrei. Ne ho scelto due, tra le 175 che ho scattato per provare che Roma è diventata un dormitorio all’aperto.

Roma parbone ubriaco

IL MERCATO QUOTIDIANO
E tralascio, stavolta, i mendicanti che letteralmente assalgono i passanti disputando il “mercato” ai giovani che chiedono soldi per combattere la tossicodipendenza, per aiutare Amnesty International, per portare la pace nel mondo, per salvare gli animali, per tutelate la natura, per dare una casa a cani e gatti. Mi fermo qui, ma potrei continuare con i giovani che ti fermano per venderti abbonamenti librari e telefonici, per piazzarti una lettura diversa della Bibbia e quant’altro.
L’industria dell’elemosina non conosce crisi. Al mattino presto, un pulmino deposita nei punti più produttivi vecchine vestite di nero che si spalmano letteralmente per terra. Stanno lì fino a sera, quando vengono ritirate come buste della spesa piene.

L’URBE COME CALCUTTA
Quand’ero ragazzino e a cinema vedevo le città africane, sudamericane, indiane, affollate di questuanti e mutilati, di venditori e procacciatori di clienti per ristoranti e alberghi, sentivo un’orgogliosa appartenenza ad una superiore civiltà. Da giovane globetrotter, ricordo il fastidio che provai in Atene passando nei vicoli intasati di tavolini e di imbonitori, alcuni dei quali si permettevano perfino di prendere per un braccio il turista per farlo fermare davanti ad un menù a basso costo. Oggi, lo stesso fastidio, anzi di più, lo provo al centro di Roma, dove sorridenti ragazze e spavaldi giovanotti ti invitano a consumare pizza e cappuccino, spaghetti e birra.
Passeggiare al centro diventa una gincana tra tavolini, fastidiosi vucumprà, centurioni alla grigia, accattoni e zingarelle sul sentiero di caccia.

CALCIO AL COLOSSEO
A Roma, con il sindaco Ignazio Roberto Maria Marino tutto è possibile. Gli immigrati possono giocare a pallone in un campo di fronte al Colosseo, mentre intorno si accendono fuochi, si cucina, si beve, si vendono cibi e s’intrecciano rapporti d’ogni genere. Dopo la partita, restano sul campo bottiglie e piatti di plastica, cartacce e scatolette vuote. Ve l’immaginate un campo di calcetto davanti alla Tour Eiffel? O di fronte al Louvre? E a Berlino di fronte al Pergamonmuseum?
Trovatemi una città, non dico soltanto una capitale, ma una città francese, inglese, tedesca, cecoslovacca, ungherese… dove una tribù di immigrati si sia installata nei pressi di un museo, di una cattedrale, di un monumento.

IL FANTASMA DEL RAZZISMO
Perché tutto questo? Nessuno si vuole beccare un’accusa di razzismo. È qualcosa dalla quale non ci si può difendere. Lo sanno perfettamente le zingarelle beccate mentre borseggiano qualcuno: cominciano subito a strillare «razzisti, voi ci odiate perché siete razzisti». La stessa cosa fa l’immigrata se sull’autobus le chiedi di spostare buste e bustone per passare: «sei un razzista, io lavoro».

Un sindaco, che già ne ha passate di tutti i colori negli States, che per poco non cascava in una delle mille trappole capitoline, che si è guadagnato il “no” del partito, che conserva pochi dei sostenitori iniziali, non può fare ordine e pulizia. Meglio essere accusati di inefficienza e incapacità piuttosto che di razzismo. E Roma paga.
Giuseppe Spezzaferro

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