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Le donne di Tino

Non era complessato. Di più. Squassato da mille desideri, se ne restava immobile, non muoveva un passo per acciuffarne almeno uno. Il fatto è che aveva paura. La sua condizione normale era lo stato di spavento. Il bambino è spaventato dal buio, ma poi gli passa. Lui aveva paura e basta. Si muoveva con circospezione, parlava a bassa voce, aspettava – con terrore – che gli si rivolgesse la parola: non lo faceva mai per primo. Aveva imparato da piccolo ad essere “misurato e modesto”.  Gliel’aveva insegnato la madre, donna Vittoria, diventata attivista del Movimento femminista da quando era tornata dal viaggio di nozze negli Stati Uniti, dove dal 1961 era stata messa in commercio la pillola contraccettiva. Le americane potevano decidere liberamente se e quando essere ingravidate. Dalla liberazione dell’utero al sesso libero non c’era che un passettino da fare. Donna Vittoria aveva cominciato ad organizzare nel salotto di casa riunioni di donne vogliose di emancipazione e poi era diventata una delle più attive del Movimento.

Il piccolo Tino s’era presto abituato alle quotidiane prevaricazioni delle sorelle. Ne aveva due, una più grande e l’altra più piccola di lui. Viveva in un mondo dominato dalle donne e non poteva farci niente. Aveva provato più volte a chiedere sostegno al padre. «Caro mio – gli diceva – la donna è dominatrice e non ci si guadagna niente a farla arrabbiare. Da grande lo capirai meglio. Adesso sopporta, è roba di poco conto. Le prevaricazioni che fanno male sono altre e ti auguro di non capitarci mai».

Una volta reagì strappando di mano alla più piccola uno dei soldatini di stagno con i quali giocava nascosto sotto il letto. Fu un incubo. Scoprì che la mamma non gli avrebbe mai dato ragione qualunque cosa gli avessero fatto le malefiche. E dovette imparare a rifarsi il letto e ad apparecchiare la tavola. «Voi maschi non avete maggiori diritti delle donne – pontificava la madre – e in questa casa non ci sono mestieri femminili e mestieri maschili».

Non aveva mai pensato di essere superiore alle sorelle. Anzi, le vedeva sempre decise e sicure di quello che volevano, mentre lui si svegliava con l’incubo di aver bagnato il letto. E gli capitava spesso.  Un giorno il padre sparì. Insegnava latino e greco, ma aveva accettato un incarico di assistente di lingua italiana all’estero ed era stato destinato a Tokyo. Donna Vittoria lo aveva salutato sperando di non averlo più tra i piedi. Gli aveva dato quei tre figli per dimostrare che una femminista può lottare per la libertà ed essere madre e moglie. In effetti, i bambini passavano più tempo con tate e cameriere che con lei e il marito aveva dovuto accettare le sue scappatelle con questo e con quello. «Se ti capita, non le metti le mani addosso ad una tua studentessa? se una donna ti si offre, la rifiuti? Beh – concludeva soddisfatta – anche noi abbiamo bisogno di piccole evasioni. Fattene una ragione».

Un pomeriggio sotto il letto, Tino scoprì di non avere fantasia. Schierava i soldatini su due linee e poi li faceva scontrare l’uno dopo l’altro, lasciando in piedi sempre lo stesso, quello con il fucile a manico d’ombrello. Smise di giocare alla guerra e non fece più niente. Se ne stava ore affacciato al balcone a guardare la gente che passava. Cominciò ad appuntarsi alcuni numeri: quante persone attraversavano la strada in un’ora, quanti erano donne e quanti maschi, in quella stessa ora quante volte il semaforo passava dal verde al rosso. Si appassionò a quel nuovo gioco e aggiunse molte varianti: quante donne in pantaloni e quante con la gonna, quante persone con l’ombrello quando la giornata era nuvolosa. Il tempo di riferimento, un’ora, non lo cambiò ma annotava le differenze secondo che quei sessanta minuti fossero di pomeriggio o di sera… in quel campo la fantasia non gli mancava. Perché? Erano numeri e i numeri non danno sorprese. Sono quelli e non cambiano. L’aritmetica non lascia spazi: è fatta di regole precise da seguire per forza. Sì, era bello stare alle regole. In casa, dominavano le donne ma sul quaderno lui era il capo dei numeri. Dopo quella scoperta, a Natale la mamma gli chiese quale regalo avrebbe voluto trovare sotto l’albero e lui indicò un libro intitolato “Le magie della matematica”. Fu anche la prima volta che apprezzò il fatto che la mamma odiava le sorprese. A casa loro, non si ricevevano regali che non fossero stati programmati. Anche il costo aveva importanza, per cui erano previsti regali cumulativi. Se una sorella chiedeva qualcosa che costasse più della cifra stabilita, la madre proponeva: «D’accordo, ma questo vale anche come regalo di compleanno».

Aveva visto quel libro nella cartoleria vicino scuola e aveva cominciato a contare i giorni. Prese coscienza di un altro fatto doloroso: se aspetti Natale, non arriva mai. E così, alla paura di cui era impastato, s’aggiunse l’ansia.

La magia del titolo era un’esagerazione: il libro descriveva giochi con i numeri e Tino l’imparò tutti in una settimana.

Quando lasciò la casa materna per andare a vivere con la moglie a Torino, riempì dieci scatoloni di libri di matematica. A quel primo volumetto di giochi, s’erano aggiunti nel corso degli anni testi di frattali e di stocastica, di teorie sul calcolo delle probabilità e di esercizi sui numeri complessi.

Tino era ancora impastato di paure e di ansie, ma tra i numeri si muoveva con disinvoltura perché ne conosceva le leggi e, quando non ce n’erano di fisse, bastava ripetere ciò che qualcun altro aveva elaborato. Non aveva mai fatto un calcolo originale. Era come un giocatore di scacchi che conosce a memoria tutte le partite giocate dai campioni e che le ripete, mai azzardandosi a farne una di propria iniziativa.

Con la moglie fu un’avventura dall’inizio.

Era al quarto liceo scientifico e una mattina, circa a metà anno, la professoressa di scienze presentò alla classe una nuova compagna. «Ragazzi, lei è Isabella Campi, viene da Palermo e vi dico subito che ha una media molto alta, per cui i più bravi tra voi avranno una temibile concorrente». Il padre era generale dei Carabinieri ed era stato trasferito al comando in Viale Romania, la madre, una bigotta d’altri tempi, si dedicava ad opere di beneficenza.

Tino fu letteralmente fulminato dalla nuova venuta: alta, slanciata, lunghi capelli castano chiari che si adagiavano morbidamente sulle spalle, il viso luminoso nel quale splendevano occhi grandi che quando ti guardavano pareva che ti facessero i raggi X. Elegante senza appariscenze cafone, le mani dalle unghie corte limate dalla manicure… tutto, ogni cosa di lei stimolava desideri devastanti. Lui si guardò come fosse allo specchio e vide una faccia butterata con l’acne che arrivava fin dietro le orecchie, una fronte bassa che poggiava su due occhi a spillo di un colore tra il marrone scuro-cacca e il marrone chiaro-diarrea e una bocca insignificante, che serviva a nascondere i denti storti. Basso, tarchiatello, con le braccia scimmiesche che arrivavano più giù delle ginocchia, non aveva nessuna speranza con le racchie, immaginiamoci con una stangona del genere.

1 -continua

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