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Jeans e capelli lunghi

A Salerno il liceo Tasso aveva due ingressi: uno per le femminicce e uno per i maschietti. La tuta e le scarpe da ginnastica si portavano in una sacca a parte. All’altro liceo, che era anche un convitto, provai a entrare con le Superga ai piedi, ma fui rispedito indietro: a scuola non si entra con le scarpe da ginnastica. In un altro liceo, il De Sanctis, ti controllavano che non fumassi nemmeno nei cessi. Per personali vicende, ho avuto modo di frequentare i licei salernitani (e gli esami di licenza ginnasiale li diedi in un quarto istituto, la Badia di Cava) e, salvo piccole differenze, le regole erano quelle. Sono gli Anni Sessanta del 1900, non i tempi del libro Cuore o delle battaglie della Montessori. A raccontarlo adesso pare un’esagerazione. Andavamo a scuola in giacca e cravatta. All’ultimo anno di liceo, erano sopportati maglioni e girocollo, ma non i jeans. Chi li vestiva era gente del popolo, erano operai o pescatori. Una persona perbene manco ci pensava, ai jeans. Nei film americani ciò che faceva più ridere erano i tizi al barbecue con camicie ipercolorate e calzoni a quadrettoni gialli e verdi. Vedere in un documentario il presidente degli States che passeggiava in giardino vestito in maniera ridicola riaffermava l’idea che gli americani fossero poco seri.

In quegli anni era impossibile incontrare per strada un uomo dell’establishment – deputato o assessore o primario ospedaliero – che non fosse vestito nel più classico degli stili. Alcuni personaggi – il prefetto, un sostituto procuratore etc. – non s’incontravano proprio. Quando c’era un processo di pubblico interesse, i cronisti scrivevano che il tribunale aveva condannato o assolto; il nome dei magistrati non compariva mai. Chi aveva imboccato la carriera di funzionario e servitore dello Stato si faceva fotografare di rado alla scrivania, non scriveva lettere aperte ai giornali, non rilasciava interviste e neppure frequentava bar o ristoranti per evitare incontri imbarazzanti. Era una società ingessata, che rispettava i ruoli e dava poco spazio agli atteggiamenti confidenziali. Anche in famiglia. Qualche vecchia regola era stata abbattuta. Mio padre e mia madre davano del voi ai miei nonni, ai quali invece io davo del tu. A scuola si stava composti nei banchi. Per andare al bagno si aspettava l’intervallo tra la terza e la quarta ora. Se durante la lezione alzavi la mano per chiedere d’uscire lo facevi in casi estremi. Il professore (o, più imbarazzante, la professoressa) ti scrutava per un bel po’ prima di dare o negare il permesso, ma di sicuro ti chiamava alla cattedra per l’interrogazione. Non c’erano preavvisi. L’insegnante non ti diceva: preparati perché mercoledì t’interrogo. Tutt’altro. C’era il vezzo di interrogare lo stesso alunno più volte di seguito: vediamo se Spezzaferro è preparato anche oggi oppure si è adagiato sugli allori dopo l’interrogazione di ieri. Uno dei momenti di maggiore silenzio (nel senso che manco si respirava) era quando il dito dell’insegnante scorreva l’elenco dei nomi sul registro. Quando la mano scendeva, respiravano quelli che avevano i cognomi dalla A alla L/N e andavano in apnea gli altri. Ricordo un professore di matematica (portava il cappello in classe perché davanti agli asini – diceva – non ci si leva il cappello) che saliva con la mano e con lo sguardo verso i primi nomi e poi scandiva secco: Spezzaferro.

