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La posta del cuore

Capitolo VII
La posta del cuore

Fu uno spasso. Aggirandosi tra le strade e i vicoli deserti, apriva i lucchetti che serravano catene di parcheggi privati e giardini. Scassinava automobili e motorini. Gli riuscì di spalancare le grate di un paio di vetrine di bar e negozi d’abbigliamento, deliziandosi ad immaginare, all’apertura del mattino, lo stupore e la rabbia per la violazione subita. La destrezza aumentava con l’esercizio, ma scoprì purtroppo che c’erano serrature e lucchetti inviolabili. Almeno per lui. Il livello di “lockpicking”, la tecnica di apertura “intelligente” che aveva imparato ad applicare con gli strumenti che aveva, era il più basso nella graduatoria ladresca. Le serrature dotate di pistoncini a testa di fungo, per esempio, resistevano all’apertura “intelligente” perché, oltre ai normali pistoncini, che lui era in grado di abbassare per far ruotare il cilindro, ne avevano quattro che si spostavano di lato. C’erano serrature con una sfera d‘acciaio che bloccava il cilindro perfino se si infilava una chiave difettosa, una copia riuscita male. Quelle di sicurezza erano dotate di pistoncini con forme speciali e di mille altre diavolerie ingegneristiche.

La prima reazione fu di collera. Emilio non poteva accettare una sconfitta, doveva passare di livello. Andò alla biblioteca comunale a cercare libri sui sistemi di sicurezza, ma non trovò le “istruzioni” di cui aveva bisogno. Lesse di maghi-scassinatori e di casseforti aperte con trapani e attrezzi sofisticati. La conclusione gli attraversò rapida il cervello: le serrature di sicurezza potevano essere aperte soltanto con metodi violenti. Non era più questione di manipolazione, di abilità manuale, di sensibilità nelle dita. Sì, per alcune casseforti domestiche, avere polpastrelli reattivi agli scatti della combinazione garantiva il successo, ma era roba per professionisti. Decise d’accontentarsi di ciò che sapeva fare e di piantarla lì. Inutile insistere con nottate fra loro uguali e senza novità. O gli riusciva di trovare qualcos’altro di divertente oppure la carriera di criminale notturno era bella che finita. Sarebbe stato un bene anche per il rendimento scolastico compromesso dalle notti senza sonno.

Fu un metronotte a decidere per lui facendogli scoprire un nuovo gioco. All’angolo della strada con la fontanella che gli piaceva tanto, Emilio scorse la guardia notturna di spalle mentre infilava nella serranda di un negozio il tagliandino-prova del controllo. Si ritrasse quel tanto che gli consentisse di spiare senza essere visto, e guardò l’uomo al lavoro. Adesso era fermo di fronte al bar a pochi metri dall’angolo: cosa avrebbe fatto? Avrebbe svoltato verso di lui oppure all’angolo verso i grandi magazzini? Non se ne stette lì fermo per scoprirlo. Meglio non correre rischi e nascondersi. Aprì il portone più vicino e s’infilò nell’atrio chiudendo l’anta senza far rumore. Accese la torcia e si guardò intorno. Era un ingresso elegante con il gabbiotto della portineria ad ampie vetrate. Le cassette della posta non erano tutte vuote. Qualche destinatario era assente e di sicuro lì, come in tanti altri palazzi con portineria, non c’era più il portiere. Forse i condomini non erano riusciti a mettersi d’accordo sulla persona da assumere oppure avevano deciso di risparmiare stipendi, tredicesime, contributi e ferie e di servirsi di qualcuno pagato a ore per la pulizia delle scale.

