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Analfabetismo e mignolo di lettura

Fanno bene gli editori dei giornali italiani a chiedere forti sostegni pubblici; soprattutto con la crisi in atto. Sono imprenditori e mirano agli utili; non sono missionari smaniosi di glorie spirituali. Carlo Malinconico, presidente degli editori italiani, ha chiesto tutt’insieme: «Misure di politica industriale, come il credito d’imposta per l’acquisto della carta, per l’innovazione, gli investimenti e per la modernizzazione della rete di vendita e iniziative di incentivazione della lettura dei giornali e del loro uso quali veicoli pubblicitari, per esempio con la detassazione degli utili delle imprese reinvestiti in pubblicità sui giornali».

Fa bene, ripeto, la Fieg a rivolgersi allo Stato, prospettando che «molte imprese editoriali sono a rischio di chiusura con gravissimi risvolti occupazionali». Il benefico pluralismo dell’informazione si raggiunge soltanto se c’è una pluralità di testate. A piccola o a grande diffusione, poco importa: l’importante è che ci siano. Che poi gli editori incassino quattrini e agevolazioni e si industrino per pagare meno i giornalisti è un fatto che qui non prendo in considerazione. Mi preme di più sottoporre all’attenzione internettuale due fatti, dei quali il primo è strutturale e l’altro è un composito puzzle di contingenze.

C’è ancora l’UNLA. L’Italia è praticamente una nazione di analfabeti. E questo è, purtroppo, il dato strutturale.

L’analfabetismo ha in Italia origini lontane. Secoli fa, nell’Europa della riforma luterana, il popolo imparava a leggere per poter pregare; nei Paesi rimasti fedeli al Papa, invece, era il prete che pregava (e per giunta in latino) e i fedeli ripetevano a pappagallo. Così gli europei che leggevano la Bibbia intrapresero un proficuo percorso di istruzione pubblica, mentre gli europei che si alzavano e s’inginocchiavano al suono del campanello scosso dal chierichetto crescevano in una beata ignoranza. Fino ai tempi nostri. Ricordo mia nonna paterna che mi faceva ridere (ma non era sua intenzione) quando recitava le preghiere in latino. Inconsapevole antesignana del Frassica televisivo, snocciolava il rosario invocando la santavirgovirgina e la turisburnea. Non aveva fatto la terza elementare, mia nonna. Come quasi tutte le donne della sua generazione.

A fine Ottocento era analfabeta circa il 70% degli italiani. Poi con l’avvento di “Libro e moschetto, fascista perfetto” e con le scuole rurali, la percentuale scese nel 1941 al di sotto del 14%. Oggi, nonostante la scolarizzazione di massa, si contano ancora 36 milioni di italiani analfabeti, semianalfabeti o, come dice l’Ocse, “funzionalmente analfabeti”, sprovvisti cioè delle “competenze alfabetiche minime per orientarsi nella società dell’informazione”. Parecchie inchieste, e siamo all’analfabetismo di ritorno, ci mostrano che 21 laureati su 100 non sono in grado di “decifrare” nemmeno il bugiardino di un medicinale. E’ rimasto storico quel concorso per aspiranti magistrati dal quale uscì un numero di promossi inferiore a quello dei posti disponibili. Uno degli esaminatori dichiarò che le sgrammaticature nei compiti erano talmente orripilanti che per pietà preferiva non parlarne.

Sappiamo che non sa leggere e/o scrivere circa il 25% degli studenti che escono dalla scuola media inferiore. Il pressappochismo (a dir poco) della pubblica istruzione si evince anche dal tasso di “mortalità universitaria”: alla laurea approda il 45% degli iscritti (la media Ocse è del 69%). Sono cifre che non mutano granché di anno in anno. L’Unione nazionale per la lotta contro l’analfabetismo (UNLA; fondata nel 1947 e tuttora in florida attività) sul proprio sito web riporta (oggi, 11 marzo 2009) i dati Istat del 2003. Al di là di percentuali più precise e delle solite differenze che marcano il Sud rispetto al Centronord, credo che non ci siano dubbi sul fatto strutturale.

Italian readership: più che un indice è un mignolo di lettura

In Italia, l’indice di lettura, la percentuale cioè di lettori per numero di abitanti (“readership” in anglosassone) è sostanzialmente invariata dagli Anni Trenta fino agli Anni Settanta dello scorso secolo. In media i quotidiani vendevano 5 milioni di copie al giorno. Totale che è stato superato nel 1985 (6 milioni di copie/giorno) a forza di gadget, di inserti, di concorsi a premi e di inserzioni pubblicitarie sugli altri media.