Io ero una frana in matematica e fisica e ogni interrogazione era una sofferenza. Ma a quei tempi non c’erano genitori che facevano ricorso al Tar se ti beccavi un due. La regola era: l’insegnante ha ragione, non studi abbastanza, non ti applichi e stai sempre distratto. I miei genitori erano disperati con me: ne combinavo talmente tante che il preside di turno li convocava per suggerire che mi iscrivessero ad un altro istituto. Al Tasso, che era l’istituto più prestigioso, i miei ci tenevano che restassi ma il corpo insegnante mi rimandò a settembre in tutte le materie con un bel 5 in condotta e il preside informò mio padre che se avessi avuto l’impudenza di presentarmi agli esami mi avrebbero bocciato. La mia colpa? Ero stato tra gli organizzatori di uno sciopero per l’Alto Adige. In quegli anni c’erano bombaroli che facevano saltare tralicci e quant’altro per sostenere la politica di annessione all’Austria. E il governo – secondo noi – non faceva abbastanza. Anzi, si piegava a continue concessioni. Volevamo che l’Alto Adige, imbevuto del sangue dei combattenti della prima guerra mondiale, restasse italiano e non diventasse Tirolo del Sud. Il preside mi venne incontro per ordinarmi di entrare in classe e tentò di strapparmi di mano la bandiera che sventolavo. Poi disse che l’avevo aggredito. Oggi riconosco che non sono stato uno studente modello. Ma non mi pento. I miei compagni che andavano a messa non ricordo più per quale liturgia che seguiva l’insegnante di lettere mi facevano schifo. Si guadagnavano la benevolenza con comportamenti ipocritici. Ne ricordo soltanto un paio che veramente andavano per pregare.

Arrivato a Roma nel ’67 per l’università, la prima cosa che feci fu mettermi i jeans. La libertà che mi arrivò addosso all’improvviso mi imbrogliò il cervello. Me ne andavo in giro la notte, dormivo fino al pomeriggio, non ero più obbligato a mangiare sempre alle stesse ore… mi sentivo un selvaggio anarchico. Ero iscritto a Legge dove non c’era obbligo di presenza. Roma era strapiena di ragazze di tutte le lingue. Portavo la camicia fuori dei pantaloni. Della moda m’ero sempre disinteressato. Non avevo mai portato pantaloni a zampe d’elefante o bicolori. Credo di non essermi mai fermato davanti a una vetrina di abbigliamento o di scarpe. L’unico vezzo che mi consentii fu un paio di suvaletti alla Beatles. Ero – e sono tuttora – innamorato dei Beatles, ma alla mia maniera: non mi sono mai interessato della loro vita sentimentale o della loro infanzia. La musica mi bastava. Il resto era roba da Grand Hotel, da fotoromanzi per cameriere. Oggi sono rimasto uguale. Non me ne frega niente se quell’attore s’è sposato quell’attrice o se quel regista è il nipote del famoso sceneggiatore e via gossipando. Un film lo guardo per quello che è: mi piace o non mi piace, al di là di chi è il regista o se per farlo hanno davvero bruciato una foresta o speso miliardi di dollari.

Quando sbarcai a Roma la goliardia stava morendo. Ne ho assaggiato gli ultimi sprazzi. Mi appassionai a quella volgarità costruita per épater le bourgeois: l’imprecazione, il linguaggio scurrile, a non parlare della bestemmia, tracciavano una netta linea di separazione tra il meschino borghese in sempiterna attesa della tedicesima e i clerici vaganti, ricercatori del sapere e dei misteri del mondo, irriverenti cacciatori di femmine. Quando esplose il Sessantotto, ero già pronto. Ma anche lì non seguii la moda dell’eskimo etc. E non fui io solo, perché un certo abbigliamento rivoluzionario (che mi vien da ridere solo a pensare che uno crede di fare la rivoluzione perché s’è messo un eskimo) fu esclusivo di quei figli di papà dei quali parlò Pasolini. Arrivavano con le grosse moto avute in regalo dai genitori, si atteggiavano con catene comprate dal ferramenta chic, si coprivano il volto con foulard griffati. In maggioranza erano così. Erano passati dalla moda borghese ai costumi adatti al palcoscenico-contestazione. Ricordo alla manifestazione contro Nixon che un compagno mi chiese: che c’entra Palestrina? Ma io stavo urlando Palestina libera! Non capiva granché ma era abbigliato in maniera perfetta. Capita anche oggi: vedi un ragazzo che esibisce simboli di appartenenza dei quali sa poco o niente. La maggioranza è sempre un gregge. I pastori che la guidano sono altra cosa.

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