Emilio aprì le cassette e le svuotò. Mise in tasca due bollette del telefono. Le avrebbe esaminate a casa. C’era una cartolina di Siracusa con l’immagine della Cattedrale della Natività di Maria Santissima. Quel Duomo era stato costruito su un antichissimo Tempio di Atena, eretto dal tiranno Gelone circa mezzo millennio prima della nascita di Cristo. Quell’uomo era stato un self-made-man dell’antichità: era arrivato al governo della città concludendo una carriera cominciata facendo la guardia del corpo al tiranno Ippocrate. In quei secoli, la tirannide non aveva l’accezione negativa assunta in seguito. La parola era stata importata dall’Oriente asiatico: tiranno significava signore della città. Il più delle volte era l’uomo che con il consenso popolare scalzava un potere oligarchico e assumeva poteri civili e militari per il bene della città. Gelone dimostrò in più occasioni di essere all’altezza del ruolo. Un episodio fu particolarmente celebrato. Nonostante un’inferiorità numerica che avrebbe sconsigliato parecchi generali dal dare battaglia, Gelone aveva affrontato e sconfitto i Cartaginesi che assediavano la città di Imeria. Dopo la vittoria, aveva innalzato il tempio in onore della figlia di Zeus, la dea della sapienza e della strategia militare. La Vergine Maria madre di Gesù aveva poi preso il posto di Atena la figlia di Zeus uscita armata di tutto punto dal cranio del padre.

Sul retro della cartolina, indirizzata ai Nonni Facetti, lesse: «La notte non si dorme, perché siamo giovani! Il giorno camminiamo 18 ore su 18 e io sono distrutta! Tornerò con un piede gonfio (ho dato una botta paurosa) le occhiaie lunghe chilometri… ma sarò tanto felice! La Sicilia è veramente bella! Ci tornerò! Un bacio vostra nipote Lina».

C’era una cartolina di posta militare, con il timbro “verificato per censura”, indirizzata alla signora Rita Paschino presso Signora Anna Facetti. La grafia era fitta e spigolosa: «Carissima, non posso scriverti a lungo, come desideravo, perché non ho tempo e mi manca la forza. Sappimi dire francamente quale giudizio hanno ancora gli altri sulla persona che tu conosci. Ho saputo che in questi giorni, per parte di un agente comunale e di un… (qui la parola era illeggibile) son continuate le inchieste intorno alla condotta di quella persona. Per piacere guarda di far capire a tutti che smettano un tale sistema indegno e vigliacco, perché, se riesco a venire, mi fanno commettere una pazzia. Ormai il destino è fissato, a meno che non muoia, ma che mi lascino morire tranquillo e felice! Raccontami tutto, ti prego, e credi, almeno tu, che non è vero tutto quello che dicono! Ti bacio. Carlo».

Erano squarci di vicende umane e nella sua mente gioie e dolori si mescolavano come nel melting pot spariscono le culture originali e le diversità muoiono. Le parole di persone l’una all’altra sconosciute si allineavano nella sua mente per formare un unico periodo. E quel periodo parlava di sentimenti a lui sconosciuti. Era il caso di approfondire. Non c’era più pericolo di incriciare la guardia notturna, perciò uscì e s’incamminò verso casa. A letto, con comodo, avrebbe esaminato il bottino.

«Il mare è veramente bellissimo. Le cartoline no. A presto. Maria»: lesse su una cartolina indirizzata all’avvocato Vincenzo d’Onofrio. Era stata imbucata in Albania. L’immagine era sciapa. Niente che vedere con le patinate e rutilanti cartoline in vendita a Rimini o a Ischia. Era l’imbocco della grotta di Haxhi Aliu, la caverna dei pirati, nella splendida baia di Grama a una trentina di chilometri da Valona.

Le guglie gotiche del duomo di Orvieto splendevano su una cartolina indirizzata agli zii Mario e Luisa Nicotera. C’era una frase senza firma. Chi l’aveva spedita aveva scritto: «Ogni volta che vengo da queste parti vi penso tantissimo». In quella chiesa, i diavoli che Luca Signorelli aveva dipinto nel Giudizio universale furono richiamati trent’anni dopo da Michelangelo sulla parete della Sistina.

Un particolare della facciata di Palazzo Carignano a Torino gli ricordò la vicenda dei soldati andati a combattere a fianco dei Francesi contro gli Irochesi, gli indiani che popolavano vaste aree di quella parte d’America del Nord battezzata “Nuova Francia”. Dopo Francesco I, che aveva finanziato Giovanni da Verrazzano e i primi insediamenti non lontani dalla Grande Mela, ed Enrico IV, che aveva incoraggiato la fondazione di Quebec, la colonizzazione francese ebbe una grande spinta prima dal cardinale Richelieu e poi da Luigi XIV. Sfruttando le rivalità tribali, i Francesi vararono un’abile politica di alleanze con Algonchini e Huroni per sconfiggere gli Irochesi e, in particolare, la “nazione” dei Mohawks, la più temibile delle sei che formavano la “Iroquois League”. Alle guerre indiane partecipò anche un reggimento dei Carignano che il principe Emanuele Filiberto di Savoia aveva ceduto a Luigi XIV perché gli costava troppo. Dopo la distruzione di quattro villaggi Mohawks e la resa degli indiani, molti soldati piemontesi si insediarono lungo il San Lorenzo e sposarono le “figlie del re”, come furono chiamate le centinaia di donne che la corona pagava perché emigrassero nella Nuova Francia.

