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In morte di Giano Accame

Ho visto per l’ultima volta Giano Accame. Il volto affilato, le mani giunte, il torace fermo. La morte lo ha preso nel sonno. Non so se per lui sia stata cosa buona. Non ci è mai capitato di parlare di ciò. Come non abbiamo mai parlato di cose private. O forse un paio di volte, ma quando il privato era diventato forzatamente pubblico. Quando l’ho conosciuto era già Giano Accame, una penna forte e sapiente, un combattente mai stanco, un protagonista. Se fosse stato un ex partigiano comunista, oggi gli avrebbero fatto funerali di Stato.

L’incontrai nella facoltà di Giurisprudenza occupata nel 1969. Avevamo organizzato un incontro-dibattito sul Trattato di non proliferazione nucleare che – come scrivemmo sul volantino di giovedì 6 febbraio – metteva “una inaudita ipoteca alla ricerca scientifica” italiana. Erano stati invitati Antonio Gambino, Altiero Spinelli, Achille Albonetti e Giano, il quale descrisse con la solita lucidità mixata alla passione il povero destino di un’Italia e di un’Europa limitate nella sviluppo dell’energia del futuro a vantaggio dei signori americani e sovietici.

L’anno scorso, ad una festa organizzata per i suoi 80 anni gli ho portato il volantino di quel febbraio di quarant’anni fa. Un attimo di emozione e poi giù con l’immancabile precisione chirurgica a separare i giudizi di allora validi tuttora da quelli stantii, anche perché abbattuti insieme con il muro di Berlino.

L’occupazione alla Sapienza durò fino a marzo e non lo vidi più. Ma c’era chi nel movimento lo frequentava da anni e che, per una ragione o per l’altra, ha continuato a farlo.

Lo rividi tra il 1981 e il 1982, quando facevo “L’Italia del Popolo”, il settimanale di Randolfo Pacciardi. Avevo chiuso con l’extraparlamentarismo descamisado e avevo aderito ad un progetto (c’era qualcuno dell’ex movimento e qualcun altro già “istituzionale”) che riprendeva la battaglia presidenzialista di “Nuova Repubblica”. L’idea era di portare nel Palazzo – o nelle immediate vicinanze – gran parte di ciò che avevamo elaborato nel Sessantotto. Sta di fatto che con Giano m’incontravo quasi ogni giorno perché l’ultima pagina del giornale la scriveva lui. All’epoca ero molto soddisfatto perché facevo politica e facevo un giornale. I soldi erano pochi (di contratto nemmeno a parlarne) ma avevo l’essenziale per vivere. Anzi. Guardavo con superiorità a quelli che si erano “venduti” per lavorare in grandi giornali, alla Rai o in qualche ministero. Li giudicavo dei falliti anche quando mi mandavano cartoline dagli States o dal Giappone. Nel mio periodo pacciardiano imparai molto. E le conversazioni con Giano mi rafforzavano nel proposito di mai cedere. Era possibile vivere in questa società senza farsi catturare. La precarietà, la scarsezza di quattrini e la prospettiva di cominciare sempre daccapo in fin dei conti non erano un grosso scotto da pagare per restare libero. Quando il progetto politico per il quale curavo il giornale mutò identità, me ne andai. Non mi andava di restare soltanto perché avevo uno straccio di lavoro. E persi di vista anche Giano.

Quando c’incontravamo era sempre per caso. Lui sfornava libri, partecipava a seminari, pubblicava articoli, teneva conferenze, andava in tv… e cresceva come opinion leader opinion maker maitre à penser politologo. Io leggevo i suoi libri e sentivo le sue conferenze. Una sera – a conferma di una sintonia che non abbisognava di conferme – ci siamo rivisti a CasaPound. Questo, gli ho detto, è un bel luogo per rivederci. E lui – con quel sorriso che accennava e che subito si ripigliava – m’ha quasi sussurrato: sono contento di rivederti.

Ci siamo scambiati qualche e-mail e il giornale per il quale adesso lavoro ha pubblicato sue interviste. Non ci pensavo proprio che potesse morire. E davanti al suo corpo fermo nella bara per un attimo ho pensato di scuoterlo. Adesso mi vado a rileggere i suoi libri.

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5 commenti

  1. Antonio de Martini

    Articolo molto bello e umano, contrariamente a commento RAI

  2. Antonio de Martini

    Nello stesso giorno anniversario della morte di Randolfo Pacciardi, Giano Accame ci ha lasciato.

