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Trenta anni perduti

La scuola è un problema eterno. Il 7 ottobre 1981, il settimanale di Randolfo Pacciardi, “L’Italia del popolo”, pubblicò l’articolo che qui ripubblico sullo stato dell’arte. Ventinove anni fa i ragazzini delle elementari erano 4.435.217, oggi gli iscritti alla scuola primaria (cioè alle elementari) sono 2.819.193. Oggi il problema è del soprannumero degli insegnanti.

Ci sono argomenti dei quali a scadenze fisse parlano tutti: c’e l’inizio dell’estate e giù a parlare dell’inquinamento del mare, del sovraffollamento delle spiagge e del costo dell’ombrellone; arriva Natale e non si fa che discettare sul peso del panettone, sulle stazioni ferroviarie intasate e sul costo del cenone. Fra questi, come li vogliamo chiamare?, «anniversari», c’e anche il tema-scuola.

Le dichiarazioni ufficiali ci dicono, ad ogni apertura di anno scolastico, che sono state costruite tot scuole e che sono state approntate strutture alla «americana», mentre i giornali elencano tutta una serie di problemi che vanno dalla «professionalità» degli insegnanti alla «opportunità» di certe materie (quanti fiumi di inchiostro e quintali di piombo sono stati sprecati, per esempio, sulla vexata quaestio del latino?). E non c’e che dire. Hanno ragione tutti: sia chi giura sui miglioramenti, sia chi lamenta spaventose carenze. Ma vediamo più dappresso.

Scuola - Trenta anni perduti

Incominciamo dalla scuola elementare. Per non farci fuorviare da «tesi» o da pregiudizi, diamo una scorsa alle cifre (a quelle di fonti ufficiali). Apprendiamo così che nell’anno scolastico 1952-’53 c’erano in Italia 4.445.314 alunni della scuola elementare. C’e chi ricordi le polemiche del tempo? Si disse che erano troppi e che non era colpa di nessuno se per così tanta massa di ragazzini non ci fossero aule sufficienti. Si disse che la ricostruzione doveva privilegiare l’industria ma che comunque le scuole erano senz’altro all’attenzione del «responsabili» della cosa pubblica. Si disse che i programmi e i «piani» approntati avrebbero, in poco tempo, ricondotti alle giuste dimensioni i dati del problema. E si disse altro ancora. Tutto sommato erano argomenti convincenti.

Chi avesse continuato a «inveire» dall’opposizione avrebbe dimostrato, come minimo, poco «senso dello Stato». Ebbene, da allora sono passati la bellezza di trent’anni. Nel corso dei quali si è molto costruito, si è molto dibattuto, si è altrettanto «realizzato». Qual è quindi la situazione trent’anni dopo?

Per l’anno scolastico 1980-’81 (le cifre ufficiali sono ferme all’anno scorso) abbiamo una popolazione scolastica, sempre riferita alle elementari, che assomma a 4.435.217 alunni. Cioè abbiamo poco più di diecimila alunni rispetto al 1952.

La logica, a questo punto, vorrebbe che, dopo trent’anni di «costruzioni» e di «ampliamenti» e con la favorevole circostanza di una diminuzione di 10.097 unità, di scuole elementari da noi ce ne fossero pure troppe. Di conseguenza, dovremmo, a giusta ragione, prevedere l’abolizione dei doppi e tripli turni e la formazione di classi nelle quali il basso numero dei bambini consenta un ottimale ritmo d’istruzione. E invece niente di tutto questo. Le mamme italiane, o almeno quelle che ancora si interessano del propri figli, sono costrette a stressanti tour de force. Capita che, in una famiglia con due bambini in età scolare, uno debba frequentare la scuola al mattino e l’altro nel pomeriggio. E non è affatto difficile immaginare i «salti mortali» che quotidianamente si fanno in quella famiglia. A non parlare, poi, dei «benefici» effetti che investono dei bambini i quali, ad ogni mutar di turno, debbono mutar di abitudini.

Insomma, abbiamo avuto trent’anni di tempo per dare a quattro milioni e mezzo di bambini aule e strutture adeguate e ci ritroviamo oggi con gli stessi problemi? Qualcosa di sicuro non ha funzionato per il giusto verso.

Ma veniamo ai costi e forse qualcosa diventerà più chiaro. Nel 1982 la scuola statale costerà a tutti noi — cioè, ad esser più precisi, a quelli che come noi pagano le tasse fino all’ultimo centesimo — oltre ventimila miliardi di lire. Una cifra enorme. E’ vero, siamo abituati oramai alle cifre «enormi», ma non per questo non dobbiamo restare sbalorditi. Ventimila miliardi di lire di spesa previsti dal ministero della Pubblica istruzione per fare che? E’ subito detto. Diciannovemila miliardi e 826 milioni sono la cifra che sarà spesa per il personale. Quello che resta sarà investito per acquisire beni e opere stabili. Non crediamo sia il caso di fare commenti!

Facciamo un salto e andiamo all’Università Qui le cose non è che cambino molto. Abbiamo più di un milione di studenti universitari, mentre le strutture sono rimaste più o meno le stesse. Basti per tutti l’esempio di Roma, dove una «seconda» università sono anni che la si aspetta. Fino ad oggi il problema non si è aggravato per la semplice ragione che certe «valvole» di scarico funzionano indipendentemente dai «programmi» e dai «piani» inventati fra una crisi di governo e l’altra. Il dato della diminuzione crescente di coloro che si laureano ci dice che il fenomeno dell’eccessivo ammassamento di studenti universitari in Italia trova una sorta di via d’uscita nel fatto che non tutti arrivano poi a conseguire la laurea. Non c’è da preoccuparsi, perciò. Se è vero che sono tanti quelli che si iscrivono all’Università, sono poi pochi quelli che veramente la frequentano e che completano il ciclo di studi. La soluzione di un problema di tanto peso viene affidata, come si vede, alla volontà di applicazione allo studio dei giovani. C’è da restarne sconcertati.

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