Un certo Andrea mandava i saluti a papà e mamma Mielini. Emilio immaginò che fosse un ragazzo giovane e che andasse di fretta, altrimenti ai genitori avrebbe scritto qualcosa in più di quel secco “saluti”. Se lo figurò mentre sceglieva la cartolina evitando di prendere una delle solite con Mole, Superga, Piazza San Carlo o il Valentino. Era un giovane attento a distinguersi dalla massa. Però non sapeva che i fregi architettonici dei balconi del palazzo echeggiavano l’avventura americana del diciassettesimo secolo perché imitavano i copricapi di piume dei capi indiani, che tante volte abbiamo visto nei western.

Emilio li conosceva perché aveva letto un libro sulle imprese del reggimento Carignano e avrebbe volentieri sbattuto in faccia a quel ragazzo frettoloso e superbo la storia di guerra richiamata dai balconi della cartolina.

Come spesso gli accadeva, si figurò dietro una cattedra ad impartire lezioni mentre i suoi insegnanti l’applaudivano orgogliosi di averlo avuto come alunno.

Decise di aprire l’unica lettera del bottino. La lesse due volte. Poi guardò il nome sulla busta. Era indirizzata alla Gent.ma Sig.na Maria Carbone. La grafia della lettera era contorta e leggibile a fatica. Sulla busta, invece, il mittente aveva usato uno stampatello per essere sicuro del recapito. Difficile trovare un volenteroso postino che faccia ogni sforzo per decifrare un indirizzo dalla pessima grafia.

Lesse la terza volta:

«Tuo zio ti dice che io miro ai suoi soldi. Quando ti ho incontrata m’ha colpito la tua bellezza, m’è venuta subito voglia di accarezzare i tuoi lunghi capelli castani. Mi hai fatto ridere: sei spiritosa e simpatica. Quando ti ho parlato del riordino dei servizi segreti dopo l’abbuffata dei cosiddetti “deviati”, hai capito a volo e hai fatto domande acute e pertinenti. Non sapevo che fossi anche milionaria. Non sapevo che il tuo plutocratico zio ti avesse nominata sua unica erede. Ma se anche fosse? Se mi affascini anche perché sei ricca oltre ad essere così come sei? Quale sarebbe la colpa? In una società di ipocriti che mascherano l’avidità tirando in ballo questioni di principio, dove tutti mirano ai quattrini ma dichiarano di dare importanza a ben altro che ai soldi, in una società intrisa di catechismo cattolico secondo il quale il denaro è sterco del diavolo, è scontata la condanna per chi non mostri sovrano disprezzo per la vile pecunia. In una società normale, come normale è una retta al piano, non c’è dicotomia tra beni materiali e beni immateriali. Quando Omero racconta la guerra di Troia non nasconde che il principe troiano Paride avesse portato via, insieme con la regina di Sparta Elena, anche i suoi tesori. E con più navi, precisa per far capire che non erano pochi. In tutti i versi che cantano di Elena ci sono richiami quali «di tutto il tesor di ch’ella è ricca», «con tutto insieme il suo regal corredo», «di quanta ricchezza le pertien»… costantemente al nome della bellissima spartana Omero accompagna parole dedicate alle sue ricchezze.

Ha forse Paride rapito Elena per arraffare oro argento e sete? Lui aveva avuto dalla dea Venere la promessa che la donna più bella del mondo sarebbe stata sua. Il tesoro è, dunque, la bellezza fisica.  Nel mondo antico, però, non si vergogna di mirare anche ai soldi. I guerrieri combattono per la gloria e anche per prendersi il corredo del nemico. Armi e armature sono spoglie opime, valgono molti soldi. Si lotta per nobili motivi (quando non ce ne sono, se ne inventano) ma anche per il bottino, per saccheggiare le case dei vinti.