    Aveva da poco passato gli ottanta, quasi tutti passati all’opposizione per scelta morale.

    Durante il nostro ultimo colloquio, era consapevole, mi disse : “ ho vissuto, ho sempre fatto quel che ho voluto e ne ho pagato il prezzo”. Poi mi ha intrattenuto su episodi della sua adolescenza ricordando suo padre. Conoscendolo come persona schiva e di poche parole, capii che sapeva giunta l’ora e che il tempo gli sarebbe mancato per fare e dire quel che aveva conservato nel cuore con ritrosia tutta ligure.

    Ha pensato e scritto per tutta la vita con limpidezza, acume e un senso morale fuori del comune ritenendo che pochi lo leggessero.

    Quando pubblicò la sua “Una storia della Repubblica” , senza pubblicità editoriale, se ne fecero tre ristampe in pochi giorni.

    Giano non appartiene al numero di coloro cui si vuole dedicare una strada nel giorno stesso della morte, ma resterà nel nostro cuore – e in quello di quanti lo hanno conosciuto – un solco indelebile che vale ben più di qualsiasi strada materiale a indicarci la strada da seguire.

  3. Adriano Scianca

    Giano…

    Racconta la leggenda di un nobile francese che, aspettando il suo turno per la ghigliottina, leggeva tranquillamente Sofocle. Chiamato dal boia, piegò come nulla fosse un angolo del libro per lasciare il segno nel punto in cui era arrivato. Questo significa nobiltà.

    Ci torna in mente questo aneddoto ripensando alla mail che Giano Accame scrisse una decina di giorni fa a Casa Pound. Gli era appena stato inviato il nostro “Manifesto dell’Estremocentroalto”. Egli – che sapevamo già malato – ci rispose con il consueto entusiasmo: «E’ un’ottima base di discussione. Datemi un po’ di tempo. Sentiamoci. E complimenti per la rapida crescita di Casa Pound come interlocutore di idee del 2000. Sentiamoci».

    “Datemi un po’ di tempo”… “Sentiamoci”: In punto di morte, Giano Accame guardava ancora al futuro, cercava interlocutori, si interessava al mondo, dialogava con noialtri giovinastri. Fedele ad un vecchio motto più citato che incarnato dall’ambiente neofascista, Accame aveva vissuto come se dovesse morire subito, ma fino all’ultimo aveva pensato come se non dovesse morire mai. Questo significa nobiltà.

    Accame era stato testimone dei primi passi di Casa Pound, tenendo, ad occupazione ancora fresca, una conferenza su Ezra Pound. Ed è facile credere che il documento di Casa Pound inviatogli qualche giorno fa sia stata una delle ultime cose capitategli tra le mani. Il suo rapporto con noi, quindi, non era forse frequentissimo, ma pare che gli dei giocassero per farci incontrare in nodi cruciali delle nostre esistenze, dove le alfa incontrano le omega. E ci fa piacere pensare che dall’omega della sua così nobile parabola terrena, possano sorgere – fedeli all’esempio e all’insegnamento – domani mille alfa.

  4. Di Giano Accame erano più le cose che non condividevo che quelle che che ci univano, sebbene quest’ultime generavano una coinvolgente voglia di ridisegnare percorsi comuni.
    D’altra parte io sono cresciuto, negli anni sessanta, leggendo Il Borghese, dal quale mi sono controvoglia staccato (quel tipo di giornalismo mi affascinava molto!) man mano che ne scoprivo l’anima atlantista e filo israeliana.
    Comunque, onore all’uomo, allo storico e al mancato compagno di battaglie che non si sono più fatte.

  5. Giano Accame si è voluto presentare al suo ultimo appuntamento pubblico in camicia nera ed avvolto nella bandiera della repubblica sociale. Evidentemente quel “fascismo immenso e rosso” di cui sempre parlava non era retorica, lo aveva davvero nel cuore. Questo gli fa onore.
    Però, chissà quanti imbarazzi avrà suscitato la sua uscita di scena in coloro che, sindaco Alemanno in testa, sono stati costretti a presenziare ad un rituale saluto che sanno non appartenere più a loro. Tanto ipocriti in vita costoro, quanto Accame è stato coerente nella morte.
    Ribadisco di non condividere affatto tutte le posizioni politiche di Giano Accame. Però, non posso restare insensibile di fronte alla sua coerenza e sperare, se davvero esiste un paradiso dei combattenti, di ritrovarlo un giorno per un chiarimento tutto nostro.

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