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Anche i Dieci Comandamenti hanno bisogno di una riforma

Secondo un racconto tramandato per millenni, Dio incise nella pietra una lista di azioni, alcune vietate, altre da compiere. Narra l’Antico Testamento che Mosè prese le due tavole «scritte dal dito di Dio» e scese dal monte Sinai. A valle trovò gli israeliti che danzavano felici intorno ad un idolo d’oro a forma di vitello e s’arrabbiò moltissimo. Spezzò le tavole scagliandole contro la montagna, fece a pezzi il feticcio, lo ridusse in polvere, la mescolò all’acqua e fece bere l’intruglio agli idolatri. Poi tornò sul Sinai e Dio incise per lui due nuove tavole.
Non c’è una descrizione delle lastre di pietra con le preziose iscrizioni (i “Dieci Comandamenti”). A me piace pensare che non fossero tanto dissimili da quelle che stringe sotto braccio il Mosè scolpito da Michelangelo e assiso nella basilica di San Pietro in Vincoli a Roma.
Non è nemmeno certa la datazione delle arrampicate di Mosè. La gran parte degli studiosi colloca quei fatti all’epoca della XIX dinastia egizia, quando sul trono sedeva il faraone Ramesse II (1279-1213 a. C.).

PRESCRIZIONI DATATE
Ciò che stava scritto sulle due tavole (incisa ciascuna su ambo i lati) non è proprio quello che viene insegnato al catechismo. Della versione originale, diciamo così, è lo stesso Antico Testamento che porta due differenti testi, con difformità che si accentuano nella traduzione/tradizione ebraica.
Se anche i fatti narrati avessero precisi riscontri storici e Mosè fosse realmente esistito, non sarebbe comunque sostenibile che l’autore del decalogo su pietra fosse stato Dio. Sono “comandamenti” datati, in quanto legati ad un vecchio modello di società, e sono afflitti da una desolante rozzezza giuridica, per cui soltanto i credenti li ritengono frutto di un parto divino.
Mi limito a due esempi.
Il decimo comandamento proibisce di desiderare la moglie del tuo prossimo, «né il suo schiavo, né la sua schiava». Dio, dunque, accettava la pratica della schiavitù? Si preoccupava che «il nome del Signore tuo Dio» non fosse pronunciato invano e dava per scontato che uomini e donne possedessero schiavi?
Tremila e passa anni fa nemmeno i profeti più “all’avanguardia” chiedevano la liberazione degli schiavi e perciò Dio non si azzardava (?!?) ad imporre il rispetto di diritti, che oggi sono riconosciuti anche agli animali.

DIVIETI GROSSOLANI
Per quanto riguarda la grossolanità dei divieti, cito il «Non rubare».
Duemilacinquecento anni fa, decennio più, decennio meno, i filosofi greci avevano fatto le distinzioni di merito. Chi rubava la spada all’amico con vocazione al suicidio era da condannare come un qualsiasi ladro? O non piuttosto da elogiare per aver impedito la morte dell’amico?
Di questi tempi, le sottigliezze giuridiche sono più che mai deprecate dal popolino (grezzo per definizione) giacché le considera “trucchi” utilizzati dai deputati ladri per non finire in galera. Eppure, la civiltà di un popolo non la si misura sul metro della vendetta (il biblico occhio per occhio etc.); come già insegnavano i Romani, è preferibile un colpevole in libertà piuttosto che un innocente in galera (“in dubio, pro reo”).

DIO FACEVA L’INGEGNERE
A leggere l’Antico Testamento sorgono parecchi dubbi sulla opportunità di continuare a sostenere che Gesù sia figlio del Dio di Abramo. Il messaggio di Cristo non ha alcunché in comune con l’ingegnere capo che dà le istruzioni a Salomone per l’edificazione del tempio, né con l’armatore della protezione civile che dirige Noè nella costruzione della barca.
Sono più che certo: l’Antico Testamento sarà riveduto e corretto. In un mondo avviato verso la pace universale, dovranno perlomeno sparire frasi del tipo «Sterminerai dunque tutti i popoli che il Signore Dio tuo sta per consegnare a te…». Anche la Guerra dei Cent’anni ad un certo punto finì.

LE “CHIESE” VENDICATIVE
Non c’è una legge che mi vieti di pensare e di scrivere che domani la Bibbia potrebbe essere “aggiornata”. Nessuno mi schiaffa in galera, se metto in dubbio che sia stato Dio a scrivere i dieci comandamenti. Le mie supposizioni fanno senz’altro infuriare i fedeli e i preti, ma non corro il rischio di essere fatto oggetto di una fatwa islamica, cioè di una condanna a morte che mi colpirebbe se mettessi in dubbio Allah, il paradiso delle vergini e argomenti collegati (uso “fatwa” per dire “condanna” anche se la materia è più complessa).
Esistono, dunque, totem e tabù protetti da leggi dello Stato e da inflessibili guardiani del tempio. Tutto sommato, gli anticlericali (massoni, radicali, laicisti etc.) vanno tranquillamente all’attacco del Vaticano e della Cattedra di Pietro: sanno di non subire ritorsioni di alcun genere. Gli stessi barzellettieri, istrioni, buffoni e giullari vari non hanno paura di sfottere Cristo in croce ma se la fanno sotto a fronte di altre… chiese. E di altri miti e racconti, che se li metti in dubbio o li “revisioni” finisci in prigione.
Giuseppe Spezzaferro

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