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La merenda di Hitler

Il bene e in particolare il male nelle loro incarnazioni del Novecento e in particolare nell’evoluzione nazista hitleriana, sono state o rimosse o interpretate come la stessa incarnazione genetica del male. Riletture indipendenti, da parte di gente che ha visto da vicino sono rare, come il romanzo di Annalina Molteni e coll. La merenda di Hitler edito da Quovadis di Bellinzona che rilegge la storia del piccolo Adolf visto da una bambina orfana, Klara Steiner, nella scuola dove già si percepisce il piglio decisionista del futuro leader tedesco:

A Linz. Il cortile della Realschule, all’ora della ricreazione. Era il 1900, ma è possibile anche che fosse il 1901. Bambini che girano in tondo, in una fila ordinata, io sono tra loro. Una mano si allunga improvvisamente verso di me e mi tende un involto di carta unta. Dentro, due fette di pane di segale imburrate. Un bambino si è accorto che sono l’unica a non avere una merenda da consumare durante la ricreazione, e mi cede la sua. Quel bambino si chiamava Adolf Hitler”.

Bastò quel gesto, una merenda offerta in modo sbrigativo senza una parola che l’accompagnasse, a scatenare i miei sogni di bambina.

Non passava sera in cui, prima di addormentarmi, non mi immaginassi quel bambino al mio fianco, pronto a difendermi dagli scherzi dei più grandi oppure a dividere la merenda con me.

Non passava giorno in cui non lo cercassi con lo sguardo durante la pausa del pranzo, immaginandomelo pronto ad invitarmi a sedere al suo fianco, incurante dei rimproveri delle insegnanti che avrebbe messo a tacere con i suoi modi sbrigativi che non ammettevano repliche.

Seguirlo con lo sguardo quando passavo nel cortile per tornare a casa, e lui usciva dalla classe accanto, mi dava una gioia strana, che si mischiava ad ansia. Ed ora mi viene da sorridere nel pensare come potessi essere tanto attratta da qualcuno che non mi aveva mai rivolto la parola.

E se al piccolo Adolf fosse stato dato un po’ più di amore e gli fosse stata concessa un po’ speranza e la possibilità di sognare; se questa bambina avesse avuto il coraggio di sorridere, parlare, giocare, diventare amica e amare il piccolo Adolf, il destino del mondo sarebbe stato diverso?

Questo l’interrogativo posto dallo psicoanalista Orlando del Don nel commentare il libro. Interrogativo neanche tanto banale e inattuale in un mondo dove le follie della guerra per la razza pura sono modificate dalle imprese della guerre più o meno sante con kamikaze che fanno saltare aerei di sconosciuti e improbabili “nemici”.

Il tema dell’amore ci riporta all’importanza dell’amore spirituale e della sua espressione psichica e fisica, della sua tenerezza e della sua capacità di convertire i cuori e lo spirito umano, troppo spesso irrigidito nelle maglie dell’inespressività che poi esplode con forme estreme nel delirio razzistico, e nelle manifestazione alterate della volontà potenza e nelle sue sclerosi che come il Novecento ci ha mostrato possono coinvolgere interi popoli portandoli al disastro.

Anche per questo “La merenda di Hitler” è un romanzo che merita una lettura e una riflessione. Anche sugli imperi e sulla loro temporaneità come racconta Davide Rossi quando dà conto nel libro delle vicende vissute ai bordi della fine dell’Impero Austroungarico.

I due protagonisti sono stati ragazzi in quella nazione sconfinata, immensa, di cui facevano parte non solo Vienna e Budapest, ma anche Praga, oggi capitale ceca, Trieste, oggi italiana, le capitali balcaniche di Croazia e Bosnia, Zagabria e Sarajevo, Cracovia, oggi polacca, Lvov, oggi ucraina. La descrizione delle terre sconfinate della pianura ungherese, il suo digradare passando da verde a stepposa, tutto rende la narrazione un immergersi negli stessi luoghi – ricordati da quello che è stato il bimbo giostraio – che sono, nel loro estremo confine, quel “Deserto dei tartari” descritto senza pari da Dino Buzzati.

Tentando di andare oltre la rappresentazione manichea dei buoni e cattivi, che potrà solo portare ancora una volta fuori strada, letture come questa Merenda di Hitler ci avvicinano alla complessità dell’animo umano, ai suoi misteri ed alla necessità di meglio conoscere il labirinto della mente per guidare gli uomini sulla via maestra del bene e dell’amore, che potrebbero preservare la nostra specie da altri orrori. Se le intenzioni (buone….) sono queste sia in terra (nei vari sermoni domenicali), che nei Cieli dove stanziano i vari Dio, forse non sarebbe male parlarne di più e meglio senza avere paura della verità che, come disse qualcuno, vi renderà liberi e forti.

Vincenzo Valenzi
Ddirettore Isrep/LIUM

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