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Tutto, pur di vivere in pace

Qui di seguito ripubblico un articolo apparso sul settimanale “L’Italia del popolo” del 7 aprile 1982, con il quale intervenivo nelle polemiche sulle sospette torture a danno di brigatisti e “terroristi” in genere. L’articolo è in un certo modo “speciale” perché pubblicato sul magazine di Randolfo Pacciardi.

Come se non fosse successo niente. Strani suicidi, rapimenti, omicidi «rituali», colpi di scena, confessioni e «pentimenti»: tutto un campionario di malvagità e di gangsterismo «Chicago anni trenta» si snocciola quotidiana mente e noi viviamo le nostre tranquille esistenze come se non fosse successo niente.

A tal punto di intorpidimento/assuefazione siamo arrivati da non reagire più di tanto? Allora è vero che siamo cloroformizzati? Ci si agita dinanzi agli occhi lo spauracchio dello «stiamo per toccare il fondo» mentre siamo già sprofondati pure più sotto del «fon do».

A nessun livello la «lotta» si è conservata nell’ambito della normale «competizione»: che si tratti della corsa ad una poltrona di un Ente oppure di un «affare» industriale, che sia in ballo una nomina ministeriale o il controllo delle «bionde» nel porto di Napoli, non ci sono limiti ai mezzi usati. Pressioni più o meno lecite, ricatti, estorsioni, minacce, corruzione e poi ancora attentati, rapimenti, omicidi: di certi mezzi non si fa economia e soprattutto nessuno ha scrupoli a servirsene. Così, in quest’atmosfera terribile intrisa di sangue, scoppia il caso delle torture. Per mesi si brancola nel buio, non si arresta neanche un sospetto untore, non si scopre neanche un buco di covo che sia freddo semi-freddo o spumone e poi all’improvviso si libera no prigionieri, si spalancano le porte dei covi — al mare in montagna in città — e, cosa più strabiliante ancora, i brigatisti incominciamo a parlare e si pento no oppure si pentono e incominciano a parlare.

Tutto, pur di vivere in pace

Franco Fedeli, direttore di «Nuova Polizia», parla di «arresti comunicati ai magistrati con parecchi giorni di ritardo, di violenze psicologiche, di pistole puntate alla tempia, di calci e pugni, di acqua salata fatta ingurgitare in larghe dosi, di colpi bassi, di uomini e donne ben­dati e fatti girare vorticosamente prima di rispondere a qualche “domandina difficile” e perfino di strane punture».

Ci limitiamo alla sola citazione sopra riportata in quanto è «comprensiva» di ciò che è stato detto sull’argomento in un paio di settimane. Comunque il ministro dell’Interno smentisce. Della co sa si occupa anche Amnesty International («In passato l’Italia ci preoccupava — dicono i responsabili — soprattutto per le detenzioni eccessivamente prolungate di persone in attesa di processo…»).

Intendiamoci: non è la prima volta che in Italia si denunciano casi di torture. Agli inizi degli anni sessanta, a proposito di attentatori sudtirolesi arresta ti, si parlò di torture; nel ’64 ci fu l’episodio di Bergamo, quando alcuni arre stati confessarono, dopo interrogatori alquanto pesanti, rapine mai commesse; durante il ’68 non c’è studente, il quale abbia preso parte ad una manifestazione, ad un sit-in o ad un’assemblea, che, una volta nelle mani delle forze dell’or dine, non abbia provato un po’ di dolorosa paura. E’ la prima volta, invece, che si parla di «uso sistematico della tortura» la quale, secondo una risoluzione Onu, è «ogni atto con cui un dolore o delle sofferenze acute, fisiche o mentali, vengano deliberatamente inflitte ad una persona da coloro che esercitano la funzione pubblica al fini di ottenere delle informazioni o delle confessioni».

Non è nostra intenzione indagare per stabilire se ci siano state o meno «torture» — qualcosa di vero ci dev’essere per forza: persino la leggenda di Troia riposa sopra resti di ciclopiche mura — ma vogliamo mettere l’accento su un’altra cosa.

La gente non ne può più. Applaudirebbe chiunque pur di vivere in pace. Se prima si limitava a deporre fiori sul luogo di uno scontro a fuoco per solidarietà nei confronti di agenti e carabinieri uccisi, adesso tenta di linciare, strappandoli dalle mani dei carabinieri, i terroristi arrestati. Occhio per occhio, dente per dente: pare che dicano tutti.

La filosofia del «qualsiasi mezzo è buono», appannaggio di chi lotta per un potere, viene assunta anche dall’uomo della strada, il quale è disposto a chiudere tutti e due gli occhi per non veder quello che succede purché alla fine non si parli né di Brigate rosse né di attentati. Ma è una «filosofia» che non conviene. Ha detto Italo Calvino: «La tortura presuppone in primo luogo la degradazione totale dell’idea dell’uomo. Poi tutto il resto: ambienti speciali per non sentire le urla, attrezzature speciali.. personale speciale che una volta addestrato in questa specialità ne resta marcato e una segretezza che crea reti di complicità e posizioni di forza. Tutta una struttura che una volta messa piedi è difficile poi da smantellare».

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