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Viva la crisi

A proposito del percorso di unificazione politica dell’Europa, sono anni oramai che vado dicendo e scrivendo che le leggi dell’economia avrebbero prima o poi costretto l’Ue a darsi un governo unitario. Se la Fed – dicevo – ha qualche problema, può telefonare alla Casa Bianca. Se la Bce è in difficoltà, a chi telefona? Era una battuta che faceva arricciare il naso a qualche “esperto” di economia e di geopolitica, ma sintetizzava uno scenario che, per quanto complicato e imprevedibile sull’orologio, era – ed è – inevitabile.

L’Europa dei bottegai, quella che molti bocciavano perché carente di motivazioni ideali, era comunque una realtà. Nata per interessi di bottega avrebbe finito con l’ubbidire all’eterogenesi dei fini che sempre irrompe nel destino di uomini e istituzioni. Chi mi conosce sa che non ho una visione meccanicistica. Non credo negli automatismi se non in casi particolari. So però che uno scienziato scopre l’energia nucleare per il bene dell’umanità e un altro la applica per costruire la bomba atomica. E’ da uomini normali guardare al mondo con la consapevolezza che coesistono volontà diverse e in lotta tra loro. Perciò lo sguardo da dare alla crisi internazionale innescata dalla finanza virtuale made in Usa non deve né essere moralista (perfidi speculatori senza cuore) né ideologico (gli americani sono il nemico del mondo) e neppure millenarista (il capitalismo è moribondo). Intanto, torno un attimo all’Ue e riporto il testo di un comunicato della Banca centrale europea: “La Bce favorisce l’adozione di soluzioni politiche comuni piuttosto che non coordinate iniziative legislative nazionali”. Il succo è: a chi telefono se non ho un unico forte referente come ce l’ha la Fed? Quindi la crisi in atto una cosa buona l’ha già determinata: l’accelerazione del processo di unificazione legislativa europea. E la legislazione è uno dei pilastri di una comunità unita (Stato o Impero che sia).

Viva la crisi, dunque. Un evviva all’apparenza cinico (non ti preoccupi per i contraccolpi sulla povera gente?) ma che è realista: la povera gente è in crisi anche quando le Borse vanno bene. Sono i meccanismi di redistribuzione della ricchezza che non funzionano e la crisi costringerà a rivedere, tra l’altro, proprio quei meccanismi. Per molti motivi. Ne cito uno abbastanza intuitivo: i consumi fanno bene alla crescita, se non ci sono abbastanza soldi, si consuma di meno e questo innesca una spirale che fa male pure ai “plutocrati” per cui è loro interesse che non si inneschi. Ci vuole realismo sennò si fa soltanto letteratura; buona quanto volete ma solo letteratura.

La forza dello Stato

Gli interventi dei governi sono un altro elemento fecondo. Nei salotti buoni del liberismo (Wall Street e City) gli interventi statali sono stati chiesti e benedetti. I commentatori in servizio permanente effettivo hanno gridato allo scandalo e accusato il ritorno dello statalismo o addirittura la sovietizzazione dell’economia. Sono in buona fede? Mah. Chi di loro è in buona fede si autoaccusa di stupidità. Gli americani – liberisti per definizione – non ci pensano nemmeno un secondo a mettere dazi, per esempio, sull’acciaio europeo se minaccia quello made in Usa. L’Occidente liberista ferma da anni l’import delle derrate alimentari terzomondiste che potrebbero danneggiare gli agricoltori di casa propria. Libero mercato sì ma fino a quando non mi danneggia: è questa la parola d’ordine di tutti i governi, liberisti e non liberisti. Le banche nazionalizzate in Gran Bretagna e altrove dimostrano che il laissez-faire è… elastico. Le maglie si stringono e si allentano in base all’opportunità del momento.

La crisi ha perciò messo a nudo un altro tabù. Anzi. L’ha distrutto. Adesso anche i più ignoranti sanno che lo Stato è accusato di “ingerenza” da quegli stessi che ne invocano il sostegno continuo. Quanti irridevano all’Iri in quanto creazione fascista, oggi applaudono all’interventismo statale. E qui apro una parentesi.

Ah, l’Iri!

Nessuno dice che la tanto citata crisi del 1929, che squassò l’America e il mondo, non ebbe contraccolpi di rilievo in Italia grazie all’esistenza dell’Istituto di ricostruzione industriale messo in piedi dal Fascismo all’insegna dell’economia mista (Stato e mercato). L’Iri è diventato un carrozzone dannoso oltre che inutile nei decenni dei saccheggi democristiani (visibili) e comunisti (sottotraccia). L’Alitalia – con personale assunto per fare clientela e non per necessità produttive, con superpagati manager lottizzati, con spese faraoniche e appalti vantaggiosi esclusivamente per i terzi – è l’ultimo residuo di quell’Iri in salsa democomunista. Le aziende Iri accumulavano passivi e Pantalone pagava. In più, i panettoni prodotti dall’industria statale facevano sleale concorrenza a quelli di un privato che, a differenza della dolciaria irizzata, doveva fare i conti con costi e ricavi. Lo smantellamento dell’Iri fu salutato con applausi bipartisan (come si dice oggi) perché costituiva un altro atto di accusa contro lo statalismo fascista. In questi giorni si potrebbe tranquillamente riparlare di strumenti modello Iri ma chi sta destra non lo fa per evitare di essere accusato di nostalgismo e chi sta a sinistra sta zitto in attesa di poter lanciare l’accusa. Meno male che al governo c’è il liberista pentito Tremonti. I suoi interventi sarebbero stati approvati anche dal famigerato Gran Consiglio perché il Fascismo che limitava i diritti, che puniva il dissenso, che firmava le leggi razziali, che irreggimentava perché antidemocratico per definizione, era anche il Fascismo delle riforme sociali (Carta del Lavoro etc.) delle riforme economiche (Iri) e della rivoluzione culturale (assistenza alle ragazze madri, tutela dei minori, scolarizzazione diffusa etc.). C’è voluto un po’ di tempo per fare gli opportuni distinguo tra le stragi e le violenze del conquistatore Napoleone e i codici del legislatore Napoleone. Quindi non bisogna avere fretta. Mi limito ad osservare che alcune scelte fasciste tornano d’attualità. La Fiera del Levante fu lanciata nella prospettiva della centralità del Mediterraneo per l’Italia e oggi il Mare Nostrum riacquista centralità non soltanto per noi europei ma addirittura per buona parte del mondo.

La crisi esplosa per i subprime sta spingendo tutti alla rivisitazione di regole e codici, sta rivalutando la prevalenza della politica sull’economia, sta accelerando l’unione politica europea e sta costringendo a pensare a modelli di sviluppo capitalistico più… umani. Viva la crisi, malattia esantematica di un giovane mondo in crescita.

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