Tu queste cose le sai, ne abbiamo parlato a voce. Te le scrivo a farti da promemoria: tu hai la memoria fortemente selettiva e io insisto in modo da costringerti a trovar loro un posto fisso.

Il mio trasferimento a Bardonecchia è stato deciso perché qui c’è un mondo parallelo di albanesi e rumeni, di spacciatori e contrabbandieri, che supera i normali controlli. Si tratta di bar e trattorie, di piccoli alberghi e negozietti di souvenir, tutti apparentemente in regola, rispettosi di norme, regolamenti e adempimenti fiscali.

Il sottosegretario con delega ai Servizi mi ha personalmente convocato per affidarmi questo incarico. Di più non posso dirti ma è stata l’operazione che ho portato a buon fine nel paesino vicino casa di tuo zio a farmi scegliere dai capi. Se riuscirò, potrò chiedere di farmi assegnare a Roma. E ti chiederò di venir via con me. Tu sei bellissima e ricca come Elena e io, purtroppo, non sono bello e seducente come Paride ma spero che il tuo amore sia cieco a tutto mio vantaggio.

Lo so, quando siamo stati insieme, non sono riuscito a mostrarti per intero il mio amore. È talmente grande che credo sia umanamente impossibile fartelo vedere tutto. Le mille piccole attenzioni che mi accusi di non avere per te in realtà sono manifestazioni di amori piccini e deboli, bisognosi di essere nutriti per sopravvivere. Non ricordo chi disse “heri dicebamus” per sottolineare che il lungo tempo trascorso per lui valeva quanto il giorno prima. Credo sia capitato anche a te di incontrare una compagna di scuola che non vedevi da decenni e che dopo i primi incerti saluti ti sia ridiventata intima come se non fossero trascorsi tutti quegli anni. I rapporti veri non hanno età e non abbisognano di quotidiane conferme. Probabilmente ti sentiresti più amata se ti telefonassi mattina pomeriggio e sera per dirti quanto ti amo. Ma io avrei paura. Se per tenerti stretta a me, devo circondarti di premurose attenzioni e di amorevoli telefonate, come potrò mai conoscere la forza del nostro amore? E se dovessi, per ragioni di ufficio, mantenere il silenzio con te come con mamma e papà e con i miei fratelli e gli amici? Se mi fosse proibito di spedirti perfino una semplice cartolina di saluti? Come potrei confidare sul tuo amore, sul nostro amore, non più coccolato vezzeggiato alimentato da gesti e parole? È questo che mi spaventa più dei criminali che combatto. Mi tengo aggrappato alla speranza che l’amore non muore, che supera il tempo, che è inattuale nel senso nicciano, che non svanisce come una qualsiasi passioncella. C’è un abisso tra l’idea e l’opinione. Si può cambiare opinione e restare uguali a sé stessi, ma se si cambia idea muta anche l’identità.

Ti bacio.

Ferdinando»

 

Per un nanosecondo Emilio pensò di ritornare la notte seguente in quel portone e rimettere la lettera nella cassetta. Un nanosecondo di troppo, disse fra sé e sé per quella manifestazione di debolezza. Però la cosa lo fece riflettere: possibile che l’amore fosse così invadente da spingere perfino lui a un gesto di bontà? Si chiese che razza d’amore avesse congiunto il padre e la madre. C’era stato davvero l’amore? Era un sentimento d’altra natura? E, se era un amore finito, com’era capitato? Nella sua mente andava prendendo posto una realtà del tutto sconosciuta. Intuiva, proprio in forza di quel nanosecondo, che valesse la pena di esplorarla.

Pensò a zia Francesca. Quante volte l’aveva sentita dire che quella era la volta giusta, che quello era l’uomo della sua vita. Ogni volta era amore? C’era da pensarci su. Aveva imparato a scassinare qualche serratura e forse avrebbe anche imparato a scassinare qualche cuore. Non si faceva illusioni. Era sgraziato e tozzo. Nessuna lo aveva mai guardato con interesse. Anzi. Ma c’era tempo. E c’era ancora molto da imparare leggendo lettere d’amore di sconosciuti.

Giuseppe Spezzaferro

(VII – continua)

 

 

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