
Il presidente Bush annuncia un piano di riforma del programma di assicurazione della Federal housing administration (Fha) e da Wall Street partono subito input positivi cosicché le Borse di tutto il mondo ricominciano a correre. La crisi dei mutui subprime pare dunque circoscritta (la frenata del Pil Usa è attesa intorno all’1%). Non appena sarà noto il piano della Casa Bianca lo pubblicheremo. Intanto cerchiamo di fare il punto sullo stato dell’arte. I mutui subprime sono ipoteche con uno spropositato tasso d’interesse “giustificato” dal fatto che gli acquirenti sono di scarsa solvibilità. Diciamo spropositato perché, da quando nel 1982 fu abolito il tetto del 10%, le banche Usa fissano liberamente quale tasso d’interesse chiedere. Se fino all’82 il mutuo per la casa era standard (tasso fisso, 30 anni, anticipo del 20%), con la deregulation già nel 2000 per comprare la casa era previsto un anticipo del 5%, ed oggi il sistema dei mutui “solo interessi” prevede una prima fase-luna-di-miele per l’acquirente ed una seconda-infernale non appena scatta la prima rata. Inutile dire che la gran parte dei neo-proprietari non ce la fa e va ad ingrossare le fila degli insolventi. Da qui i contraccolpi. Negli States, infatti, i mutui concessi a povericristi sono più o meno il 20% del mercato e valgono circa 1.200 miliardi di dollari.
Le borse mondiali da marzo, con le prime difficoltà di società e fondi hedge statunitensi che speculavano sui subprime, hanno sentito i primi contraccolpi. La New Century Financial, seconda società Usa del settore dei subprime, ha annunciato 3.200 licenziamenti (la metà dei dipendenti) dichiarando l’insolvenza visto che parte dei 60 miliardi di dollari prestati non vengono rimborsati dalle rate. Un hedge fund di proprietà di Bearn Stearns, impegnato sul versante dei mutui ad alto rischio di insolvenza, è addirittura azzerato. Circa 30 società del settore, non quotate, hanno chiuso o sono state liquidate. Ad agosto i mercati hanno bruciato circa 400 miliardi e le banche mondiali hanno risposto immettendo nuova liquidità per 300 miliardi. Il 31 agosto la Federal Riserve, la Banca centrale Usa, a fronte di richieste per circa 32 miliardi di dollari ha immesso liquidità per 5 miliardi di dollari con un’asta di rifinanziamento a 5 giorni. Ma perché la crisi arriva anche nel resto del mondo? Perché è la crisi dei mercati delle cartolarizzazioni dei mutui suprime e relativi derivati: è globalizzazione pure questa. Molte banche hanno puntato su quel business.
La banca tedesca WestLb, per esempio, ha ammesso di avere in portafoglio crediti a rischio per 1,25 miliardi di euro legati al settore dei mutui subprime. Postbank ha perso il 4,2% non appena ha annunciato di essere esposta per 600 milioni di euro in due veicoli di investimento gestiti dalla tedesca Ikb, anch’essa travolta dai suprime. Tra gli altri istituti maggiormente esposti ci sarebbe anche la francese Bnp Paribas.
In Italia non si sa quante banche, società di gestione e assicurazioni “contavano” su cartolarizzazioni di mutui subprime. La crisi dei subprime ha innescato un clima di sfiducia tra gli istituti di credito dato che non è ancora chiaro quante banche e per quale ammontare siano esposte ai prodotti derivati agganciati a quei mutui. La banca britannica Barclays (in Gran Bretagna esistono prassi analoghe ai subprime) ha escluso problemi di liquidità dopo l’annuncio di un ricorso al prestito dalla Banca d’Inghilterra, che per la seconda volta in agosto, ha messo a disposizione fondi per 1,6 miliardi di sterline per gli istituti di credito. La precisazione la dice lunga.
Intanto un occhio tocca riservarlo all’Euro interbank offered rate (Euribor, il tasso medio registrato dalle transazioni finanziarie in euro tra le grandi banche europee). Le banche alzano i tassi per i prestiti concessi ad altre banche e per un mutuo a tasso variabile (ipotesi di un prestito 20ennale da 100mila euro) c’è un aumento di oltre il 25-30. Fare previsioni, comunque, non è facile. Perfino le società di rating fanno fatica. La McGraw-Hill, controllante Standard&Poor’s (S&P) ha cambiato il vertice: al posto della dimissionaria Kathleen Corbet (non è intervenuta in tempo sulla crisi) è arrivato Deven Sharma

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