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Il Sessantotto di uno che c’era – 14

La protesta studentesca di questi giorni ha fatto riemergere una vecchia questione che riassumo così: contestare è prerogativa delle sinistre? Vige una riedizione dell’arco costituzionale che dà legittimità alla protesta di alcuni e la nega a quella di altri?

Ai giovani che non sanno ed ai vecchi che non ricordano, dedico qualche rigo per spiegare l’espressione “arco costituzionale”. Dico subito che l’autore della formula non me lo ricordo, ma sta di fatto che divenne uno dei capisaldi della politica democristiana a partire dalla segreteria di Aldo Moro nel 1959. Tutti i partiti antifascisti (Dc, Pci, Psi, Psdi, Pli e Pri) erano nell’arco. I missini e i monarchici erano fuori. Per i comunisti (e per i partiti di sinistra, in genere) valeva la spartizione del mondo frutto degli accordi Usa-Urss. Comunemente si cita la Conferenza di Yalta del 1944, ma le sfere d’influenza statunitensi e sovietiche furono il risultato di un processo cominciato l’anno precedente a Casablanca e concluso a Postdam. Comunque, gli accordi prevedevano che i comunisti non potessero prendere il potere nell’Occidente pilotato dagli Usa. In Italia la democrazia era bloccata su due versanti: a sinistra e a destra. Ma la Dc non poteva governare da sola e perciò era inevitabile l’infortunio di governi appoggiati dalle destre. Era capitato nel 1953 con il governo Pella (4 mesi) e nel 1960 con il governo Tambroni (4 mesi). Tra i due infortuni, però, c’era stata l’Ungheria. Nel 1956 gli ungheresi avevano provato a scrollarsi di dosso il padrone sovietico, ma erano stati massacrati. Il socialisti italiani reagirono a quella repressione rompendo l’alleanza con i comunisti, che invece avevano applaudito il “ristabilimento dell’ordine a Budapest”. Per la Dc si presentò l’occasione di “aprire a sinistra” coinvolgendo nel governo il Psi.

I voti del Msi

Quando Fernando Tambroni, spinto dall’allora presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, formò il governo con l’appoggio del Msi, successe il finimondo. I comunisti scatenarono la piazza e la polizia sparò facendo morti e feriti. La costituzionale reazione antifascista fu anche aiutata da altri fatti. Uno fu la decisione del Msi di fare un congresso addirittura a Genova e, cosa peggiore, di non riuscire a resistere agli assalti dei camalli (gli scaricatori di porto). Un altro episodio (che soltanto gli ingenui potrebbero giudicare marginale) fu l’annunciata censura sul film di Federico Fellini “La dolce vita”. Fioccarono le proteste dell’intellighenzia: il mondo della cultura, rigorosamente di sinistra, si ribellò e si schierò compatto a difesa della libertà di espressione. Tambroni mollò Palazzo Chigi e si ritirò a vita privata. Al suo posto arrivò Amintore Fanfani: la politica morotea aveva vinto. L’Italia dovrà arrivare agli Anni Ottanta e ai quattro anni di governo Craxi per vedere lo sdoganamento del Msi e l’avvio di una democrazia libera da veti. Un processo che poi si è completato con l’accesso dei comunisti al governo.

L’arco costituzionale abbattuto ufficialmente è però rimasto un caposaldo delle sinistre in quanto coincidente con l’antifascismo, che i compagni hanno sempre usato come una clava contro gli avversari. Il dibattito culturale che si è aperto sulla Guerra civile 1943-’45 e sulla caccia al fascista durata anche negli anni seguenti (da qui lo slogan dei compagni d’oggi: uccidere un fascista non è reato) è maledetto dalle sinistre perché oscura quella mitologia resistenziale (costruita in parte sui fatti) che consente, come dicevo prima, di dare patenti di legittimità a chi fa politica.

Ecco perché ho parlato della riedizione dell’arco costituzionale per la contestazione studentesca di questi giorni. I compagni vogliono gestire la lotta perché la piazza deve essere roba loro. Ma c’è dell’altro. Il fronte ex-post-neocomunista è frantumato. Le numerose componenti non sono d’accordo quasi su tutto. Il tentativo del Pd di Walter Veltroni di resettare un mondo per riaprire il portone di Palazzo Chigi è continuamente ostacolato. E l’antiberlusconismo si è rivelato un boomerang. Resta soltanto l’antifascismo come patrimonio comune. E’ una sorta di linea del Piave da non abbandonare a tutti i costi. Se cede pure quella, addio sogni di rivincita.

Gli studenti debbono essere tutti antifascisti. Per gli altri c’è il ghetto.

