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e l’Accademia russa che non c’è

21 aprile, il Natale di Roma
e l’Accademia russa che non c’è

Stando alla data tradizionale – 21 aprile del 753 avanti Cristo – oggi Roma compie duemilasettecentosessantotto anni che, nonostante sindaci modello Rutelli-Veltroni con spruzzatina di Alemanno e guazzabuglio alla Marino, si porta abbastanza bene. La città ebbe molte cure negli anni del Fascismo e il 21 aprile, giorno della fondazione, fu celebrato dal governo Mussolini istituendo nel 1924 una festa nazionale intitolata “Natale di Roma – Festa del Lavoro”.
Di articoli storico-rievocativi ce ne saranno a iosa e perciò, dal solco tracciato da Romolo, balzo in un campo poco arato; vado cioè nell’Urbe così com’è stata vista dagli artisti russi che l’hanno visitata e abitata.
Le citazioni seguenti (saccheggio il volume “Roma russa” di Aleksej Kara-Murza, ed. Teti, 2005) dovrebbero anche essere un memorandum per le cosiddette “autorità competenti” affinché si decidano finalmente ad istituire a Roma un’Accademia russa, così come hanno fatto decine di altri Paesi, dagli Stati Uniti alla Danimarca.
Nell’Ottocento fu istituita un’Accademia (lo scrittore Nikolaj Gogol – nella foto il marmo commemorativo in Via Sistina – aspirò a diventarne il primo segretario) ma soltanto sulla carta.
L’Accademia sarebbe un vitale sostegno per artisti e poeti russi che nella Città Eterna potrebbero perfezionare la loro formazione.
Festeggiare il compleanno di Roma facendo parlare grandi russi è, quindi, anche un atto “pratico”.

L’AMORE DI GOGOL
Il pittore Adamovic Kiprenski, che a Roma abitò in Via Sant’Isidoro dove anni dopo sarebbe andato a vivere anche Gogol, scrisse nel 1822: «Accetterei di percepire dodicimila di reddito annuo e di vivere a Roma, piuttosto che percepire due milioni di stipendio e dover vivere a Parigi». E Gogol nel 1837 scriveva: «Di Roma ti innamori molto lentamente, un po’ per volta, però per tutta la vita».
Due anni dopo era a Vienna e annotava: «Oh, Roma, Roma! Mi sembra di mancare da te da cinque anni! Non c’è nessun’altra Roma al mondo all’infuori di Roma. Vorrei dire che non c’è nessun’altra felicità e gioia, ma Roma è più che una felicità e una gioia».

AL FORO
Lo storico e giornalista Michail Pogodin, che appena arrivato Gogol portò a pranzare nella sua trattoria preferita (“Lepre”, in via Condotti), scrisse dopo un giro nel Foro: «Si perde la pazienza a osservare come lavorano questi italiani: prima prendono il badile, dopo un po’ rastrellano la spazzatura, dopo un altro po’ spazzano o girano il carrellino. Se gli mandassero qui un paio di migliaia di bielorussi di Odessa, col loro pane di segale, in un anno ripulirebbero la piazza riportandola ai tempi dell’antica Roma e donerebbero al mondo scientifico un grande spettacolo». Era il 1839 e soltanto novant’anni dopo i Fori sarebbero stati degnamente ripuliti.

LEGGENDO TACITO E LIVIO
Alla partenza per la Francia, Pogodin lamentò: «Mi capiterà ancora di rivedere Roma? Vorrei tanto. È triste, molto triste!».
Il filologo e critico d’arte Fedor Buslaev amava passeggiare fra le antiche testimonianze. «A volte – scrisse nel 1840 – mi siedo su una pietra presso l’entrata della cosiddetta “Domus aurea” di Nerone, o davanti al gigantesco Colosseo, e leggo Tacito, oppure mi addentro nei quartieri bassi dall’altro lato del Foro e del Colle Palatino, e, immaginandomi agli albori della storia romana, leggo in Livio di come la lupa nutrì i neonati Romolo e Remo…».

L’ADDIO DI TURGENEV
Lo scrittore Ivan Turgenev arrivò a Roma la prima volta a 21 anni e ne aveva 40 quando dovette partire nel 1858 per andare a Vienna a curarsi: «Dopo una lotta di due mesi col cuore infranto – confessò – sono costretto a lasciare l’amata Roma per finire il diavolo sa dove… Ditemi, non è triste? Non è uno schifo? Con tutti i mezzi cerco di rimandare il giorno della partenza».
Il filosofo Aleksandr Herzen scrisse nelle sue “Lettere dall’Italia”: «Il lato sublime di Roma è la ricchezza di opere splendide, di quella perfezione geniale e quell’eterna bellezza davanti alle quali l’uomo si ferma in venerazione…».
Il poeta Nikolaj Nekrasov scrisse nel 1856: «Io credo che Roma sia l’unica scuola dove bisognerebbe mandare gli individui nella prima gioventù…».

LA PAURA DI CAJKOVSKIJ
Il grande Čajkovskij tornò a Roma per sei volte dal 1874 al 1890. La città non gli piacque subito, ma alla fine annotò: «Roma mi spaventa! D’altro canto Roma è così affascinante e la sento così vicina!».

Potrei continuare ancora per molto, perché anche oggi gli artisti e gli intellettuali russi amano venire a Roma. Scrivono poesie e romanzi, dipingono quadri e compongono musica, scolpiscono e vanno a scuola di italiano. La vita intellettuale russa a Roma è molto densa, nonostante la mancanza di un’Accademia.
Giuseppe Spezzaferro

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