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A Milano e a Roma. La mafia cinese alle primare

Si fa gran rumore per la mobilitazione delle comunità cinesi, a Milano per sostenere il candidato di Renzi alle primarie del Pd, e a Roma, per non ho capito bene a favore di chi. Forse ci vedremo più chiaro contando i voti raccolti alle primarie romane dai candidati Bertolaso, Marchini, Storace, Rampelli, Pivetti (cosa che sapremo tra qualche ora).
Occupati a fare polemiche sulla partecipazione cinese, gli “esperti” non affrontano il vero nodo che è il seguente: come mai i cinesi partecipano? E, seconda domanda, può il loro voto influire per davvero?
Per rispondere in maniera articolata, debbo fare qualche passo indietro. Per coloro poco interessati alle vicende passate, questa è una scocciatura, ma dovrebbero diventare consapevoli finalmente che senza il passato non si capisce il presente e non si possono nemmeno fare ragionevoli previsioni sul futuro.

L’ESEMPIO DELLA SICILIA
C’è stato un tempo nel quale un sindaco eletto in Sicilia, se era democristiano, aveva vinto con i voti della mafia, se di “sinistra” (intendo Pci e derivati), la sua era stata una vittoria contro la mafia. Mai nessuno ha parlato della guerra tra le diverse cosche con conseguente sostegno ad opposti candidati. Comunque, con il golpe mediatico-giudiziario che fece fuori tutti partiti della cosiddetta prima repubblica (con un’eccezione, indovinate quale), le denunce delle “mani sulla città” (splendido film propagandistico di Francesco Rosi) scemarono un po’, giacché a dominare non erano più i vecchi padroni. Al riguardo ricordo la Basilicata che dai sovrani democristiani entrò a passo di corsa nel regno della “sinistra” (ics).

ARRIVA IL TYCOON
Grazie alla vittoriosa discesa in campo del tycoon di Arcore Silvio Berlusconi, i voti della mafia tornarono a campeggiare sulle prime pagine (molti scrissero addirittura che l’azionista di riferimento di Forza Italia aveva fatto i soldi riciclando proventi mafiosi – una leggenda che gira tuttora fra gli appassionati di dietrologia spicciola) per cui i candidati del centrodestra vincevano con la protezione della lupara e gli altri invece erano eroici rappresentanti della trincea antimafia.
Alcune vicende, quali quella dei “professionisti dell’antimafia” denunciati da Leonardo Sciascia, autentico comunista conoscitore di “cosa nostra”, le lascio perdere per non perdere il filo.

LE RELAZIONI DELLA DIA
A parte qualche polemica sulla ‘ndrangheta al Nord e sulla camorra della “terra dei fuochi”, non è che si parli molto di mafia (quella siciliana). M’aspetto un rigurgito di antimafiosità non appena sarà eletto qualche esponente del centrodestra o, meglio, del fantasma di ciò che fu quella coalizione.
Le relazioni della Direzione investigativa antimafia (ho sottomano l’ultima presentata al Parlamento) descrivono una preoccupante penetrazione delle criminalità organizzate, cioè delle nostrane più quelle di importazione. Nonostante ciò, l’attenzione dei media è rivolta altrove e perciò quando si sono scatenate le polemiche sulla partecipazione di molti cinesi alle primarie del Pd a Milano e alle iniziative della Lega a Roma, nessuno ha scavato a fondo.
Eppure di carne al fuoco ce ne sarebbe parecchia.

CHINATOWN
Per prima cosa, tutte le relazioni sulla presenza cinese in Italia (in particolare ricordo quella di Roberto Maroni di quando era ministro dell’Interno) spiegano che i cinesi non si integrano.
Olga Capasso sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna, da non confondere con la Dia) ha spiegato che non si è ancora ben compresa l’effettiva potenzialità delinquenziale delle organizzazioni criminali provenienti dalla Cina. Le comunità cinesi, ha precisato, sono impenetrabili e la costituzione di Chinatown (le più forti, guarda caso, sono a Roma e a Milano), nelle quali si tendono a ripristinare le regole e le tradizioni del proprio Paese d’origine, ha portato a una totale chiusura verso l’esterno.
Se ci mettiamo il fatto che intercettarli è fatica degna di Sisifo, poiché parlano lingue e dialetti quasi incomprensibili, ci facciamo un’idea della reale “minaccia cinese”.