Alla Sapienza

Nel 1969 all’università di Roma, nel movimento studentesco c’era di tutto. Sopravvivevano anche le tematiche comunismo-anticomunismo e fascismo-antifascismo ma i più accorti le giudicavano battaglie di retroguardia. Non è che i compagni, come ho già raccontato, fossero concordi nel condannare, per esempio, la repressione sovietica della Primavera di Praga. Oppure che giudicassero alla stessa stregua l’imperialismo Usa e quello Urss. Però con molti ci si poteva parlare. Gli occupanti di Giurisprudenza (certamente non marxisti-leninisti) erano tutt’al più giudicati anomali. Il dialogo fu costante. Quando al Viminale arrivò il suggerimento di sgomberare l’università, furono alcuni compagni di Fisica ad avvertirci. Loro avevano conservato utili legami con il Pci e dintorni, perciò erano stati preavvertiti dell’operazione di polizia. Noi eravamo un po’ i parenti poveri. Se qualcuno di noi si faceva male andava o in un ospedale pubblico (con il rischio di essere denunciati se non si era capaci di raccontare una storiella credibile) oppure da qualche medico amico. Loro avevano cliniche private a disposizione. Se qualcuno di noi aveva bisogno di un avvocato, si invocava l’aiuto della famiglia (se ne aveva i mezzi) sennò s’organizzava una colletta. Loro disponevano di numerosi studi legali. Insomma, i compagni avevano, per così dire, le spalle coperte. Ma, a dirla tutta, eravamo talmente gasati che non ce ne fregava assolutamente unca.

Le guardie giurate

I rapporti con i compagni miglioravano di giorno in giorno perché noi non avevamo come loro una bibbia da rispettare. A distanza di anni, se confrontiamo i nostri documenti (volantini, giornali, manifesti) con i loro, appare lampante che la nostra era una ricerca, mentre il loro era un affannoso restyling di meccanismi (lotta di classe, dittatura del proletariato etc.) ai quali non potevano rinunciare pena la perdita dell’identità. Mi viene in mente il caso delle guardie giurate pagate dall’università per la vigilanza diurna e notturna. Il loro ufficio era proprio all’ingresso principale sul piazzale che oggi è dedicato a Moro e che allora era dedicato alle Scienze. Con la città universitaria occupata, i compagni non li volevano più vedere e perciò avevano intimato lo sfratto. Una mattina che rientravo da una notte passata altrove, c’era un capannello piuttosto agitato all’ingresso. I vigilanti protestavano e i compagni minacciavano. In disparte ce n’era un paio tra i più anziani che seguivano l’andamento delle trattative. Mi avvicinai e chiesi perché facessero tanta resistenza. “Se ce ne andiamo – mi spiegarono – la nostra busta paga si riduce all’osso”. Mi fecero l’elenco delle voci che sarebbero state cancellate e uno mi dimostrò che avrebbe pure perso il posto. Non ricordo i particolari ma mi convinsi subito che avevano un milione di ragioni e bisognava trovare un compromesso accettabile per tutti. Nel capannello c’era pure Franco Piperno, lo chiamai e gli spiegai la cosa. Bla bla bla, alla fine ci accordammo. Le guardie sarebbero rimaste, ma a due condizioni: avrebbero lasciato le pistole a casa e non avrebbero più girovagato per l’università. “Statevene tranquilli dentro – gli dissi – a giocare a carte o a fare cruciverba e andrà tutto bene”. Quell’accordo mi è tornato comodo anche negli anni seguenti: pur non avendo i necessari permessi, mi alzavano la sbarra ed io entravo con la mia poderosa 500 tra sorrisi e saluti.

Compagni di lotta

Per me quei vigilanti erano lavoratori. Per i compagni erano guardie armate del sistema repressivo. Fortunatamente c’era gente come Piperno che a volte si toglieva i paraocchi. Fu con lui, per esempio, che arrivammo ad un altro accordo. Gli spiegai che non poteva chiamarmi “compagno” tout court. Noi eravamo “compagni di lotta”, eravamo cioè accomunati dalla battaglia di quel momento e non da una ideologia condivisa. Detta così sembra facile, ma non lo fu. E qualcosa di analogo era capitato anche al nostro interno. Stavamo marciando per una società nuova, più giusta e più pulita, e rifiutavamo di restare inchiodati a terminologie passatiste. Eppure avevamo dovuto affrontare fin dall’inizio una questione terminologica di grande rilevanza. Molti di noi avevano usato per anni l’appellativo “camerata” e non ci volevano rinunciare.

