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I numeri dicono No, ma gli italiani brava gente…

Matteo Renzi ha bisogno dei voti del centrodestra. A fare i conti si fa presto: senza il Sì dei “moderati”, il referendum manderà ramengo la riforma costituzionale, la segreteria del Pd, la poltrona di Palazzo Chigi, gli equilibri economici e non so più che altro; un esperto saprebbe vaticinare un mare di altre tragiche conseguenze.

Come lo spettro del comunismo, evocato dalla coppia Marx-Engels, si aggirava per l’Europa, così l’effetto-Brexit predomina sul web, nei salotti tv e sulla carta stampata, corredato ed arricchito da pochi giorni anche dalla performance di Donald John Trump negli Usa.

Scelgo la definizione data dal dizionario online: «An exit (=act of leaving) by the United Kingdom from the European Union (short for “British exit”)». Il popolo inglese (non quello scozzese e nemmeno l’irlandese) ha scelto con un referendum di uscire dall’Ue. Nessuno se l’aspettava (io ancora sono convinto che la City troverà il modo di restare) come non era neppure immaginabile che uno sbruffone miliardario newyorchese battesse la signora liberal, moglie generosa, madre affettuosa nonché politica di lungo corso Hillary Clinton.

Se tanto mi dà tanto, si dice, in Italia vincerà il No. E lo dicono anche i sondaggi.

FACCIAMO QUALCHE CONTO

Sappiamo che le macchine demoscopiche hanno bisogno di una completa revisione, se vogliono smetterla di finire fuori strada. La gente mente, soprattutto quando si vergogna di quello che pensa e di quello che fa o intende fare.

Lasciamo perdere percentuali e proiezioni e cerchiamo di fotografare lo stato dell’arte.

Al referendum dello scorso aprile (il No-Triv) all’estero avevano diritto al voto in circa 4 milioni e a votare sono stati in 780 mila. Stavolta dovrebbero sentirsi più motivati perché i loro senatori perderanno la cadrega? Vedremo.

E i residenti? Erano iscritti nelle liste elettorali in 46.730.317 e votarono in 15 milioni.

Era un referendum che interessava soltanto ecologisti in servizio permanente effettivo e le sezioni del Pd antirenziane? Probabile.

CHI HA I VOTI CHE SERVONO AL SÌ

Alle europee del 2014, dei complessivi 50.662.460 iscritti votarono in 28.991.258 (poco più di 83 mila dall’estero).

Premesso che gli Italiani brava gente non si sa mai come reagiscono (diventano fascisti in un attimo e antifascisti l’attimo dopo, si alleano con l’Austria e il giorno dopo le fanno la guerra, cominciano con la Germania e finiscono con i marocchini…), si può ipotizzare che il prossimo 4 dicembre avremo una percentuale di votanti intorno al 59%. Bene. L’aritmetica ci dice che il Sì vince con 15 milioni di consensi, voto più voto meno.

Il Pd dovrebbe avere in cassaforte pressappoco 10 milioni di voti. Dove prendere gli altri cinque? Aggiungo: i nemici Bersani, D’Alema e compagnia votando nel segreto dell’urna saranno disciplinati? Alle prime elezioni politiche del dopoguerra, la Dc stampava sui manifesti “Dio ti guarda, Stalin no”, invitando in questo modo i compagnucci più tolleranti a non seguire le indicazioni del partito.  Tra una decina di giorni, dietro il paravento di compensato, saranno di più quelli apertamente per il No che voteranno Sì oppure sarà il contrario?

Tutta da vedere.

LA VIA DEL SACCHEGGIO A DESTRA

Ai voti del Pd vanno aggiunti i “centristi” varii (Alfano, Monti, Casini – lui è a Bruxelles ma qualche amico ce l’ha – etc.) e si tratta di poco più di un milione di voti. Ne mancano ancora quattro.

La cassaforte pentastellata ha una combinazione nota soltanto a Beppe Grillo e perciò quei 6 milioni di voti saranno altrettanti No.

L’unica strada percorribile è il saccheggio in casa del centrodestra (lo chiamo così per comodità ma è sotto gli occhi di tutti che non esiste) dove dovrebbero starci quasi 8 milioni di voti. Renzi dovrebbe prendersene la metà. Non so i bookmaker londinesi a quanto la danno, ma a prima vista pare un’impresa assai tosta.

C’è il parco degli indecisi; e, inoltre, quanti sono gli astensionisti per decisione ponderata e quanti per incazzatura momentanea?

La foto: sulla carta il Sì non ha speranze.

IL COSTO DELLA BREXIT

A proposito della Brexit, vorrei far notare che il Pil britannico va a rilento, che gli investimenti oltremanica sono calati e che gli esperti (ma non ci metterei la mano sul fuoco) calcolano che l’uscita costerà circa 100 miliardi di sterline nei prossimi 5 anni. A meno che… a meno che non si trovi il modo di rimaneggiare quel “leave” fino a farlo assomigliare ad un “remain”.

Quando si parla di soldi e di previsioni, non ci si deve distrarre dalla questione principale: posto che a un banchiere/economista/politicante/padrone degli altri gliene può fregare di meno,  tocca sempre andare a vedere chi ci guadagna.

E IL COSTO DEL NO

Bankitalia ha diffuso un “rapporto sulla stabilità” (anche per far vedere che a qualcosa ancora serve) con un messaggio a favore del Sì. Ad un certo punto le teste d’uovo di Palazzo Koch hanno scritto che ci si attende un «aumento della volatilità delle azioni italiane nella prima settimana di dicembre, in corrispondenza con il referendum sulla riforma costituzionale». I pensionati, i disoccupati e i nuovi poveri stiano attenti: se il No perde, la Borsa ci rimette un sacco di quattrini. Ahi!, Bankitalia di mangioni ostello…

 

 

 

 

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