COSA DICE LA DNA
Capasso ha poi aggiunto: «I cinesi sono una comunità in grado di assicurarsi i servizi essenziali tramite una serie di strutture, aperte rigorosamente solo a connazionali, che includono scuole, cliniche, attività commerciali, farmacie e banche». E ha concluso: «Esistono anche associazioni pseudoculturali, al vertice delle quali si insedia la criminalità cinese».
A questo punto, come diceva qualcuno, la domanda sorge spontanea: com’è che un’etnia tanto arroccata su sé stessa partecipa in maniera così massiccia ad alcuni giochi politici?
Mi viene difficile immaginare che siano state scelte spontanee. Non posso evitare il sospetto che si tratti di manovre ordinate dall’alto. Dalla mafia, appunto.

LA COMMISSIONE CNEL
Secondo un rapporto della IV commissione (Osservatorio socio economico sulla criminalità) del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) presentato qualche anno fa (di più recenti non ce ne sono), le tre maggiori attività della criminalità cinese sono: contraffazione commerciale, prostituzione e immigrazione clandestina.
Scriveva il rapporto: «Quello che più sorprende è la struttura interna della criminalità cinese, quella rete di rapporti e di gerarchie che ne fa un fenomeno criminale organizzato capace di controllare capillarmente il territorio e condizionando il tessuto sociale in cui operano. Questa rete di rapporti si sviluppa attraverso due vettori: il primo è il legame solidaristico, una fratellanza criminale che sottende fedeltà e omertà e che nasce, in molto casi, prima dell’arrivo in Italia: la condivisione di esperienze si realizza in un sodalizio dedito all’attività illecita che diventa così l’unica “occupazione” quotidiana. Un secondo vettore è quello familiare. Facendo riferimento a padri, figli e famiglia allargata, l’organigramma criminale si struttura per linea di parentela secondo precise gerarchie interne In tal modo riesce a infiltrarsi nella rete di connazionali presenti sul suolo italiano, reclutando sempre nuove leve per l’attività criminale».

LE SOMIGLIANZE CON COSA NOSTRA E ‘NDRANGHETA
La mafia cinese sa strutturarsi, come cosa nostra, tramite logiche d’onore e “fratellanza”, e sa fondarsi, come la ‘ndrangheta, sul nucleo parentale e controllo del territorio.
Quand’era procuratore nazionale antimafia, prima di diventare presidente del Senato (i magistrati “prestati” alla politica sono oramai un esercito) Pietro Grasso, detto Piero, disse che qualcosa stava cambiando e che la criminalità cinese, arrivata in Italia per sfruttare l’immigrazione clandestina e praticare estorsioni all’interno della propria comunità, s’era aperta all’esterno tanto da stringere rapporti d’affari con le mafie nazionali. La mafia cinese è entrata anche nella produzione e spaccio di droga.

LA DROGA
Un rapporto di qualche anno fa della Direzione centrale servizi antidroga diceva che «anche se attualmente il traffico di droga non è tra le voci più importanti del bilancio dei sodalizi cinesi in Italia, le evidenze investigative costituiscono il segnale di una possibile minaccia futura, non potendosi escludere che il mercato delle droghe sintetiche possa costituire, in prospettiva, una loro nuova e lucrosa attività illegale». Fatto che si è puntualmente verificato.

COLLETTI BIANCHI
Credo che ci sia un mercato – quello degli appalti pubblici – del quale anche la mafia cinese vuole una fetta: sia per riciclare più facilmente soldi sporchi, sia per impiantare attività “ufficiali”. Del resto, basta guardare all’evoluzione di mafia, ‘ndrangheta e camorra, per arrivare a questa conclusione. Non si vede per quale motivo la mafia cinese non debba disporre anch’essa di “colletti bianchi”. Da qui la necessità di trovare qualche sponda politica.
La partecipazione dei cinesi alle primarie di ambo gli schieramenti è stato un segnale. Siamo in grado – hanno fatto capire i capi – di intervenire sui vostri equilibri. Chi ci fa – chiedono loro – un’offerta?
Giuseppe Spezzaferro

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