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25 aprile: la morte per Emilio Salgàri arrivò sul filo di una katana

Esattamente centocinque anni fa, il 25 aprile del 1911, lo scrittore Emilio Salgàri fece harakiri: si squarciò il ventre come un samurai. Poi, per accelerare la morte, si tagliò la gola. Finiva, a 49 anni, la vita di uno degli autori italiani più prolifici e popolari: aveva scritto un’ottantina di romanzi e arricchito diversi editori.
Qualche giorno prima di suicidarsi, aveva scritto all’editore fiorentino Bemporad: «Le scrivo in uno dei più tristi momenti della mia vita. Mia moglie, dopo un mese di pazzia, diventata furiosa, ho dovuto ricoverarla ieri sera al manicomio. Mi occorre di fare subito un deposito di lire 300 che io non posseggo perché con le infermiere durante questo lungo periodo sono stato pelato. Io la prego di mandarmi la terza rata di 600 lire ed io le prometto di rimetterle fra giorni altre cento cartelle. Mi lasci un momento di respiro per rimettermi da questa terribile scossa».
Autore di romanzi di grande successo (basti pensare al ciclo di Sandokan) era stato spremuto dagli editori, tanto che anche la moglie Ida Peruzzi l’aveva aiutato a fabbricare libri uno dietro l’altro perché i soldi non bastavano mai: avevano una figlia, Fatima, malata di tisi, e i suoceri da mantenere.

«SPEZZO LA PENNA»
Non riuscì ad aspettare i soldi di Bemporad e scrisse un ultimo terribile biglietto: «Ai miei editori: A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che io vi ho dato pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna».
Non si pensi che sia roba d’altri tempi. L’editore che sfrutta il sangue dell’autore è realtà quotidiana ancora oggi. Basti pensare al cronista Giancarlo Siani assassinato dalla camorra a 26 anni. Era il 23 settembre (ricordo il giorno perché successivo ad un mio compleanno particolarmente felice) del 1985 e il giornale per il quale lavorava non gli aveva fatto nemmeno uno straccio di contratto.

A 21 ANNI IL PRIMO ROMANZO
Da quando, a 21 anni, Salgàri aveva cominciato a scrivere a puntate su un giornale di Verona il primo romanzo, era rimasto inchiodato al tavolo da lavoro sfornando cartelle a getto continuo. Pensate cosa sarebbe riuscito a fare se, invece, di carta, penna e calamaio, avesse avuto un pc! Se gli autori dei nostri giorni riescono a produrre pochi romanzi usufruendo del copia e incolla, non riesco a immaginare cosa avrebbe generato la fantasia di Salgàri unita a internet.
Nei libri mise tutta la sua voglia di viaggi e avventure. A sedici anni si era iscritto al Regio Istituto Tecnico e Nautico “Paolo Sarpi” di Venezia, ma non riuscì ad ottenere la licenza. Pare che abbia fatto un solo breve viaggio in mare.

ANCHE KANT NON S’ERA MAI MOSSO
Mio padre, un giorno, se ne uscì con un «prendi Salgari (lui lo pronunciava come tutti, con l’accento sulla prima a), non ha mai fatto un viaggio e guarda che è stato capace di scrivere» ed io ci restai male. Fino a quel momento, avrò avuto forse undici anni, ero stato convinto che Salgàri avesse davvero visto i giganteschi baobab e le selvagge coste della Malesia. Mi fu doloroso scoprire che il mio mito era un pacifico borghese chino sulla scrivania.
Anni dopo, avrei di nuovo cambiato idea perché Immanuel Kant, il filosofo tedesco del Settecento “rottamatore” (mi perdonino i precisini) della metafisica dogmatica, aveva elaborato una originale visione del mondo a Konisberg, città prussiana dov’era nato, dove aveva studiato, dove aveva insegnato e da dove non era mai uscito.

GENGIS KHAN E MINA
Comunque, da ragazzino decisi di non spiare mai dentro le biografie e limitarmi a guardare le opere. Ancora oggi, la vita privata di qualcuno/a la studio se mi fa capire meglio una vicenda. Senza informazioni sulla persona Gengis Khan, per esempio, non puoi capire il conquistatore Gengis Khan. Viceversa mi è inutile sapere come si chiamano la madre o la moglie di George Harrison. Sono decenni che i Beatles mi smuovono il sangue tutte le volte che li ascolto, eppure delle loro faccende private non so quasi nulla. Le note biografiche di Napoleone sono parte essenziale, invece, delle sue vittorie e delle sue sconfitte. Chiedetemi quanti anni ha Mina e io non saprò rispondervi, eppure di Mina sono ancora innamorato. Quando canta “Un uomo per me” sono convinto che di me stia cantando. «Illusione, dolce chimera sei tu…»: cantava Achille Togliani.

IL PRIMO FILM NEL 1920
Con il successo a 22 anni del romanzo “La Tigre della Malesia” (titolo che fu cambiato in “Le tigri di Mompracen”), Salgàri diede di piglio ad un ciclo indo-malese spesso cambiando i titoli. Il romanzo “I misteri della jungla nera”, per esempio, fu pubblicato la prima volta a puntate su un giornale di Livorno con il titolo “Gli strangolatori del Gange”, poi in un giornale di Vicenza con il titolo “L’amore di un selvaggio” e soltanto nel 1895 fu stampato da un editore di Genova con il titolo definitivo.
Molti romanzi di Salgàri sono diventati film, sceneggiati e miniserie tv. Pensate che già nel 1920 (Salgàri era morto nove anni prima) il romanzo “Jolanda, la figlia del Corsaro Nero” diventò un film di successo.

CI SONO ANCORA RAGAZZI CHE LO LEGGONO?
Non credo che i ragazzi oggi leggano un qualche libro. E scommetto che ignorano Salgàri. A sentirli parlare sull’autobus o in metro, gli argomenti sono più che altro personali: «mi ha lasciato»; «come glielo dico che non mi va più?»; «quella mi piace»; «mio padre rompe»; «la preside è una stronza»… oppure citano personaggi tv (tronisti e altri) che hanno raccontato fatti personali scatenando polemiche. Parlano anche d’altro (sport, moda, vacanze…) ma ciò che davvero li impegna sono i sentimenti e una psicologia elementare. Non sto esprimendo giudizi. Sto dicendo che non mi pare che questi ragazzi siano attirati dal piacere della lettura.

QUANDO LITIGAVO PER SANDOKAN
Anche quand’ero ragazzo io, più di mezzo secolo fa, non tutti leggevano con la stessa famelica passione, ma c’erano libri e autori comuni a tutti. Ne cito qualcuno alla rinfusa: “Cuore”, “Pinocchio”, “I tre moschettieri”, “Don Chisciotte”, “Il conte di Montecristo”, “Ventimila leghe sotto i mari”, “Il corsaro nero”. Alcuni racconti ci facevano sognare con il medesimo trasporto della ragazzina in attesa del principe azzurro. Sandokan era uno di quei personaggi sui quali eravamo d’accordo. Al solo pensiero di marciare e combattere ai suoi ordini ci venivano i brividi. Usciti da scuola, mentre si tornava a casa, c’era sempre qualcuno che se ne usciva con un «ma secondo voi è più forte Sandokan o il Corsaro nero?». Immancabile, partiva la litigata. Ci accapigliavamo per davvero e qualche volta la zuffa finiva con una maglietta strappata e un paio di lividi blu.
Giuseppe Spezzaferro

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