Per me era ovvio che chiamarsi a vicenda camerati tirava una linea di demarcazione dannosa oltre che ingiustificata. Chi erano i camerati? Quelli del Msi. E molti di noi non provenivano da quel partito. E prima ancora chi erano stati i camerati? I fascisti di Mussolini. E potevamo noi pensare di costruire un mondo nuovo scimmiottando i camerati degli Anni Trenta? I princìpi si manifestano con forme diverse e in rapporto ai tempi. Oggi i preti non bruciano più gli eretici in piazza eppure non hanno cambiato religione. Tra l’altro mi infastidiva (e m’infastidisce tutt’oggi) chi ha bisogno di segni esteriori per affermare la propria identità. Non è mettendo l’orecchino o colorandomi i capelli che io dimostro la mia alterità. Il ragazzino ha bisogno di segnali visibili per appartenere al branco, altrimenti ne è escluso. Sono riti adolescenziali e finché restano tali non c’è problema. Cosa ben diversa (e tragica) è se, crescendo, quel ragazzino continua a colorarsi i capelli. Ho visto persone anziane sfoggiare orecchini da star del rock. Cosa vogliano dimostrare lo sanno soltanto loro, ma a me ispirano un po’ di pena. Altri, crescendo, portano segni diversi per entrare in altri branchi. Quando cominciai a fare il giornalista, scelsi giacca e cravatta per conquistarmi l’anonimato più stretto. La mia divisa è ancora la stessa, nonostante oggi anche a teatro si vada in maglioncino e jeans. Il giornalista “impegnato”, quello che quando parla si torce le mani e stringe gli occhi a dimostrazione dell’arrovellamento del suo cervello, indossa un casual costruito con la pignola vanità della donna che risponde al complimento con un “mi sono messa addosso la prima cosa che ho trovato”. Ma contenti loro…

Per comunicare, i simboli sono indispensabili: su questo non ci piove. Ma il significato del simbolo è un prodotto storico. La svastica è un segno religioso in Oriente. In Occidente è il simbolo delle stragi e delle violenze. Anche di una politica sociale tedesca al servizio del popolo, è vero, ma nell’immaginario collettivo riporta unicamente all’Olocausto. La croce è un patibolo per criminali, ma da duemila anni è simbolo di speranza e carità. Il significato della croce è quello che gli ha dato la religione cristiana. E’ la mia lotta che dà un significato alla bandiera e al simbolo che scelgo. I camarade (i compagni francesi) gridavano “la fantasia al potere” e volevano la nascita di nuovi inni e di nuove bandiere, perché la lotta fosse illustrata da simboli di fresco conio. Per aggregare persone è più facile servirsi di un simbolo collaudato (la falce-martello, la stella rossa, il fascio etc.) ma una volta aggregato l’aggregabile come si fa ad avere consensi anche da chi in quei simboli non si riconosce? L’esempio che mi viene in mente è quello del Pci che sceglie nuovi nomi e nuovi simboli per costruire un’identità più vasta. Quelli di Rifondazione comunista (e altri) sono spariti dal Parlamento perché sono rimasti affezionati alla mummia di Lenin. Il quale – se fosse vivo – spiegherebbe vivacemente che il loro è un errore politico nonché un crimine dal punto di vista elettorale. Insomma, i “camerati” che si sentivano sicuri soltanto restando fedeli a quell’appellativo se ne andarono. E – ironia delle ironie – qualcuno di loro poi diventò funzionario democristiano e perfino dirigente comunista. Mi dovete credere sulla parola, perché, come ho già detto, nomi non ne faccio.

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2 commenti

  1. Salve signor Giuseppe,
    sono una studentessa laureanda e sto facendo la tesi proprio sul movimento dei giovani nel 1968.
    Vorrei gentilmente chiederle se potesse descrivermi il modo in cui vi abbigliavate, perchè avevate scelto di vestirvi in quel modo e non in un altro e cosa pensavate dei commenti di Pasolini che vi definiva “figli di papà”.
    La ringrazio per questo preziossissimo aiuto che mi servirà per concludere l’ultimo capitolo.

  2. Antonio de Martini

    Volevo commentare l’articolo su Giano Accame, ma probabilmente sono poco pratico, non l’ho più trovato dopo essermi iscritto al sito. Ho notato che la RAI ( TG!) non ha minimamente citato il fatto che Accame è stato dal 1964 co fondatore assieme a Pacciardi, Cadorna, Vinciguerra, Smith, Mancinelli e Rossi Longhi della UNIONE DEMOCRATICA per la NUOVA REPUBBLICA, l’ultimo saggio su questo tema lo ha scritto tre anni fa, è stato emarginato per oltre un quarto di secolo da quelle stesse persone che domani si contenderanno il cadavere di fronte alle telecamere. Mi viene da gridare “al ladro, al ladro” come scrissero i repubblicani storici quando casa Savoia rese grandi onoranze all’amministratore della real casa che era repubblicano. Non lo faccio perchè oggigiorno quella qualifica non ha più la valenza negativa di un tempo.

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