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UE. Londra non se ne va. Brexit ferma

A Londra, l’Alta Corte ha stabilito che dovrà essere il Parlamento e non il governo a decidere sull’uscita dall’Unione europea. Che significa? che il referendum dello scorso giugno quando 17 milioni di britannici votarono per la Brexit (Britain exit, l’Uk se ne va) potrebbe essere ignorato? Non credo che la politica nell’United kingdom sia precipitata ai livelli italiani. Da noi, il cittadino si è abituato ai politici che decidono ignorando i voti espressi. Tanto per fare un esempio: gli elettori votarono per l’abolizione del ministero dell’Agricoltura e i “padroni del vapore” (vecchia ma quanto mai efficace definizione) s’inventarono il ministero delle Politiche agricole.

In Italia, è raro che il voto della gente sia preso in considerazione. La Democrazia cristiana, il partito che ha governato per più di mezzo secolo, chiedeva i voti per fare la “barriera anticomunista” mentre sottobanco faceva accordi con il Pci, il partito che obbediva a Mosca. La stragrande maggioranza degli elettori Dc non voleva alleanze a sinistra e dovettero sopportare il centrosinistra, prima, e il compromesso storico, dopo. Insomma, non si deve scavare in profondità per trovare le varie sepolture della volontà popolare. E lascio perdere le decisioni autocratiche di presidenti della Repubblica che hanno bellamente ignorato i responsi delle urne.

SLITTANO I TEMPI PREVISTI

Dato per scontato che Londra non è come Roma, la domanda rimane: cosa succederà ora alla Brexit?

Il primo effetto riguarda i tempi. Le norme prevedono due anni di negoziati per perfezionare l’uscita e perciò le bocce resteranno ferme aspettando Westminster, dove gli eletti del popolo sono in maggioranza contrari alla Brexit. Immagino cavilli e sospensioni a volontà. In ogni caso, le procedure non partiranno a fine marzo 2017 come inizialmente previsto.

IL GOVERNO FA RICORSO

Il governo di Theresa May ha annunciato ricorso alla Corte suprema (Supreme Court of the United Kingdom) per vedersi riconosciuto il diritto di percorrere autonomamente l’iter dell’uscita, ma la data stabilita è destinata, comunque, a slittare.

I riflettori si sono puntati su Gina Miller, la manager che ha innescato la mina facendo ricorso. Ne sentiremo ancora parlare (gestisce un hedge fund e questo dà da pensare) e per il momento averla citata è sufficiente.

A dimostrazione che il rallentamento della Brexit faccia bene alla City, la sterlina è risalita. A conti fatti, la “perfida Albione” tiene per le palle l’Ue mentre tesse il sacco da riempire di soldi contrattando. Come ha sempre fatto.

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