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Quant’è dura la vita del militante antifascista

I militanti antifascisti sono costretti a intervenire su più fronti. Ahiloro! non hanno un attimo di pace. Lì c’è una tomba da imbrattare con democratici capi d’accusa, più in là c’è un monumento da abbattere perché porta l’odiatissimo nome, altrove c’è una bara da rapire per un supplemento di punizione post mortem. È un lavoro continuo e stancante. Pare quasi che più questi combattenti per la libertà e la pace si diano da fare e più ci siano  fascisti da punire.

CACCIA AL RIGURGITO

Aizzati da affabulatori narranti vicende vissute a metà o perfino da altri, questi infaticabili lottatori hanno imparato a fare opportuni distinguo tra i gulag sovietici e i lager della seconda guerra mondiale. Raccontano che il totalitarismo comunista è per il bene del popolo mentre quello fascista fa il gioco dei capitalisti. La censura del Minculpop è ignobile e disgustosa al contrario della severa attenzione del Kgb nei confronti dei mercenari del capitalismo. Riescono a guardare a Stalin con occhi da orfani e a Mussolini digrignando i denti: l’uno lottava per l’ideale comunista, l’altro per brama personale di potere. Danno la caccia anche al minimo segnale di rigurgito fascista.

LEGAMI ANCORA DA INVENTARE

Se un film, un romanzo, un giornale, se, dunque, un qualsiasi prodotto non ritengono abbia, secondo il vangelo antifascista e il catechismo comunista, i connotati inconfondibili della correttezza democratica scatta la condanna inappellabile. Imposto il marchio fascista, non c’è chi si azzardi a contestare. L’avvento del terrorismo internazionale ha, purtroppo per loro, sostituito alle bombe di chiara marca fascista l’attentato islamista. Ma non bisogna disperare. Prima o poi qualche membro dell’intellighenzia partorirà qualcosa in grado di legare i musulmani di Abu Bakr al-Baghdad con le truppe coloniali di Rodolfo Graziani. Non leveranno la testa dalle sudate carte finché non potranno andare in televisione a spiegare la nuova buona novella.

I FASCISTI INTERNAZIONALI

A volte, ma soltanto a volte, per carità!, la loro smania ghigliottinesca l’estendono anche fuori d’Italia e così sono accusati di essere fascisti cancellieri della Germania Federale, presidenti degli Stati Uniti, governatori del Nebraska, magistrati siriani, industriali svedesi, capitalisti nipponici… un’orgia di clamorose accuse si scatena in un parossistico crescendo rossiniano. Chi si salva? Il militante antifascista non ha pietà. Anche se volesse, non potrebbe farla vedere: sarebbe segno di debolezza nei confronti del bieco Ventennio.

SE NON FAI AUTOCRITICA…

Animato da un odio sanguinoso per il nemico fascista, il lottatore democratico sa di avere la benedizione salvifica impartita dai media, e così una loro aggressione diventa un necessario atto di legittima difesa, uno scontro provocato ad arte si trasforma in un vile agguato squadrista, l’uccisione di un camerata viene classificata come tragico incidente. Hanno fatto una modifica statutaria all’Associazione dei partigiani per assicurarne la sopravvivenza anche dopo la morte dell’ultimo partigiano, vero o presunto. I giovani antifascisti si iscrivono all’Anpi (finanziata da noi tutti) e continuano con rinnovato coraggio e rinsaldata fede la lotta dei nonni. Chi ha avuto la sventura di avere un nonno con medaglia d’oro conferita dall’orco fascista deve vivere nella vergogna. Potrebbe essere perdonato se fa autocritica, se denuncia il male assoluto, se va a pregare in sinagoga. Per avere via libera all’assunzione, un mio compagno di lotta dovette rinnegare il proprio passato davanti al comitato di redazione assiso in tribunale. Non dico i nomi perché, nonostante sia oggi in pensione, la cosa gli brucia ancora. Io non l’ho mai fatto. Lascio a voi indovinare perché.

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