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Ballottaggi: la festa degli antirenziani mentre Renzi ironizza sulla Brexit

Il deputato Pippo Civati, ex rottamatore amico di Matteo Renzi e oggi capetto di (non so come definirlo) “Possibile”, non ha dato indicazioni per i ballottaggi ma ha scandito: «La vera frattura è tra chi è con Renzi e chi è contro di lui».
Si ripete il cliché che per vent’anni e passa è stato applicato a Silvio Berlusconi: o con lui o contro di lui. L’antiberlusconismo è stato il collante che ha tenuto insieme gente di ogni razza e civiltà (è, ovviamente, un modo di dire) ed ha impedito la deflagrazione delle contraddizioni insite in un fronte esteso da Bertinotti a Casini, da Landini a Fassina, da Mastella a Dini. L’antirenzismo opera alla stessa maniera ma squassando il Pd dall’interno. Quel cliché, adattato all’attuale presidente del Consiglio dei ministri e segretario del Pd, tiene banco sulle prime pagine, in televisione e sui social network. L’antirenzismo delle opposizioni è poca cosa rispetto a quello coltivato in un partito, il Pci-Pds-Ds-Pd, che nel Dna ha i geni che l’hanno protetto dagli inquisitori di Tangentopoli e che oggi fanno da anticorpi alla rottamazione.

LA NUOVA “ALLEANZA”
C’è, dunque, una nuova “alleanza”, che mette insieme compagni, amici e ex d’ogni dove (c’è anche CasaPound ma perché è antigovernativa a prescindere); è una sorta di congregazione con un numero spropositato di cardinali e vescovi.
L’appuntamento delle amministrative e il referendum prossimo venturo sulla riforma cosiddetta Boschi sono le due grandi occasioni da sfruttare per disarcionare il cavaliere numero 2.
Al primo turno, però, non c’è stata la tanto sperata disfatta renziana. L’avanzata dei cinquestelle non l’avrebbe fermata nemmeno un Pd supercoeso, perché è il centrodestra a lasciare enormi spazi aperti alla penetrazione pentastellata.

DOMENICA 19 GIUGNO
Domenica prossima, 19 giugno, i ballottaggi saranno la prova d’appello dell’antirenzismo. La sconfitta dei candidati piddini sarà festeggiata da alcuni in modo palese e da altri dietro le cortine (stavolta non di ferro). E se la disfatta non ci sarà? La resa dei conti (interna al Pd) sarà rimandata a ottobre. La vittoria del “No” al referendum dovrebbe segnare, come da lui stesso più volte annunciato, la fine della stagione politica per Matteo Renzi. Molti sono scettici perché ricordano quando Walter Veltroni non mantenne la promessa che, se sconfitto, sarebbe andato in Africa. In ogni caso il percorso politico veltroniano è stato interrotto.
Se davvero dovesse vincere il “No”, l’Italia tornerebbe a caro amico, ai walzer, agli inciuci, alla restaurazione, al ritorno dei D’Alema e perfino dei Prodi, e, cosa più grave se ci pensate bene, al ricompattamento del Pd, con tutto ciò che ne conseguirebbe.

Il “SÌ” FRANTUMEREBBE IL PD
La vittoria del “Sì” sarebbe l’apriti sesamo anche al congresso del Pd costringendo i rottamandi a farsi un partito per conto proprio.
Vedremo. La palla di cristallo non ce l’ho (e anche se l’avessi in mano mia non funzionerebbe per deficit di fede) ma scommetterei sulla resistenza di Matteo Renzi.
Sul piano politico, non ha avversari di spessore. Può darsi che Matteo Salvini continuerà a crescere fino a diventare un’alternativa credibile ma per il momento Palazzo Chigi è per lui off limits. C’è qualcuno dei Cinquestelle che si sta addestrando bene (penso a Luigi Di Maio che è un vigile vicepresidente della Camera). Insomma, se mettiamo da parte quelli già preparati (Bersani, Bindi e annessa gerontocrazia) non si vedono sostituti all’altezza.

SE LONDRA SE NE ANDASSE
Mi è capitato di essere accusato di papismo (Woytjla e Ratzinger hanno detto parecchie cose più che condivisibili) e di berlusconismo (idem come sopra), perciò l’accusa di renzismo non mi spaventa. Ho il brutto vizio di guardare più lontano della norma, per cui a distanza di tempo arriva sempre qualcuno che mi dà ragione. In alcuni casi sarei stato più felice se avessi avuto torto.
Per non farla troppo lunga, ecco che spezzo una lancia a favore di Matteo Renzi. La minaccia inglese di andarsene dalla Ue (identificata con il termine Brexit), che dovrebbe concretizzarsi il prossimo 23 giugno con un referendum, invece di spaventarmi mi arreca gioia e godimento. La perfida Albione non sta nell’euro, specula sul cambio con la sterlina, mette i bastoni tra le ruote ad ogni tentativo europeo di reale unificazione e, last but not least, resta il cavallo di troia statunitense. Credo che senza gli inglesi, l’Europa non sarebbe più costretta a dire sì alla Turchia, a Israele e via indebolendosi.

NON SONO RENZISTA MA…
Ebbene, Matteo Renzi ha prima definito Brexit «un disastro per gli inglesi» e subito dopo ha pronosticato che «nel medio e lungo periodo per l’Ue e l’Italia non sarà un dramma».
Randolfo Pacciardi, comandante delle brigate Garibaldi in Spagna, antifascista accusato di golpe fascista, ministro della Difesa dell’Italia post 8 settembre, repubblicano presidenzialista, mentre mi affidava il suo giornale “L’Italia del Popolo”, mi disse: «Il modo più sicuro per discernere fra amici e nemici è osservare le posizioni che prendono in politica estera. Ecco perché sul mio giornale soltanto io posso scrivere di politica estera. Per il resto, hai piena autonomia».
Ora Renzi che non si strappa le vesti per la Brexit non è un mio nemico.
Giuseppe Spezzaferro

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