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Merkel-Petry: a Berlino prova del fuoco per la Cdu

Alle elezioni di domenica 4 settembre nel Mecklenburg-Vorpommern (Meclemburgo-Pomerania Anteriore) uno dei 16 Länder (Stati federati) della Repubblica Federale di Germania, l’Afd (Alternative für Deutschland) ha sorpassato la Cdu (Christlich demokratische union Deutschlands, Unione cristiano-democratica di Germania). Il prossimo voto di domenica 18 settembre a Berlino avrà un risultato analogo? Molti scommettono di sì e danno per certa la fine della stagione che ha visto per protagonista Angela Merkel.

La Kanzlerin nonché presidente della Cdu ha preso una batosta elettorale determinata dalla sua politica di apertura verso gli immigrati. Frauke Petry, leader dell’Afd, ha vinto proponendo una stretta anti-immigrazione. Lo scontro in atto in Germania non è diverso da quello che si registra nel resto d’Europa. All’apparenza ci sono due fronti: chi apre le braccia agli immigrati e chi stende filo spinato. Quelli che dicono no all’immigrazione sono definiti razzisti, populisti, fascisti et similia, mentre gli altri si autodefiniscono illuminati, progressisti, democratici e via di seguito.

Il bianco e il nero sono i soli due colori che la gente capisce. Non ci sono sfumature tra il sì agli immigrati e il no. C’è poco da fare. Eppure tra il bianco e il nero c’è qualcos’altro. Persino la Chiesa di Roma s’è inventata il Purgatorio per quelli che non sono stati tanto cattivi da meritare l’Inferno e né così buoni da poter entrare in Paradiso. Gli operatori dell’informazione non incoraggiano un maggior spirito critico. Anzi. Demonizzano o glorificano senza vie di mezzo. Quello è un tiranno che mangia i bambini e questo è un santo che lavora per il bene di tutti. Per carità cristiana (ah! l’ironia!) lascio perdere le demonizzazioni e santificazioni a comando, per cui la stessa persona è classificata buona o cattiva secondo disposizioni provenienti da Washington e Tel Aviv, e vado al tema.

IL TEST DEL 18 SETTEMBRE

Il no all’immigrazione è stato bene articolato dalla combattiva Frauke Petry, tanto da lasciare a terra il Partito nazionaldemocratico di Germania (Npd, Nationaldemokratische partei Deutschlands), sempre sul punto di essere definito “anticostituzionale”. Tre anni fa l’Afd era nato sull’onda dell’anti-euro e oggi cavalca alla grande il drago-straniero.

I partiti e i movimenti anti-immigrazione parlano alla pancia della gente? Sfruttano le paure scatenata dall’invasione straniera? Certo che sì, ma definirli “populisti” non sposta d’una virgola i termini del problema.

Fermo restando che muri e filo spinato non possono fermare la grande migrazione in atto, si presentano due strade da percorrere in contemporanea: la regolamentazione dei flussi e la rimozione delle cause. L’Europa può fare entrambe le cose senza eccessivi sforzi.

Angela Merkel ha riconosciuto la sconfitta ed ha confermato la linea politica. Riuscirà a superare la crisi? Ripeto: il primo test ci sarà tra pochi giorni, quando voteranno i berlinesi. Il peso di Berlino è notevolmente superiore: nel Mecklenburg-Vorpommern sono stati chiamati circa un milione e trecentomila elettori (ma ha votato il 61%) e gli immigrati arrivati nel 2015 (ultimo dato disponibile) sono stati circa ventitremila; a Berlino gli elettori sono più di 3 milioni e mezzo e soltanto dal Bosforo sono arrivati più di 250 mila nuovi ospiti.

 

STOP AL VELO INTEGRALE

Gli argomenti di Frauke Petry sono tutti ragionevoli. Per esempio, sostiene l’abolizione del velo integrale perché, ha dichiarato, «in Germania il fatto di riconoscersi, di guardarsi in faccia, fa parte della vita quotidiana» e perché «nel Corano non c’è scritto da nessuna parte che la donna debba andare in giro totalmente velata».

Per gli avversari diventa arduo accusarla di razzismo, per questo “pompano” le divisioni interne mettendo l’accento sulla corrente più xenofoba. I successi elettorali solitamente alimentano ambizioni e carrierismi (vedi a Roma la sindaca pentastellata): sono reazioni fisiologiche che però possono sfociare in brutte patologie tipo separazioni in casa o addirittura scissioni.

L’Afd supererà la crisi di crescenza? Questo si vedrà dopo il 18 settembre.

 

LA KANZLERIN SOTTO SCHIAFFO

Per quanto riguarda la Cdu, va tenuto presente che, oltre alle correnti interne anti-Merkel (più forti di quelle anti-Renzi nel Pd) sulla bilancia pesa la Csu (Christlich-Soziale Union in Bayern, Unione Cristiano-Sociale in Baviera) una formazione-consorella. In breve: la Cdu non si presenta mai in Baviera e la Csu partecipa alle elezioni esclusivamente in Baviera. Entrambi i partiti compongono il gruppo parlamentare Cdu-Csu.

La Kanzlerin deve continuamente fare i conti con i cristiano-bavaresi (da sempre meno propensi verso lo straniero) camminando a fatica sul filo dell’alleanza con i socialdemocratici (Spd – Sozialdemokratische partei Deutschlands, Partito socialdemocratico di Germania). Spd che, comunque, con il 30,6% è tuttora il primo partito nel Mecklenburg-Vorpommern. Seconda è l’Afd con il 20,8%, terza la Cdu con il 19%. Dietro di loro: La Sinistra (Die Linke) con il 13,2% i Verdi (Bündnis 90/Die Grünen) con il 4,8% e il Partito democratico libero (Fdp – Freie demokratische partei) con il 3% per cento al pari del Partito nazionaldemocratico di Germania. In Germania, chi è sotto il 5% non entra nelle Assemblee regionali (né nel Bundestag, il Parlamento federale).

 

VOTI IN LIBERA USCITA?

A proposito del Bundestag, i 630 deputati sono oggi così distribuiti: 311 al gruppo Cdu-Csu, 192 al Spd, 64 alla Sinistra e 63 ai Verdi. Si prevede che la geografia del Bundestag sarà parecchio diversa con l’arrivo dell’Afd alle elezioni politiche del prossimo anno.

Fermo restando che, da qui all’appuntamento del 2017, Angela Merkel avrà il tempo di cercare la quadratura del cerchio-immigrazione, annoto una certa somiglianza con il panorama italiano. Anche noi abbiamo partiti e movimenti che prendono voti con il no all’euro e/o all’immigrazione, ma non dimentico una “lezione” di Giulio Andreotti, un uomo politico perennemente al governo (7 volte presidente del Consiglio e una ventina ministro), il quale nel 1972 (più di quarant’anni fa! come passa il tempo!) quando il suo partito, la Democrazia cristiana, perse voti a vantaggio dell’opposizione di destra (Msi – Movimento sociale italiano), li definì «voti in libera uscita» e alle elezioni seguenti in quasi seicentomila tornarono all’ovile democristiano.

Erano altri tempi e altre opposizioni? Probabile. Staremo a vedere.

 

 

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