E la readership? La World Association of Newspapers (l’associazione che comprende più di18mila pubblicazioni) in un’indagine datata 2006 registrò che in Italia si vendevano 98 copie di quotidiani ogni 1.000 abitanti. A dimostrazione che vendere giornali agli analfabeti sia come vendere neve ai popoli del circolo polare artico, riporto i dati di quello stesso anno relativi all’Inghilterra (332 copie), alla Germania (313) e alla Francia (160 copie). E mi fermo qui perché le 644 copie di quotidiani vendute ogni 1.000 giapponesi sono un cazzotto all’orgogliosa civiltà europea.

Per questi dati vale ciò che ho detto prima a proposito di quelli sull’analfabetismo: le cifre non sono precise e subiscono piccole variazioni, ma le indicazioni che danno sono le stesse. Gli esperti sanno che la readership è la conta dei lettori di un giornale per poter mettere un prezzo alla pubblicità (più alta la readership e più soldi costa lo spazio di quel giornale). La tiratura di un giornale (quante copie stampa al giorno), la sua diffusione (quante copie sono realmente distribuite) e le sue rese (quante copie restano invendute) non sono elementi computati per la readership, che viene misurata, ripeto, per stabilire il costo per contatto di un annuncio.

I quotidiani di casa nostra non vendono più di 6 milioni di copie al giorno, mentre in Inghilterra sono 20 milioni e 9 in Francia (72 milioni di copie in Giappone).

Grazie alla grande diffusione di quotidiani free press (uso di frequente la metropolitana e li vedo in mano alla gente) l’indice di lettura sarà un po’ cresciuto ma il quadro generale resta desolante. L’irruzione della televisione – in una società nella quale l’analfabetismo ed il disinteresse per la lettura in genere erano già una piaga – ha dato il colpo di grazia.

Ogni giorno in Italia escono 170 nuovi libri dei quali il 35-40% non vende una copia, così ogni giorno 109 libri spariscono dopo essere stati una quarantina di giorni in mostra nelle librerie. Circa il 60% degli italiani non ha mai letto un libro (testi scolastici a parte) e le circa 7.400 aziende editoriali campano su un 3% di lettori abituali (più o meno due milioni di persone).

Le diverse facce del dato contingente

Uno dei problemi della carta stampata è che raccoglie scarsa pubblicità. Va da sé che un inserzionista spende quattrini per farsi vedere e se un giornale ha pochi utenti c’è poco da pensarci: meglio la televisione, che la guardano tutti. E così del monte pubblicitario il 35% va alla stampa e il 61 alla televisione. Nonostante la quota di advertising che arriva ai quotidiani sia scarsa, i ricavi pubblicitari superano quelli delle edicole. Gli editori vorrebbero che qualcuno (lo Stato) togliesse pubblicità alla tv per darla ai giornali, e invece dovrebbero premere per il varo di forti programmi pubblici mirati all’alfabetizzazione.

Anni fa, la Rai dette un grosso contributo mandando in onda il maestro Manzi con “Non è mai troppo tardi”, una trasmissione che insegnava a leggere e a scrivere. Il groviglio della istruzione pubblica è troppo intricato e non c’è riforma che basti. A scuola s’impara ben poco. Che sia colpa degli insegnanti oppure delle regole ministeriali o dei genitori che ricorrono al Tar se il figlio è bocciato, o ancora dei modelli “Grande fratello”, “Amici” et similia, è ciò che si cerca di appurare nei… talk-show; e il cerchio si chiude. Se un bambino non sa leggere in terza elementare è inutile mandarlo in quarta e poi in quinta. Ma ci vorrebbero coraggio (da parte dell’insegnante) e senso di responsabilità (da parte del genitore) e se ci sono elementi assenti nella nostra gaudente società sono proprio il coraggio e il senso di responsabilità.

Tornando agli editori, una buona tattica è stata quella di lanciare la lettura dei giornali nelle scuole. Il presidente dell’osservatorio permanente giovani editori, Andrea Ceccherini, ha rilevato soddisfatto: «Nel corso del 2006 i giovani di età compresa tra i 14 ed i 17 anni che hanno letto un giornale quotidiano almeno una volta la settimana sono stati 1.400.000. Erano meno di un milione nel 2002, quando il progetto nazionale “Il quotidiano in classe” è entrato stabilmente nelle scuole superiori di secondo grado». Ricordo che l’iniziativa coinvolge in totale circa 38mila insegnanti e più di un milione e mezzo di studenti. Meglio che niente, ma i dati che contano sono quelli rilevati mensilmente dalla Federazione degli editori. Nel 2008 la vendita media delle 58 testate quotidiane prese in esame dalla Fieg è stata a gennaio di 5.001.118, in agosto di 5.056.745 e a dicembre 4.579.959 (per vedere tutti i dati basta andare sul sito Fieg).

Buona tattica è stata anche infilare i giornali sul web. Il modello Usa è vincente: i siti delle principali testate americane hanno una audience in crescita e, anche se non registrano aumenti nelle vendite, dispongono di una readership maggiore con relativo ritorno pubblicitario. Le versioni on line dei quotidiani italiani seguono lo stesso trend, anche se in Italia la maggior parte dei navigatori approda a porti più… sexy e giocherecci.

Uno studio di “McKinsey & co.” rilevò nel 2006 che gli investimenti in pubblicità televisiva erano aumentati del 40%, ma che contemporaneamente la percentuale di abbandono dei telespettatori era di circa il 50%.

Il fatto è che i ragazzi americani stanno più sul web che davanti alla televisione. E, dato che l’Italia imita, con un po’ di ritardo, i comportamenti statunitensi, m’aspetto una rivoluzione del genere anche qui, con conseguente crescita della pubblicità on line.

Le redazioni dei nostri giornali saranno in rete oltre che cartacee. Più di dieci anni fa, insieme con un collega, varai un giornale sul web (è www.visum.it) proprio contando sullo sviluppo anche commerciale della rete in Italia. Ma ero troppo in anticipo sui tempi.

Il fatto che il giornale in edicola sia confezionato il giorno prima è ineliminabile e perciò la carta stampata non può fare concorrenza agli altri media (tv, web, radio, telefonino) che danno le notizie in tempo reale o quasi. Il tg annuncia un fatto che la mattina dopo sta sui giornali. E se quello stesso fatto non è trattato con gli approfondimenti necessari, con competenza e con dovizia di analisi, è normale che un tizio ritenga inutile comprare il giornale. Le ultime o, come urlavano una volta gli strilloni, le ultimissime non le troviamo più sui giornali; ce le dice la tv o il telefonino. La carta stampata deve fare uno sforzo e offrire prodotti appetibili per palati fini. Invece, pare che ci sia la corsa a chi la pubblica più scollacciata (notizia e scollatura).

Un altro freno contingente alla diffusione dei giornali è il circuito distributivo. Tutti i prodotti vengono quasi gettati tra le braccia del consumatore. Il percorso dall’offerta all’acquisto è ridotto a più non posso: trovi il tuo dentifricio al supermercato, nel negozio sotto casa, in autostrada… Lo trovi in farmacia vicino alle creme di bellezza, alle pantofole comode, alle tute, ai giocattoli, alle forbicine, agli shampoo… tutto trovi in farmacia, tranne i giornali e la mozzarella di bufala. Chi vuole leggere deve essere ben determinato. Deve avere l’edicolante di fiducia. Deve fare una deviazione perché pochi si trovano un’edicola dietro l’angolo. Insomma, in Italia i punti-vendita dei giornali sono quasi un monopolio. Per comprendere bene quest’altra anomalia, è sufficiente un breve giro in Europa. Perfino in un piccolo centro della Borgogna i giornali li trovi dappertutto.

Il giornalista: ventre molle

C’è però un’altra lezione made in Usa: se un quotidiano tiene fede al proprio ruolo di “cane da guardia” del sistema non perde copie. Anzi le ruba alle testate compiacenti verso l’establishment politico-economico. Questa lezione è di più difficile applicazione in Italia; e non è difficile spiegare il perché.

Una società di consulenza strategica che opera dal 1983, l’AstraRicerche, ha fatto un’indagine su come gli italiani giudicano i giornalisti. I risultati, con tutti i limiti che hanno i sondaggi, sono istruttivi.

Per il 68% degli intervistati, i giornalisti sono bugiardi; per il 60% sono incompetenti; per il 59 sono “esageranti”, tendono a gonfiare le notizie; narcisisti e poco comprensibili per il 30%. Non sono percentuali da “tutti a casa” e perciò lasciano spazio ad una riscossa della nostra categoria. La gente vuole notizie ben raccontate, inchieste più approfondite che scandalistiche, vuole giornalisti competenti e critici. Soprattutto li vuole indipendenti e… etici. Lo so, questa è una brutta parola di questi tempi, ma credo che abbia già imboccato la strada della resurrezione.

E’ vero che adesso un giornale che si mantenga fuori dal gossip non guadagnerebbe copie, ma sono certo che alla lunga attirerebbe tutti i lettori stufi del chiacchiericcio e svolgerebbe anche una funzione di stimolo della coscienza civile. Se, nel frattempo, sarà stata vittoriosa la lotta all’analfabetismo, hai visto mai che crescerà pure il mignolo di lettura?

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